Di Amelia Vianello
“A Venezia ognuno sogna
E ti sembra niente un sogno?“
L’infanzia e gli studi
Carlo Antonio Marin era un nobile veneziano di mediocri fortune, vissuto tra la seconda metà del Settecento e i primi due decenni del XIX secolo. Un periodo quello della sua vita che decise il destino dello Stato millenario della Serenissima, afflitta da parecchi e gravi mali, le cui cause erano all’esterno e all’interno dello Stato, e nella stessa capitale.
Terzo e ultimo figlio maschio di Giovan Battista Marin qm Domenico, non era nato a Venezia ma durante il mandato di pubblico rappresentante del padre in Terraferma. 1) Non era infrequente, tra l’aristocrazia veneziana, che le nascite avvenissero fuori di Venezia, dal momento che ai nobili veneziani veniva richiesto di spostarsi in vari luoghi dello Stato, anche molto distanti dalla capitale, per adempiere al carico di pubblico rappresentante. Se sposati, questi potevano partire con la propria famiglia e pertanto poteva succedere che i figli nascessero lontano da Venezia e, di conseguenza, che il lieto evento, da iscriversi nel Libro d’oro della nobiltà, venisse dichiarato al ritorno in città del padre al termine del mandato che in media durava un biennio. 2) Questo accadde anche nel caso di Carlo Antonio il cui padre, nel periodo della sua nascita, assolveva l’incarico di provveditore ad Orzinuovi, nel Bresciano, dove vi era una fortezza veneziana.
La prima notizia dell’esistenza di Carlo Antonio, come per ogni altro nobil uomo di Venezia, la cui nascita avesse i crismi della stabilita legalità, la troviamo quindi nel Libro d’oro, Nascite, che l’Avogaria di Comun, sin da inizio Cinquecento, aveva il compito di compilate e conservare, perché esistesse legale testimonianza dei lieti eventi che avvenivano nelle famiglie nobili della Laguna.
Scarse sono le notizie sull’infanzia di Carlo Antonio e i suoi fratelli, ma probabilmente essa fu assai simile a quella degli altri fanciulli nobili veneziani nati in famiglie di modeste fortune. Questi non erano seguiti negli studi da un precettore, ma nei primi rudimenti dell’istruzione erano preparati da persone di famiglia, fino all’età in cui avrebbero potuto accedere al collegio dei nobili della Giudecca, la cosiddetta Accademia. Essendo la famiglia di Carlo Antonio di modeste fortune, per lui si trattò, come già fu per il padre Giambattista, il nonnoDomenico Felicee il bisnonno Giacomo, 3) di essere avviato agli studi, nel 1756, all’età di undici anni, nel Collegio dei nobili Veneti «alla Zuecca», alla Giudecca, la cosiddetta Accademia, per l’educazione a spese pubbliche. 4)
All’Accademia, il carattere di Carlo Antonio, già mite e rispettoso dell’autorità, trovò ulteriore disciplinamento e vi rimase sei anni, ricevendo l’insegnamento stabilito. 5)
A Venezia, un giovane patrizio di famiglia benestante, compiuti d’ordinario i suoi studi, con precettori o in un qualche rinomato collegio, veniva poi iniziato all’eloquenza nelle varie accademie e cominciava a sedere nelle magistrature più importanti della Serenissima. Carlo Antonio, invece, di famiglia non facoltosa, iniziò con un incarico sul mare, per il quale gli veniva riconosciuto uno stipendio.
A Corfù
Fu, con varie destinazioni, Cadetto, cioè vice comandante di galere. A ventisette anni, il 10 marzo 1772, il Maggior Consiglio gli assegnava il carico di Sopra Comito, cioè comandante di galere, a Corfù.6)
Corfù, isola greca, era la base dell’Armata della Serenissima, a guardia dell’Adriatico e del commercio col Levante, e per l’altissima importanza strategica era detta anche Sentinella d’Italia. 7)
Nell’isola, il Marin ebbe modo di conoscere, tra le altre, la famiglia dei conti Teotochi, famiglia greca, cospicua per illustri antenati, ma ormai quasi decaduta, composta dal conte Antonio, dalla moglie Nicoletta Veja, dai loro figli maschi e da una figlia, Elisabetta, chiamata in famiglia Isabella.
