«Cao de l’ano»: precisazioni su un’espressione veneta

Di Riccardo Pasqualin

La copertina del Libro

No se gha afano

Co xe in cao a l’ano

De pagar fito […][34]

Qualchedun me dirà: Ti te la godi,

E in cao del’ano no ti salvi gnente[36]?

No gh’è tristo mozzegoto, che in cao de l’ano no vegna a l’opera[38].

Non c’è tristo mozzicone che in capo all’anno non venga in acconcio[39].

No gh’è tronco de baston,

Che in cao l’ano no’l vegna bon[40].

Tristo quel mozegoto, che in cao a l’ano no ‘l vegna a mare[41].

Tra majo, lujo e garbujo, se va in cao de l’ano[42].

Bisognin el se la condusi a casa, e ne cao a ‘n ano el gh’à en butin[43].

Se ‘l maridarse el fosse ‘na busia,

Quanti ghe n’è che se maridarìa!

El cao del’ano el fosse ben, compìo,

Magnar la dota e dar la puta indrio[45].


[1] Francesco Predari, Guida topografica, storica, artistica di Venezia ed isole circonvicine, Coen, Trieste/Nuova Libreria Procuratie Vecchie, Venezia, 1867, pp. IX-X.

[2] I Babài, Storia di Venezia attraverso le sue fake news, Mazzanti Libri, Venezia 2025, p. 91.

[3] Annamaria Longhin, L’annessione del Veneto attraverso la stampa dell’epoca, in AA.VV., Il Veneto nel Risorgimento, a cura di Filiberto Agostini, FrancoAngeli, Milano 2018, p. 81. Il corsivo è nostro.

[4] I Babài, op. cit., p. 92.

[5] Riccardo Pasqualin, Antonio Maresio Bazolle. Antirisorgimento veneto, Club di Autori Indipendenti, Castellammare di Stabia 2026, p. 76. Indicazioni per l’acquisto del libro: https://storiaveneta.com/libri/i-nostri-libri/

[6] I Babài, op. cit., p. 11.

[7] Restando in tema di storia veneziana, si possono ricordare le sagge parole di un autore del passato. In apertura a una sua guida di Venezia, Francesco Predari (1809-1870) scrisse: «Degli errori altrui da noi rettificati, e i lettori che vorranno farne esame di confronto, potranno numerarne fin oltre il centinajo, non abbiamo creduto farne alcun caso, giacché quasi sempre le nostre correzioni caddero sulle opere stesse che ci furono più larghe di ajuto; non volemmo, né potevamo atteggiarci ad aristarchi con coloro che ci furono maestri» (op. cit., p. XII-XIII).

[8] I Babài, op. cit., pp. 48-51.

[9] Ivi, p. 49.

[10] Secondo le parole di Dall’Ongaro: «L’intendimento dell’autore era adunque alquanto diverso da quello del Manzoni nella Colonna Infame: era quello di stabilire l’insufficienza dei soliti criterii legali per porre fuor d’ogni dubbio la reità d’un accusato; e il debito di non usare, o almeno assai parcamente, qualunque pena che sia per sé irrevocabile.» (Notizie intorno al fatto del povero forner, in Il Fornaretto, in Opere Complete di Francesco Dall’Ongaro, Tomo II, Schiepatti, Torino 1846, p. 11).

[11] Quattro sono le edizioni del testo pubblicate da Tassini durante la sua vita: la pria è del 1863 (Cecchini, Venezia), la seconda del 1872 (Grimaldo, Venezia), la terza del 1882 (Fontana, Venezia), del 1886-1887 la quarta (Ancora di Alzetta e Merlo, Venezia e Ongania, Venezia), nel 1890 vi aggiunse un’appendice (Alzetta e Merlo, Venezia). L’editore Franco Filippi ci informa che al momento sta preparando una nuova edizione dell’opera.  

[12] I Babài, op. cit., pp. 38-41.

[13] Cfr. Moreno Menini, Nostalgia dell’eterno ritorno nel capodanno veneto, QuiEdit, Verona 2016.

[14] I Babài, op. cit., p. 39.

[15] Lo scrivente è grato di questa interpretazione all’amico Nicolò Calore.

[16] Nel testo originale è scritto «ristretta» (si tratta di un refuso).

[17] I Babài, op. cit., p. 39.

[18] Ivi, p. 40.

[19] Anche Giuseppe (Bepin) Segato spiega che non si hanno certezze assolute sull’origine e l’adozione del more veneto. A riguardo egli scrive: «Quale sia stato invece all’inizio […], l’elemento ispiratore per la sua adozione non è dato di sapere. Fu un ripescaggio dell’antico calendario religioso romano caduto nell’oblio? O fu ispirazione venuta da festeggiamenti popolari di origine antico europea?» (G. Segato, Capodanno veneto, 1° di marzo 2003, Editoria Universitaria, Venezia 2003, p. 21).

[20] M. Menini, op. cit., pp. 106-107.

[21] Ivi, p. 11.

[22] Ibidem.

