Di Riccardo Pasqualin
Una nuova storia di Venezia attraverso i falsi miti
Nel corso dei secoli, per motivi differenti, si è addensata sulla storia di Venezia una coltre di leggende. La Serenissima fu la prima a costruire il suo stesso mito per autoglorificarsi, e ad esso si sommarono le mistificazioni dei suoi denigratori, la fantasia degli scrittori romantici dell’Ottocento e infine quella di singoli individui (artisti noti o anonimi) e l’errore umano.
Nel 1856, in parte con l’intento di polemizzare con lo studioso Pietro Selvatico (1803-1880)[1], lo storico dell’arte Francesco Zanotto (1794-1863) pubblicò per l’editore Brizeghel una Nuovissima guida di Venezia e delle isole della laguna «Nella quale» recita il sottotitolo, «si sono corretti da oltre 200 errori che s’incontrano nelle altre guide».
Nella vasta bibliografia dei testi che hanno per argomento la storia veneta, le opere interamente dedicate alle rettificazioni delle false credenze e degli errori presenti negli scritti su Venezia non mancano e poco tempo fa un nuovo libro si è aggiunto alla lista: Storia di Venezia attraverso le sue fake news, stampato da Mazzanti nel 2025.
Sopra al titolo (che per l’anglicismo in esso presente suona un po’ sgradevole per i tradizionalisti, ma è indubbiamente adatto per spiccare nel mercato editoriale) non si legge il nome di un solo autore, ma quello di un collettivo: I Babài, cioè l’appellativo con cui ai tempi della Repubblica Veneta il popolino indicava gli Inquisitori di Stato. Il gruppo è formato da alcuni tra i più importanti storici di professione tra quelli che negli ultimi decenni si sono dedicati allo studio di Venezia, coordinati da Pieralvise Zorzi.

La copertina del Libro
Questo loro lavoro ha pregi e difetti: se in alcuni capitoli vi sono semplici precisazioni su ciò che dovrebbe essere ovvio (ma che evidentemente non lo è…), altri propongono ricerche originali che potrebbero essere sviluppate in altre sedi. In particolare, Alessandro Marzo Magno ha proposto tra queste pagine un compendio di diverse scoperte e confutazioni che aveva già esposto in altri libri e che qui si ritrovano sintetizzate e riunite con maggiore comodità per il lettore curioso.
Alcuni passaggi, tuttavia, sono un po’ frettolosi, e anche in quest’opera (come è naturale che sia) non mancano delle sviste. Decisamente migliorabile sarebbe il capitolo Il plebiscito del 1866: realtà storica e bufale, in cui è scritto che: «Uno dei principali limiti del plebiscito del 1866 era il ristretto numero di elettori. […] La maggior parte dei contadini, che costituivano la fetta più ampia degli abitanti del Veneto, non aveva diritto di voto, ma questo non era dovuto a una volontà di escluderli dal plebiscito in particolare: era una conseguenza delle regole elettorali di quel periodo»[2].
Ciò non corrisponde al vero: il plebiscito veneto del 1866 fu a suffragio universale maschile. Come scrive la storica Annamaria Longhin, infatti, al quesito «Dichiariamo la nostra unione al regno d’Italia sotto il Governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori» furono chiamati a rispondere «per mezzo di un bollettino stampato o manoscritto, a scrutinio segreto, i cittadini delle province venete aventi 21 anni di età, domiciliati da sei mesi nel comune d’appartenenza, senza alcuna condanna per crimine, furto o truffa. Solo coloro che avevano partecipato all’esercito nazionale o erano stati volontari durante le campagne per l’indipendenza avrebbero potuto partecipare al voto pur non avendo compiuto 21 anni. Le rappresentanze municipali delle singole province avrebbero indicato l’ora e il luogo nel quale sarebbe stato aperto lo scrutinio; ogni comune in cui si sarebbero svolte le votazioni poteva dividersi in sezioni. Con queste modalità il suffragio universale maschile ebbe inizio la mattina del 21 ottobre in un ambiente di festa e di esultanza popolare»[3].