La figlia del conte Antonio, Isabella, allora appena quindicenne, iniziava a provare il sentimento d’amore, e oggetto della sua passione era l’aitante nobile veneziano Domenico Pizzamano, governator in Bastarda a Corfù. Il padre di lei però riteneva il Pizzamano un uomo prodigo e di scarsa economia, e quindi non in grado di essere un buon marito per la figlia, ma si espresse invece favorevolmente all’indirizzo del nobil uomo Carlo Antonio Marin, che, pur non avendo le seducenti esterne qualità, che piacevano tanto a Isabella, lo aveva in considerazione perché persona quieta, economa e affidabile. E iniziò a vagheggiare circa il matrimonio di Isabella col Sopra Comito Marin.

Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi dagli “occhi scintillanti”,[1] eseguito da Élisabeth Vigée Le Brun nel 1792.
Isabella era «raggiante di bellezza, tutta grazie e tutto brio; lui [il Marin] bruttissimo di fisionomia, rozzo di modi e austero; lei tutta sogni, tutta dolci illusioni, e lui povero gentiluomo e contento del suo stato modesto». 8) Quindi molto differenti caratterialmente Isabella e Carlo Antonio, quasi opposti. Lui amava la campagna più che le numerose compagnie e il suo aspetto pareva rassegnato e rinunciatario. Carlo Antonio, saputo della simpatia del padre di Isabella nei suoi confronti, dopo sei mesi di lunga riflessione, dette realizzazione al segretamente covato desiderio di amare Isabella, che molto gli piaceva, facendo pervenire al di lei padre una chiara proposta di matrimonio. Forse mai, neppure timidamente, avrebbe osato pensare di poterla sposare, se il conte Antonio non si fosse espresso in termini tanto espliciti e lusinghieri sulla sua persona, giudicandolo addirittura atto a far la felicità di sua figlia. Ciò gli dette il coraggio di esporsi, di osare, facendo una chiara proposta di matrimonio. Isabella saputolo non osò parlare al genitore apertamente del suo assoluto diniego, e affrontò il matrimonio «con tutto l’antigenio» possibile. Il Marin, pur consapevole di ciò, sperava che Isabella avrebbe incominciato ad amarlo dopo il matrimonio, con la convivenza e che, ancora così giovane, si sarebbe “abituata” a lui.
Dopo le nozze, la coppia rimase in Levante, dove neppure due anni dopo, il 3 gennaio 1777 m.v. (1778), nasceva il loro unico figlio, che chiamarono Giovanni Battista, come il nonno paterno. La loro permanenza a Corfù non durerà ancora molto, poiché la successiva nomina di Carlo Antonio a Provveditore di Salò, sul lago di Garda nel bresciano, deciderà del trasferimento della coppia a Venezia. (9
Ritorno a Venezia
A Venezia, Isabella e Carlo Antonio, assieme al piccolo Giambattista, abitarono in uno degli appartamenti presi in affitto anche dai fratelli di lui, e che si trovavano in un palazzo a s. Beneto (s. Benedetto), vicino campo s. Angelo. Tali appartamenti si trovavano nel palazzo Pesaro degli Orfei, fatto erigere in campo s. Beneto, nella prima metà del Quattrocento, dalla ricca famiglia Pesaro. Il palazzo presenta due facciate, una sul rio di Cà Michiel e l’altra, più sontuosa, sul campo. Dopo il trasferimento della famiglia Pesaro nel palazzo sul Canal Grande, nei pressi di s. Stae, a fine Seicento, il palazzo di s. Beneto fu diviso in appartamenti e affittato a varie famiglie. (10
Alla destra di Cà Pesaro degli Orfei, nella stretta calle Benzon, abitava una delle donne più famose del Settecento veneziano: Marina Querini Benzon, nata nel 1757 a Corfù, dove il padre Pietro Antonio Querini ricopriva un importante carico militare. (11 È molto probabile che le due nobildonne, abitando tanto vicine, arrivassero a conoscersi, e che Isabella fosse invitata ai ricevimenti e agli incontri convivial-salottieri che la Benzon dava con frequenza nel suo palazzo e ai quali partecipavano famosi personaggi della cultura del tempo.