[23] Come ha osservato recentemente Anna Rinaldin, il Boerio è «oggi ancora ampiamente citato in maniera quasi esclusiva» (Non solo Boerio. Indagini sulla lessicografia veneziana del XIX secolo, in Lessicografia storica dialettale e regionale. Atti del XIV convegno ASLI. Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Milano, 5-7 novembre 2020), a cura di Michele A. Cortelazzo, Silvia Morgana, Massimo Prada, Cesati, Firenze 2022, p. 489).

[24] G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Santini e figlio, Venezia 1829, p. 708.

[25] R. Pasqualin, op. cit., p. 19-21.

[26] Ivi, pp. 22-23.

[27] Si ipotizza che quanto riportato da Cesare De Michelis (1943-2018) nel Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 11, 1969) sia una errata interpretazione di ciò che si trova scritto nel Biographisches Lexikon des Kaiserthums Österreich, opera che il docente cita in bibliografia. Ecco le parole fraintese: «Nachdem er in Padua die Rechte studirt, und den Borlefungen des berühmten Bragolino beigewont hatte, ward er in Alter von 22 Jahren seinem Pater, einem angefehenen Beamten, an die Seite gegeben und später zum Richter verschiedener Tribunale der venetian. Republik aufgestellt». Una frase simile a quella del dizionario austriaco si rinviene nella Nouvelle Biographie Générale (Paris 1854, vol. VI, p. 357). Nel passo citato non vi è alcun accenno allo Studio di Padova né al conseguimento della laurea. Non solo. La professione in seguito esercitata dal Boerio, che per semplificazione possiamo appunto definire di funzionario della Serenissima e dei successivi regimi, non obbligava al conseguimento della laurea, ma semplicemente a una formazione giuridica di base. Gli stessi giudici della Repubblica, in genere, non conseguivano la laurea per accedere alla professione, come neppure i notai (questi ultimi si formavano nei collegi notarili delle loro città).

Per queste delucidazioni, l’autore del presente articolo è grato al dottor Remigio Pegoraro dell’Archivio Storico dell’Università di Padova. 

[28] A. Rinaldin, op. cit., p. 492. Sicuramente Boerio ebbe come riferimento importante il Vocabolario veneziano e padovano co’ termini e modi corrispondenti toscani dell’Abate Gasparo Patriarchi (1709-1780), cfr. Enea Pezzini, All’origine del Dizionario del dialetto veneziano (1821, 1829) di Giuseppe Boerio, in «L’Italia dialettale. Rivista di dialettologia italiana», vol. LXXXIV (Serie Terza, XX), ETS, Pisa 2023, pp. 231ss.

[29] Enea Pezzini-Mattia Darni, Nuove acquisizioni sulla vicenda editoriale del Dizionario del dialetto veneziano (1856, 1867) di Giuseppe Boerio, in Lessicografia storica dialettale e regionale […], op. cit., p. 519.

[30] Ivi, p. 526.

[31] Enea Pezzini, All’origine […], p. 242.

[32] Ivi, p. 261.

[33] L. Gaiter, «Archivio veneto», Tomo XXIII, parte I, 1882, p. 364, n. 3. L’articolo dovrebbe essere apparso originariamente su Il Propugnatore di Bologna nel 1873 (ci si affida a Francesca Brancaleoni, Gaiter Luigi, in DBI, vol. 51, 1988).

[34] V. Malamani, Il Settecento a Venezia, II: La musa popolare, Roux, Torino-Roma 1892, p. 248.

[35] Paolo Quazzolo, Gli scritti sacri di Goldoni, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Padova, 10-13 settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Adi, Roma 2016, p. 5.

[36] C. Goldoni, op. cit., in Delli componimenti diversi, Tomo II, Pasquali, Venezia 1764, p. 51.

[37] Emilio Garon, Il bardo ringrazia Lonigo, «GDV Cultura», 24 giugno 2016.

[38] C. Pasqualigo, Raccolta di proverbi veneti, Terza edizione, Zoppelli, Treviso 1882, p. 135.

[39] Ibidem.

[40] A. Balladoro, Folk-lore veronese. Proverbi, Franchini, Verona 1896, p. 113.

[41] Ibidem.

[42] Ivi, p. 143.

[43] Da «Giambattista Basile. Archivio di letteratura popolare», Anno XI, Napoli, 15 ottobre 1907, n. 10.

[44] Emma Cerpelloni, I promessi sposi dell’abate Caliari, in «’A Cultura», 23 maggio 2020.

[45] P. Caliari, Antiche villotte […], Drucker, Verona-Padova 1900, p. 242.

[46] «L’an de la fan» per eccellenza nel Novecento veneto è il 1917.

[47] M. Menini, op. cit., p. 27. Cfr. A. Dal Pozzo, Memorie istoriche dei Sette-Comuni Vicentini, Istituto di Cultura Cimbra, Roana (Vicenza) 2007, p. 136. Sul Dal Pozzo, cfr. R. Pasqualin, Agostino Dal Pozzo – Uno storico dei Sette Comuni al tramonto della Reggenza, in «Storia Veneta», n. 67, anno XIV, giugno 2022, pp. 36-47.

[48] Giambattista Bastanzi, Le superstizioni delle Alpi venete, Zoppelli, Treviso 1888, p. 57.

[49] Marcello Brusegan, Storia insolita di Venezia, Newton & Compton, Roma 2003, p. 397.


Da “Storia Veneta n°84” – giugno 2026