Ed è altresì impreciso affermare che «Gli osservatori stranieri presenti nelle principali città venete non riportano denunce significative di coercizione, se non qualche voce isolata, mai confermata ufficialmente»[4].
Sulla coercizione prima del voto non abbiamo voci isolate, bensì, certezze: prima del plebiscito vennero allontanati dalle rispettive sedi i parroci accusati di austriacantismo o astio verso il governo sabaudo e individuati i laici ritenuti pericolosi per gli stessi motivi. Maggiori ricerche andrebbero svolte invece sulla coercizione durante il voto, ma, ad esempio, Antonio Maresio Bazolle (1818-1896), il più importante memorialista bellunese dell’Ottocento, racconta che i “sì” furono raccolti “con le buone”:
21. Ottobre – Domenica. Oggi primo giorno del Plebiscito, fino dalla prima mattina continui spari di grossi mortaretti. Alle 9 ant. cominciò l’operazione del Plebiscito presieduta ogni Sezione da un Consigliere Comunale assistito da qualche altro. I Parrochi esterni, i cui Parrocchiani dovevano venire a votare in città raccolsero i loro Parrocchiani appena finita la messa parrocchiale alle ore 8, o prima, e si recarono in città coi loro Parrocchiani che li precedevano a due a due in perfetto ordine di Processione. E qui avviene d’avvertire che i Parrochi nelle loro comunicazioni e prediche in Chiesa ai loro Parrocchiani, e relativamente al Plebiscito sostennero e svolsero sempre e tutti la tesi e il principio che era obbligo di tutti andare a votare, e di votare pel Sì. L’eventualità del No non venne neppure accennata perché non ammissibile. Siccome i Parrochi avevano la nota di tutti quelli che avevano diritto a votare, così se qualcuno non vi si recò nel primo giorno, gli mandarono ordine di andare nel secondo giorno, ed anche ripeterono l’ordine a qualcuno che si mostrava indifferente. […][5]
Anziché rivolgersi al lettore asserendo che: «Se poi (i Babài) vi beccheranno in flagrante bufala, non vi manderanno certo il loro temibile Fante vestito di nero né gli sbirri. Non verrete gettati nei Pozzi e neppure nei Piombi. Non sarete strangolati e gettati nottetempo nel canal Orfano, da cui casomai emergono un paio di bufale. Sarete semplicemente, come si suol dire, sputtanati. Il che, in certi casi, è anche peggio.»[6], sarebbe stato meglio se il collettivo avesse riconosciuto che tutti possono sbagliare. Solitamente nessuno che commetta errori in buona fede viene “sputtanato”[7], ma è giusto perdonare anche i toni goliardici.
In effetti il capitolo dedicato al “caso del fornareto” è tanto utile quanto gustoso[8], e a voler essere onesti il drammaturgo Francesco Dall’Ongaro (1808-1873) merita qualche rimprovero per aver spacciato per vere le sue invenzioni sul «povero forner» arrivando ad attaccare i suoi critici andando anche sul piano personale[9]. Lo scrittore di Mansuè avrebbe fatto meglio a dire la verità: voleva solo scrivere un dramma storico contro la pena di morte[10].
Comunque, al di là degli errori veniali, ciò che dispiace è che in Storia di Venezia attraverso le sue fake news manchi un ordine nella disposizione dei diversi argomenti: a differenza di quanto indica il titolo, il libro non segue un ordine cronologico, ma non è neppure ordinato alfabeticamente, ed è un peccato. Si tratta infatti di un volume che dovrebbe facilitare la consultazione delle singole voci da parte di studiosi e semplici curiosi, invece, per trovare uno specifico dato occorre leggere tutto il testo da cima a fondo. Per esempio, perché inserire diversi capitoletti sparpagliati sulla battaglia di Lissa anziché porli vicini o farne uno unico?