Provveditore e Capitano a Salò e Riviera
Per il servizio prestato alla Repubblica, in qualità di vice comandante di galere prima e di comandante (Sopra Comito) poi, per anni undici, venne dato in premio a Carlo Antonio il governo della Salodiana provincia: Provveditore di Salò e Riviera. La Repubblica soleva remunerare i nobili e i segretari, per un servizio da loro svolto con impegno e assiduità, conferendo provvigioni o incarichi più prestigiosi. (12
La nomina di pubblico rappresentante, da parte del Maggior Consiglio gli venne assegnata il 31 marzo 1777, quando, dopo il matrimonio, il Marin si trovava ancora in Levante, a Corfù, sposato da circa un anno e con la moglie incinta. (13
La presenza effettiva del Marin a Salò ebbe inizio nel marzo 1779 fino a tutto settembre 1780, per reali 16 mesi.
Nella vita matrimoniale di Isabella e Carlo Antonio si erano manifestati da subito dei dissapori. Isabella si concesse al marito, per dovere, il tempo utile a concepire un figlio e poi non più. La diversità di carattere e di inclinazioni dei coniugi e l’essere stata costretta a sposare il Marin, furono per lei motivi di grande amarezza e infelicità matrimoniale. Il suo soggiorno nei territori della Repubblica, poi, si rivelò all’inizio assai difficile: grande preoccupazione per la famiglia lontana, il difficile rapporto col marito, la mancanza di significative amicizie, la facevano soffrire molto di solitudine e di incomprensione.
Salò e Riviera non erano posti privi di complessità amministrativa e giudiziaria, anche perché in quei luoghi erano molto attivi il contrabbando del tabacco, del sale e i giochi d’azzardo, proibiti con tenacia dalla Repubblica. Il Provveditore doveva anche impedire le contraffazioni, soprattutto del tabacco, pure molto frequenti, assicurando sollecitamente i contraffattori alla giustizia. I territori di là dal Mincio erano i più riottosi e indocili rispetto alla presenza veneziana, e Salò, in territorio bresciano, non faceva eccezione: la relativa vicinanza al Ducato di Milano e la maggior lontananza da Venezia alimentavano in quegli abitanti un senso di autonomia e di indisciplina alle leggi veneziane.
I rettori, i provveditori e i pubblici rappresentanti in genere, costituivano una fondamentale rete informativa che copriva tutto lo Stato, e con i quali il Senato, il Consiglio dei dieci e gli Inquisitori di Stato erano sempre costantemente collegati.
L’anno della dura e tumultuosa Correzione 1780, (14 che vide l’emergere di una tenace e persistente fronda nobiliare veneziana, è l’ultimo anno del rettorato del Marin a Salò. Con il ritorno a Venezia, egli entrerà a far parte della Quarantia, quasi un “mondo” a sé, pure oggetto di significativo cambiamento nel corso del Settecento, e che farà dire a Giorgio Baffo “quarantiotto”: «No xe più vero che la Quarantia / al dì d’ancuo sia fatta una delizia, / che come no ghè più bona amicizia, / pezzo ancora la xe della galia». (15
Nei Consigli della Quarantia
Terminato l’incarico di pubblico rappresentante a Salò e Riviera, il Marin fece ritorno a Venezia con la famiglia, però non più nell’alloggio a s. Beneto, ma in un appartamento in calle delle Ballotte, che si affaccia sul rio dei Bareteri, a s. Salvador, vicino a Rialto.
Il non fare ritorno nell’alloggio di s. Beneto, si presume dovuto al fatto che Domenico Iseppo, uno dei fratelli del Marin, che pure abitava in altro alloggio dello stesso palazzo, era stato in quel periodo accusato dal Consiglio dei dieci di malversazioni, peculato, durante la di lui reggenza a Loreo, e subito sollevato dal carico con conseguente condanna di esilio. (16 Decisione presa dallo stesso Marin, per evitare malignità e voci tendenziose sulla sua persona e la sua famiglia.
La nomina nei civili e criminali Consigli della Quarantia, a causa della malversazione del fratello Iseppo, sarà un contraccolpo fatale per la carriera del Marin, poiché il governo veneziano, per un lungo periodo di oltre dieci anni non gli assegnerà un’ulteriore reggenza, ma lo confinerà in detta magistratura. Quale autorevolezza e quale credibilità poteva più avere Carlo Antonio in una ulteriore reggenza in Terraferma, dal momento che il fratello si era macchiato di un’onta tanto infamante per un pubblico rappresentante?
Il Maggior Consiglio elesse il Marin nei Consigli della Quarantia il 6 ottobre 1781, precisamente nella Quarantia Civil Vecchia e subentrò al posto di Marin Angelo (Anzolo) Caotorta, eletto in Zonta.(17 I membri della Quarantia dovevano avere una buona conoscenza delle leggi e buona cultura. Nella Quarantia, Carlo Antonio, ottenute le prime presidenze, servì pure come giudice, (18e ricoprì tutti i carichi.Fu spesso capo dei Consigli civili e come tale preside della magistratura e capo del Consiglio criminale, entrando così a far parte della Serenissima Signoria. (19
In tale magistratura, Carlo Antonio rimase per più di dieci anni, continuando ad essere eletto in quei Consigli fino a quando al suo posto, il 12 maggio 1793, venne eletto Zuanne Diedo di Pier Alvise, perché a lui fu affidato l’incarico di Provveditore di Cefalonia ed Itaca. (20
Un povero Cittadino ridottoa governare
negli ultimi angoli delloStato un’isola
i di cui abitanti, e per genio e per cuore,
furono sempre per il maggior numero
tenuti di mala fede e sospetti.
C. A. Marin, Lettere a Rocco Stradi, 9^
A Cefalonia: «negli ultimi angoli dello Stato»
«Cefaloniotti non conoscono da molto tempo né disciplina, né religione; e non hanno altre massime che dell’inganno, della rapina, e della soprafazione». Cosi, Alberto Magno, Provveditore di Cefalonia, descriveva mirabilmente al Senato, nel 1759, il clima intriso di violenza e arbitrio che da molto tempo dominava nell’isola. Desolazione, povertà, prepotenze e soprusi, assenza di legalità, violenze di ogni tipo, una situazione dove la pubblica tranquillità non era che un lontano miraggio. Toni assai avversi e sconfortanti quelli di Magno, non dissimili da quelli di altri provveditori che lo avevano preceduto a Cefalonia. (21
Cefalonia (Isola) – gr. Kepkallonia La più vasta isola dell’arcipelago delle Ionie, (22 capoluogo Argostoli, già sede di una signoria fondata da Matteo Orsini nel 1194, che comprendeva anche Zante e Itaca, venne occupata dal Turco nel 1483 e nel 1499 da Venezia, che se la vide riconosciuta con la pace del 1503. Il rettorato veneziano comprendeva anche l’isola di Itaca, retta da un capitano scelto dal Consiglio nobile di Cefalonia. (23
E negli anni Novanta, dopo più di dieci anni di confinamento nella Quarantia, il Maggior Consiglio attribuirà la nomina di Provveditore di Cefalonia e Itaca a Carlo Antonio Marin. Il carico di Provveditore assommava in un’unica figura le funzioni pretorie proprie del Podestà con le funzioni prefettizie del Capitano; e coi due consiglieri amministrava la giustizia sia civile che penale. (24
Tale reggenza rimaneva sempre difficile, anche in quanto zona di confine. Forse Carlo Antonio avrebbe preferito un altro carico, meno complesso e meno distante da Venezia, dove erano rimasti la moglie e gli amici. (25
L’incarico era arduo però prestigioso, ed era un atto di fiducia del Maggior Consiglio per una riabilitazione nei suoi confronti, ma la situazione personale che Carlo Antonio lasciava nella capitale era difficile e si rivelerà ancora più amara durante il suo soggiorno sull’isola: il rapporto matrimoniale, dopo anni di incomprensioni e freddezza, era giunto al capolinea per volere di Isabella Teotochi che, abbandonata la casa coniugale per stabilirsi a s. Moisè, si apprestava a chiedere il divorzio perché in Giuseppe Albrizzi aveva incontrato l’amore. (26
A Cefalonia, data la situazione, necessitava un guerriero! E invece il Senato dette la rappresentanza a un uomo di legge, un “quarantiotto”, nel tentativo che ciò potesse aiutare a far prevalere e sussistere un minimo di legalità, con la forza e la supremazia della legge, un segnale chiaro e preciso per affermare il rispetto e l’autorità della Repubblica.