Tuttavia anche Giuseppe Tassini (1827-1899) ha più volte rimesso mano alle sue Curiosità Veneziane[11]. I Babài, che meritano di essere considerati suoi successori, hanno compiuto un’opera rilevante, che sarebbe giusto avesse un seguito. Storia di Venezia attraverso le sue fake news dovrebbe essere ristampato e aggiornato, dovrebbe diventare un classico, uno strumento utile per i saggisti e le guide turistiche.
Bati marso e more veneto: due usi ben distinti
Senza voler essere pedanti, nel libro dei Babài c’è un altro brano migliorabile: il capitolo Ma che cao (de ano) dici?[12]
Il testo in questione è dedicato alla tradizione del «bati marso» (o «batimarso») e al calendario istituzionale veneziano; seppur breve, è uno scritto interessante poiché mette in guardia contro un errore diffuso: spiega cioè che i due usi erano ben distinti e non sovrapponibili.
Col nome «bati marso», cioè «batti marzo», si intende l’usanza rurale di far strepito – solitamente battendo delle pentole – la mattina del primo giorno di marzo, per festeggiare l’arrivo della primavera. Tale tradizione è attestata, pur con nomi differenti (brusa marso, trato marso, fora febraro, cantar marso e altri) e diverse varianti per quanto concerne il tipo di celebrazioni, in diverse località venete e non solo[13].
Ma bisogna stare attenti: il «bati marso» è un’antica usanza di Terraferma, che a Venezia, sotto la Repubblica, era del tutto assente. Nel calendario istituzionale veneziano l’anno iniziava il 1° marzo, ma nella Serenissima Dominante quel giorno non era celebrato come ricorrenza pubblica o come festa popolare. Come osservano giustamente i Babài, la plebe veneziana «semmai festeggiava battendo pentole in altre ricorrenze, quali San Martino [11 novembre]»[14], quando i bambini – ieri come oggi – giravano per la città sbatacchiando dei coperchi e intonando versi per ricevere qualche dolcetto (è probabile che tale tradizione debba essersi originata come modalità dignitosa per chiedere un’elemosina)[15].
«L’uso della datazione more veneto era infatti ristretto[16] ai documenti pubblici delle autorità veneziane; non così i documenti ecclesiastici e quelli delle autorità locali», seguita il collettivo: «Che a nessuno, al di là dei burocrati della cancelleria, interessasse granché del 1° marzo, e tanto meno che lo si festeggiasse (a Palazzo o nelle case), è testimoniato dall’assenza di ogni notizia al riguardo ed è per converso smentito dalle fonti»[17], «Collegare poi tutto ciò al bati marso, una festa contadina – anzi, come avrebbero detto a Venezia, campagnola – completamente estranea ai costumi lagunari è del tutto arbitrario e frutto dell’ennesima semplificazione a uso dei creduloni»[18]. L’unico “elemento originario” che lega il bati marso e il more veneto, ancor prima che in una tradizione arcaica precristiana[19], va ricercato in questioni di ordine strettamente materiale: sin dalla comparsa dell’uomo in una certa area geografica, il periodo di marzo è stato atteso con trepidazione poiché segnava la fine della stagione fredda, con tutto ciò che ne consegue. Come ha ricordato Moreno Menini in un suo saggio, l’arrivo di marzo poteva significare «lo scampato pericolo per molti anziani o malati, i cui picchi di morte si concentravano nella stagione invernale visto che il riscaldamento nelle case era sicuramente più approssimativo di quello odierno, e poiché in questo periodo iniziava finalmente un cambio di alimentazione con l’arrivo delle prime verdure, dopo una stagione di stenti. Oggi, che non viviamo come una tragedia personale una gelata primaverile che blocchi la germinazione della semina, facciamo più fatica a capire l’importanza cosmica attribuita al ciclo di morte-rinascita del Marzo»[20].
Resta il fatto che bati marso e capodanno istituzionale veneziano sono realtà che appartengono a due sfere differenti, il tempo ciclico (a cui è associato il rituale) e il tempo lineare (a cui è associato l’evento): da una parte il frastuono tra fine febbraio e inizio marzo, da cui fa capolino il mito dell’eterno ritorno, dall’altro lo stile redazionale della cancelleria ducale veneziana che registrava ordinanze, battaglie e avvenimenti che entravano nella storia[21].