Il Marin era un uomo pacifico, che aveva imparato ad amare la giudicatura, esercitata per parecchi anni nei Consigli della Quarantia, ma privo della fermezza, esperienza e destrezza per esercitarla attivamente nell’isola. Egli amava soprattutto la cultura e gli studi, e avrebbe apprezzato molto gli affetti familiari se con Isabella il matrimonio avesse preso, da subito, un’altra piega.
Il viaggio verso Cefalonia, il Marin lo fece col figlio quindicenne, che resterà col padre sull’isola. Attraversarono l’Italia: «Questo viaggio che ho fatto sino a Roma è stato amenissimo, e mi chiamo contento di averlo fatto, ma sempre penso alla mia cara Venezia, a’ miei amici». (27
Tanto lontano da Venezia, negli ultimi avamposti dello Stato, quindi molto lontano dal centro del potere, che gli sarebbe stato di aiuto anche psicologico, il Marin accolse la reggenza con l’indiscusso senso del dovere che lo caratterizzava. La modestia e la capacità di sacrificio non gli mancavano, ma forse a Carlo Antonio non erano sufficienti per affrontare l’aspra situazione dell’isola, dove i disordini erano endemici, e dove gli abitanti «e per genio e per cuore» per la maggior parte non potevano dirsi fedeli alla Repubblica. Gli mancavano la tempra e il coraggio militaresco, come avrebbe potuto rapportarsi con quella realtà, dove la lotta era una costante? Egli si trovava così ad essere, e se ne accorse ben presto, come il vaso di terra cotta manzoniano, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva errato la Repubblica ad affidargli tale incarico?
Soprattutto le famiglie nobili Metaxà e Anino, e altre potenti famiglie cefallene, godevano il favore di gran parte della popolazione dell’isola, e tali famiglie, essendo state in ogni tempo «infeste e contrarie alli publici instituti», fomentavano un clima ostile e contrario alla Repubblica.
Carlo Antonio per alcuni aspetti poteva essere l’uomo giusto e adatto a tale incarico: per il lungo periodo trascorso in Quarantia aveva fama di essere un comprovato legislatore, per essere un uomo che già conosceva il Levante, avendovi prestato lungamente servizio sulle navi della Marina, e per avere la moglie corcirese, cioè di cultura greca. Però il Senato non poteva sapere che il Marin sarebbe entrato, a seguito della richiesta di divorzio della moglie, in profonda crisi esistenziale e che il suo stato d’animo, afflitto e tormentato, gli avrebbe impedito, almeno in parte, la lucidità e la tempestività che il carico a Cefalonia richiedeva, poiché mentre il Marin si trovava nell’isola, all’improvviso la moglie aveva inoltrato domanda di separazione presso la Curia vescovile di Corfù, dove il matrimonio era stato celebrato. (28 L’afflizione del suo stato d’animo a causa del divorzio raggiunse momenti di vera esasperazione, complice anche il clima dell’isola: con «l’animo ridotto ippocondriaco dagli affanni e da quest’aere per me pestilenziale».