A un certo punto della loro analisi, però, i Babài scivolano, attribuendo eccessivo valore a una singola fonte. Basandosi solo sul dizionario del veneziano di Giuseppe Boerio (1754-1832), essi ritengono che l’espressione «cao de ano» sia un’invenzione recente.
Storicità dell’espressione «cao de l’ano»
Secondo il collettivo: «Il termine cao de ano – tanto meno, si ripete, riferito al 1° marzo – non è mai esistito. Nelle fonti mai è riportata una dicitura simile; la massima autorità per il veneziano, l’ottocentesco Dizionario del dialetto veneziano del Boerio, pur descrivendo il termine cao e i suoi molti usi, non riporta il fantomatico cao de ano.
Alla voce ano, invece, lo stesso viene definito il tempo che si percorre dal gennaio al dicembre (non quindi dal marzo al febbraio), venendo menzionata la locuzione BON CAPO D’ANO, Dare il buon capo d’anno, richiamata anche alla voce Capo»[22].
Non si capisce perché gli studiosi abbiano limitato la ricerca dell’espressione «cao de ano» al solo ambito lagunare, né perché si siano fidati di una breve nota del Boerio, troppo spesso elevato a unica autorità in materia[23]. Ma occorre partire proprio da questo singolare personaggio: per quanto il suo atteggiamento da «veneziàn nato e spuà», «cioè vero veneziano»[24], gli conferisca un’aria carismatica e affascinante, Giuseppe Boerio non era un lessicografo specialista, bensì – con tutto il rispetto possibile – un appassionato. Anche nella sua epoca, a questo buon veneziano non mancarono le critiche…
Nel 1843 il letterato Carlo Vienna (1775-1855), autore del primo dizionario della lingua bellunese (tuttora inedito, eccezion fatta per pochissime voci apparse in un opuscolo)[25], in una sua missiva all’amico Ermolao Barattin scrisse senza mezzi termini:
«Quanto a quel, che mi dite del Boerio, cui voi tanto apprezzate; vi dirò, che […] non lo trovai quel, che voi lo fate. Per lo contrario ho potuto scovarne molti peccati; dei quali ho pur fatto memoria, affine di fare all’uopo a chiunque toccar con mano. Ch’egli è infedele assai; e che in materia di lingua ha preso non pochi qui pro quo producendo parecchie voci come italiane, che veramente italiane non sono, o dando loro un significato diverso dal vero»[26].
Dai registri non risulta che Giuseppe Boerio abbia mai frequentato l’Università di Padova[27] e durante la sua vita svolse incarichi amministrativi; compilando il suo vocabolario ebbe la pecca di citare poche fonti e non è sempre dato a sapere con precisione da dove egli abbia tratto forme, lemmi e accezioni[28]. Secondo gli studiosi Enea Pezzini e Mattia Darni, egli aveva una «limitata conoscenza dei testi letterari veneti»[29]. Per giunta, se ci è concesso di citare una battuta fatta dalla dialettologa Gianna Marcato durante una sua lezione all’Università di Padova, il celebre compilatore del dizionario del veneziano stava a un giardiniere come un linguista sta a un botanico: poiché il botanico studia tutte le piante, mentre il giardiniere separa le piante di pregio dalle erbacce, e così fa anche Boerio, il quale, sulla base di una sua idea personale di purismo linguistico, bolla alcune parole come “idiotismi della plebe”, “voci corrotte dall’idiotismo volgare” o “spesso in bocca delle persone idiote”, “voci triviali” in uso presso “gente di bassa sfera”[30]. È poi forte il sospetto che Boerio abbia ignorato tutte le parole a lui sconosciute nelle quali potrebbe essersi imbattuto durante le sue ricerche. Sempre Pezzini arriva ad affermare:
«Padovano d’adozione, ma lendinarese di nascita, Boerio ha un’insufficiente conoscenza del dialetto veneziano ed è costretto durante l’allestimento e la pubblicazione a fascicoli […] a chiedere informazioni e co nsigli di letture a [Daniele] Manin [1804-1857] (con il quale i primi contatti risalgono al marzo 1826) e ad alcuni altri eruditi locali»[31].