In una testimonianza, allegata alla sentenza di divorzio, del nobile Sig. Polo Cappadoce, trova conferma che la diversità inconciliabile dei caratteri della coppia fu la causa innegabile del divorzio, poiché «il Marin aveva un carattere cupo e malinconico, che Isabella non amava». (29 (
Il Marin si trovò alla reggenza di Cefalonia in un periodo assai critico per la stessa vita della Repubblica, mentre in Levante si iniziava a respirare un’aria di cospirazione e di “guerriglia”. Erano gli anni 1793-95 in cui gli Inquisitori, temendo assai il «contagio» delle idee di Francia, si erano attivati con la massima allerta per tutto lo Stato, soprattutto ai confini, minacciati dai rivoluzionari e dai loro emissari.
La «scandalosa» migrazione verso la Crimea
Durante il carico in Levante, in un contesto già molto critico per il lungo conflitto russo-turco e aggravato dagli accadimenti rivoluzionari francesi, «questi difficili, oscuri e travagliosi tempi», (30 Carlo Antonio fu implicato in uno spinoso episodio di migrazione di molti cefalleni verso la Crimea, che chiamò in causa direttamente gli stessi Inquisitori di Stato. C’era «un piano si sistematica emigrazione» e, all’inizio, il motivo per andare in Crimea, dichiarato da alcuni, era affari commerciali, poi, vista la facilità con cui venivano rilasciati i passaporti ai cefalleni, iniziò un’emigrazione consistente d’interi bastimenti. La notizia della emigrazione di molti cefalleni verso la Crimea, che vede implicato il Marin, giunse a Venezia e dette adito allo spargimento di voci negative sulla sua onestà e operato. Addolorato e dispiaciuto per le voci tendenziose e le dicerie nei suoi confronti che circolavano a Venezia, Carlo Antonio cerca con tenacia di manifestare la sua innocenza, e scrive molte lettere di discolpa agli amici veneziani e alla moglie, preoccupato di ciò che costoro avrebbero potuto pensare su di lui.
Nel giugno 1794, gli Inquisitori avevano raggiunto il Marin con una letteradura e intimidatoria, (31 sottolineando il «reo divisamento coll’abuso dei passaporti, e certificati di sudditanza rilasciati dalla sua carica», un accadimento molto importante per la sicurezza della patria. L’elevato numero delle richieste dei certificati e passaporti per l’espatrio doveva insospettirlo, e avvertire subito il Provveditore generale da Mar che avrebbe allertato gli Inquisitori. E l’esortavano a «riparare la passata indolenza» con «l’impedire ogni ulterior emigrazione».
Da Cefalonia, per arrivare in Crimea, occorreva fare un lungo percorso per mare: circumnavigare il sud della Grecia, attraversare il Mar Egeo ed entrare nel Mar Nero. La Crimea era stata conquistata dalla Russia nel 1783, e negli anni Novanta i Turchi le dichiararono guerra per riconquistare la perduta penisola.
I cefalleni migravano verso la Crimea sia per fuggire le angherie dei violenti Metaxà che per avere lavoro, cose che erano da tempo molto problematiche nell’isola. Alla Russia, l’emigrazione dei cefalleni verso la Crimea risultava un fattore positivo, poiché andava a popolare un territorio che poteva diventare filorusso. Pare che fossero i consoli russi ad incoraggiare i sudditi della Cefalonia di passare alla Russia.
Nel marzo 1794, in Francia, il Terrore era all’apice, e l’incandescente atmosfera insurrezionale spargendosi impressiona l’Europa: focolai insurrezionali emergono un po’ ovunque. In Albania, in Dalmazia e fino all’Istria, in Levante, nelle isole Ionie, i sentimenti anti-veneziani prendono forza, si coagulano e inducono all’azione gli indigeni che iniziano una migrazione verso l’Italia, a Napoli e le due Sicilie, e la Crimea. Perciò si trattava di migrazione politica non economica.