Va anche sottolineato che proprio Manin, nel primo manifesto dell’opera, annuncia che «Questo Dizionario comprende, oltre a tutti i vocaboli e le locuzioni comuni e dimestiche, i termini di Agricoltura, di Botanica, d’Ittiologia, d’Ornitologia, di Piantanimali [sic], della Pesca, della Marina, delle Arti; quei della veneta Giurisprudenza, coi titoli di tutti i Magistrati e con molte memorie storiche del cessato Governo Veneto; non meno che i neologismi, cioé i nuovi termini, che sono venuti e passati in uso fra noi dopo la nostra rivoluzione politica fino al presente»[32].
Ragion per cui, sorge spontanea una domanda: se è vero che anche Boerio ha accettato dei neologismi, per quale motivo noi oggi non dovremmo accettare un’espressione recente ma ormai largamente utilizzata? Per quale motivo i linguaggi veneti dovrebbero restare fossilizzati nell’Ottocento?
Al di là di ciò, il fatto fondamentale è che «cao de ano» non è affatto una creazione linguistica nata da pochi decenni. Pur venendo ignorata da Boerio, la voce «cao de ano» è tutt’altro che inesistente.
Luigi Gaiter (1815-1895) in una nota al suo articolo Il dialetto di Verona nel secolo di Dante scrive: «en cao de l’ano, al terminare dell’anno»[33].
Non mancano attestazioni in laguna. Lo studioso Vittorio Malamani (1860-1934) ha salvato dall’oblio una poesia popolare veneziana, I marii nel bombaso, risalente al 1744, tra i cui versi leggiamo:
No se gha afano
Co xe in cao a l’ano
De pagar fito […][34]
E Carlo Goldoni tra le ottave in lingua veneziana del componimento Per la vestizione di Suor Maria Redenta Milesi nel monisterio delle Terese in Venezia (1760)[35] scrive:
Qualchedun me dirà: Ti te la godi,
E in cao del’ano no ti salvi gnente[36]?
Tornando alla Terraferma, il leoniceno Cristoforo Pasqualigo (1833-1912)[37] nel suo famoso libro sui proverbi veneti cita anche questo:
No gh’è tristo mozzegoto, che in cao de l’ano no vegna a l’opera[38].
Che egli traduce:
Non c’è tristo mozzicone che in capo all’anno non venga in acconcio[39].
Lo studioso scaligero Arrigo Balladoro (1872-1927), nella sua raccolta Folk-lore veronese. Proverbi (1896), segnala poi i seguenti modi di dire:
No gh’è tronco de baston,
Che in cao l’ano no’l vegna bon[40].
Tristo quel mozegoto, che in cao a l’ano no ‘l vegna a mare[41].
Tra majo, lujo e garbujo, se va in cao de l’ano[42].
E lo stesso folklorista nella sua trascrizione della leggenda veronese Bisognin e la morte riporta:
Bisognin el se la condusi a casa, e ne cao a ‘n ano el gh’à en butin[43].
Infine il suo concittadino Pietro Caliari (1841-1920) – che fu maestro del romanziere Emilio Salgari[44] – nel suo libro Antiche villotte e altri canti del folk-lore veronese (1900) trascrive i versi popolari:
Se ‘l maridarse el fosse ‘na busia,
Quanti ghe n’è che se maridarìa!
El cao del’ano el fosse ben, compìo,
Magnar la dota e dar la puta indrio[45].
Insomma, «cao de l’ano» o «cao del’ano» è una formula che si ritrova sia in Terraferma che a Venezia (evidentemente alternata a «capo d’ano» o a «l’ultimo de l’ano») come traduzione di «capodanno» o «fine dell’anno». «Cao de ano» altro non è che una forma contratta, al pari di tante altre presenti nelle lingue venete. Per fare un altro esempio, «l’anno della fame» in veneto è: «l’an de la fan»[46].
«Cao de l’ano» o «cao de ano» (come l’italiano capodanno) derivano dal latino caput anni. Si può discutere sulla grafia dell’espressione «cao de ano», ma non può essere messa in dubbio la sua esistenza.
Lo studio più ampio sul bati marso e riti affini pubblicato sino ad oggi è Nostalgia dell’eterno ritorno nel capodanno veneto (2016) di Moreno Menini, che – a quanto ci risulta – è l’unico studioso ad aver adottato un approccio comparativo teso a restituire una visione d’insieme anziché soffermarsi sugli usi di una ristretta porzione di territorio. Secondo Menini il primo a riportare una testimonianza sui riti del capodanno rurale è il mitico Abate Agostino Dal Pozzo (1732-1798)[47], storico dei Sette Comuni, tuttavia questa tipologia di usi non è un’esclusiva dei montanari: tra Otto e Novecento, in area veneta, costumanze simili erano presenti a Padova, nella pianura vicentina, nel Veronese e altrove.
Resta il fatto che in tutti i testi che abbiamo menzionato non sembra esserci alcun riferimento a marzo; per «cao de l’ano» i diversi scritti intendono, evidentemente, la fine di dicembre. L’unica testimonianza di un legame tra marzo e gli auguri di buon anno nel Veneto – come riconosce anche Menini – è il caso della nota apparizione mariana del 9 marzo 1510 a Motta di Livenza, quando la Vergine disse a un villico «bon dì e bon ano»[48], adattandosi – come è chiaro – non solo alla lingua, ma anche al calendario del fedele.
Nel suo saggio, Menini – il più giovane dei serenissimi[49] – ha espresso gratitudine verso Giuseppe Segato (1954-2006), che è stato il vero “riscopritore” di quelle usanze rurali venete su cui ci siamo brevemente soffermati. Fu proprio Segato – almeno a quanto ci risulta – il primo a usare l’espressione «Capodanno Veneto» con l’evidente intento di riunire i vari brusa marso, trato marso, fora febraro, cantar marso e via discorrendo attorno a una radice comune. Ma va ribadito che «cao de l’ano» è un’espressione che si ritrova in testi antichi, non è un’invenzione.
In ultima analisi, un veneto che faccia gli auguri ad amici e parenti durante i minuti iniziali del primo di gennaio non offende la tradizione e un tizio che dice: «Bon cao de ano!» non sta usando un’espressione entrata nel parlato di recente.
[1] Francesco Predari, Guida topografica, storica, artistica di Venezia ed isole circonvicine, Coen, Trieste/Nuova Libreria Procuratie Vecchie, Venezia, 1867, pp. IX-X.
[2] I Babài, Storia di Venezia attraverso le sue fake news, Mazzanti Libri, Venezia 2025, p. 91.
[3] Annamaria Longhin, L’annessione del Veneto attraverso la stampa dell’epoca, in AA.VV., Il Veneto nel Risorgimento, a cura di Filiberto Agostini, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 81. Il corsivo è nostro.
[4] I Babài, op. cit., p. 92.
[5] Riccardo Pasqualin, Antonio Maresio Bazolle. Antirisorgimento veneto, Club di Autori Indipendenti, Castellammare di Stabia 2026, p. 76. Indicazioni per l’acquisto del libro: https://storiaveneta.com/libri/i-nostri-libri/
[6] I Babài, op. cit., p. 11.
[7] Restando in tema di storia veneziana, si possono ricordare le sagge parole di un autore del passato. In apertura a una sua guida di Venezia, Francesco Predari (1809-1870) scrisse: «Degli errori altrui da noi rettificati, e i lettori che vorranno farne esame di confronto, potranno numerarne fin oltre il centinajo, non abbiamo creduto farne alcun caso, giacché quasi sempre le nostre correzioni caddero sulle opere stesse che ci furono più larghe di ajuto; non volemmo, né potevamo atteggiarci ad aristarchi con coloro che ci furono maestri» (op. cit., p. XII-XIII).
[8] I Babài, op. cit., pp. 48-51.
[9] Ivi, p. 49.
[10] Secondo le parole di Dall’Ongaro: «L’intendimento dell’autore era adunque alquanto diverso da quello del Manzoni nella Colonna Infame: era quello di stabilire l’insufficienza dei soliti criterii legali per porre fuor d’ogni dubbio la reità d’un accusato; e il debito di non usare, o almeno assai parcamente, qualunque pena che sia per sé irrevocabile.» (Notizie intorno al fatto del povero forner, in Il Fornaretto, in Opere Complete di Francesco Dall’Ongaro, Tomo II, Schiepatti, Torino 1846, p. 11).
[11] Quattro sono le edizioni del testo pubblicate da Tassini durante la sua vita: la pria è del 1863 (Cecchini, Venezia), la seconda del 1872 (Grimaldo, Venezia), la terza del 1882 (Fontana, Venezia), del 1886-1887 la quarta (Ancora di Alzetta e Merlo, Venezia e Ongania, Venezia), nel 1890 vi aggiunse un’appendice (Alzetta e Merlo, Venezia). L’editore Franco Filippi ci informa che al momento sta preparando una nuova edizione dell’opera.
[12] I Babài, op. cit., pp. 38-41.
[13] Cfr. Moreno Menini, Nostalgia dell’eterno ritorno nel capodanno veneto, QuiEdit, Verona 2016.
[14] I Babài, op. cit., p. 39.
[15] Lo scrivente è grato di questa interpretazione all’amico Nicolò Calore.
[16] Nel testo originale è scritto «ristretta» (si tratta di un refuso).
[17] I Babài, op. cit., p. 39.
[18] Ivi, p. 40.
[19] Anche Giuseppe (Bepin) Segato spiega che non si hanno certezze assolute sull’origine e l’adozione del more veneto. A riguardo egli scrive: «Quale sia stato invece all’inizio […], l’elemento ispiratore per la sua adozione non è dato di sapere. Fu un ripescaggio dell’antico calendario religioso romano caduto nell’oblio? O fu ispirazione venuta da festeggiamenti popolari di origine antico europea?» (G. Segato, Capodanno veneto, 1° di marzo 2003, Editoria Universitaria, Venezia 2003, p. 21).
[20] M. Menini, op. cit., pp. 106-107.
[21] Ivi, p. 11.
[22] Ibidem.
[23] Come ha osservato recentemente Anna Rinaldin, il Boerio è «oggi ancora ampiamente citato in maniera quasi esclusiva» (Non solo Boerio. Indagini sulla lessicografia veneziana del XIX secolo, in Lessicografia storica dialettale e regionale. Atti del XIV convegno ASLI. Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Milano, 5-7 novembre 2020), a cura di Michele A. Cortelazzo, Silvia Morgana, Massimo Prada, Cesati, Firenze 2022, p. 489).
[24] G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Santini e figlio, Venezia 1829, p. 708.
[25] R. Pasqualin, op. cit., p. 19-21.
[26] Ivi, pp. 22-23.
[27] Si ipotizza che quanto riportato da Cesare De Michelis (1943-2018) nel Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 11, 1969) sia una errata interpretazione di ciò che si trova scritto nel Biographisches Lexikon des Kaiserthums Österreich, opera che il docente cita in bibliografia. Ecco le parole fraintese: «Nachdem er in Padua die Rechte studirt, und den Borlefungen des berühmten Bragolino beigewont hatte, ward er in Alter von 22 Jahren seinem Pater, einem angefehenen Beamten, an die Seite gegeben und später zum Richter verschiedener Tribunale der venetian. Republik aufgestellt». Una frase simile a quella del dizionario austriaco si rinviene nella Nouvelle Biographie Générale (Paris 1854, vol. VI, p. 357). Nel passo citato non vi è alcun accenno allo Studio di Padova né al conseguimento della laurea. Non solo. La professione in seguito esercitata dal Boerio, che per semplificazione possiamo appunto definire di funzionario della Serenissima e dei successivi regimi, non obbligava al conseguimento della laurea, ma semplicemente a una formazione giuridica di base. Gli stessi giudici della Repubblica, in genere, non conseguivano la laurea per accedere alla professione, come neppure i notai (questi ultimi si formavano nei collegi notarili delle loro città).
Per queste delucidazioni, l’autore del presente articolo è grato al dottor Remigio Pegoraro dell’Archivio Storico dell’Università di Padova.
[28] A. Rinaldin, op. cit., p. 492. Sicuramente Boerio ebbe come riferimento importante il Vocabolario veneziano e padovano co’ termini e modi corrispondenti toscani dell’Abate Gasparo Patriarchi (1709-1780), cfr. Enea Pezzini, All’origine del Dizionario del dialetto veneziano (1821, 1829) di Giuseppe Boerio, in «L’Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana», vol. LXXXIV (Serie Terza, XX), ETS, Pisa 2023, pp. 231ss.
[29] Enea Pezzini-Mattia Darni, Nuove acquisizioni sulla vicenda editoriale del Dizionario del dialetto veneziano (1856, 1867) di Giuseppe Boerio, in Lessicografia storica dialettale e regionale […], op. cit., p. 519.
[30] Ivi, p. 526.
[31] Enea Pezzini, All’origine […], p. 242.
[32] Ivi, p. 261.
[33] L. Gaiter, «Archivio veneto», Tomo XXIII, parte I, 1882, p. 364, n. 3. L’articolo dovrebbe essere apparso originariamente su Il Propugnatore di Bologna nel 1873 (ci si affida a Francesca Brancaleoni, Gaiter Luigi, in DBI, vol. 51, 1988).
[34] V. Malamani, Il Settecento a Venezia, II: La musa popolare, Roux, Torino-Roma 1892, p. 248.
[35] Paolo Quazzolo, Gli scritti sacri di Goldoni, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Padova, 10-13 settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Adi, Roma 2016, p. 5.
[36] C. Goldoni, op. cit., in Delli componimenti diversi, Tomo II, Pasquali, Venezia 1764, p. 51.
[37] Emilio Garon, Il bardo ringrazia Lonigo, «GDV Cultura», 24 giugno 2016.
[38] C. Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, Terza edizione, Zoppelli, Treviso 1882, p. 135.
[39] Ibidem.
[40] A. Balladoro, Folk-lore veronese. Proverbi, Franchini, Verona 1896, p. 113.
[41] Ibidem.
[42] Ivi, p. 143.
[43] Da «Giambattista Basile. Archivio di letteratura popolare», Anno XI, Napoli, 15 ottobre 1907, n. 10.
[44] Emma Cerpelloni, I promessi sposi dell’abate Caliari, in «’A Cultura», 23 maggio 2020.
[45] P. Caliari, Antiche villotte […], Drucker, Verona-Padova 1900, p. 242.
[46] «L’an de la fan» per eccellenza nel Novecento veneto è il 1917.
[47] M. Menini, op. cit., p. 27. Cfr. A. Dal Pozzo, Memorie istoriche dei Sette-Comuni Vicentini, Istituto di Cultura Cimbra, Roana (Vicenza) 2007, p. 136. Sul Dal Pozzo, cfr. R. Pasqualin, Agostino Dal Pozzo – Uno storico dei Sette Comuni al tramonto della Reggenza, in «Storia Veneta», n. 67, anno XIV, giugno 2022, pp. 36-47.
[48] Giambattista Bastanzi, Le superstizioni delle Alpi venete, Zoppelli, Treviso 1888, p. 57.
[49] Marcello Brusegan, Storia insolita di Venezia, Newton & Compton, Roma 2003, p. 397.
Da “Storia Veneta n°84” – giugno 2026