Diventato un’area politicamente molto contesa negli anni Novanta, il Levante avrebbe potuto cadere in mano francese e servire così alle manovre dei rivoluzionari giacobini per esportare la rivoluzione. E Angelo Memo, Provveditore generale da Mar, tenuto a sorvegliare attentamente la vasta area, nel novembre 1794, testimoniava che, col cambiamento del sistema politico in Francia, «era frequente la comparsa di alcune fregate francesi nei mari e porti di Vostra Serenità, e principalmente nella rada di Zante». (32
Emergerà che la eccezionale emigrazione dei cefalleni, «grave e geloso argomento», era principalmente originata da motivi politici,e proprioil malcontento verso il governo della Serenissima e la povertà dei sudditi veneti colà dimoranti favoriva la Russia. Così secondo l’ambasciatore veneziano a Pietroburgo, Nicolò Venier, nelle isole del Levante si era potuto costituire, e operava, un movimento politico in favore dell’impero russo. (33
Dopo avere svernato in Levante, Carlo Antonio farà ritorno a Venezia nella primavera del 1796, quando il giovane e impetuoso Bonaparte iniziava la turbinosa e temeraria Campagna d’Italia. Per la prudente e leale Serenissima, rimasta neutrale, si profileranno mesi difficili di trattative, mediazioni e rassicurazioni inutili: voce sempre inascoltata. Alla fine la resistenza marciana soccomberà, e in breve tempo uno Stato millenario sarà dissolto. Carlo Antonio vivrà tutto ciò: la fine di una dimensione statale indipendente e la difficile, umiliante e sottomessa relazione con lo straniero, portatore di altri fini e differenti interessi.
Dopo la Serenissima: un’altra storia
«Che cosa succederà ora alla città di Venezia? Questa città ha potuto esistere in tutta la sua opulenza, splendore bellezza solo quando era una capitale abitata dall’aristocrazia che governava la Repubblica. Quando tutti voi, patrizi, ve ne sarete andati a vivere sul continente, Venezia si consumerà. Non è vero che partirete? Che cosa ci farete qui a Venezia, non avendovi più niente da fare?» (Lettera di Giacomo Casanova a Pietro Zaguri, 4 dicembre 1797. BQSV, ms. cl. VII, cod. LXXX
Giacomo Casanova, in una lettera a Pietro Zaguri, profetizza la dissoluzione di Venezia dopo l’abdicazione del governo aristocratico, perché senza l’aristocrazia, che ne fu l’anima e l’artefice, la città sarà destinata a “consumarsi”, non esisterà più. Casanova aveva colto gran parte dello spirito profondo della civiltà veneziana, orchestrata da una aristocrazia che tanto si era spesa per la città, che l’aveva ‘ideata’, immaginata, sognata, concepita.
La Municipalità democratica veneziana, con la stretta supervisione francese, sostituirà il governo della Serenissima per un breve periodo, 17 maggio 1797 – 17 gennaio 1798. Municipalità che non godeva le simpatie politiche del Marin. Con la fine del governo democratico, la dominazione straniera di austriaci e francesi di fatto s’instaurava. La triste sorte che colpì la nobiltà non risparmiò il popolo che piombò nella più grama miseria, tanto che alcuni, vendutosi perfino il letto, erano costretti a dormire presso gli affitta letti, in luoghi malsani. Il breve avvicendamento del governo austriaco, – la cosiddetta prima dominazione austriaca – succeduta alla Municipalità democratica imposta dai francesi, riportò l’ordine ma non la ripresa economica. (34
I primi decenni dell’Ottocento sono vissuti da Venezia in sottotono, con mestizia: non più capitale di uno Stato e neppure punto di riferimento per il territorio circostante. Una totale perdita d’identità e di funzioni. Attorno solo “terra bruciata”: senza più il Levante, che apriva al variegato e brulicante mondo dell’Oriente, senza più l’entroterra, che la ancorava all’Europa: Venezia non è più “ponte” ma forzatamente isola.
Carlo Antonio, dopo la fine della Repubblica passò molto tempo nella sua casa a Gardigiano, dove finì di comporre e iniziò a dare alle stampe l’opera storica in più volumi sul commercio dei veneziani, ritenuta dall’autore gravemente mancante e tanto «necessaria, e per istruzione e per nazionale decoro». La Storia civile e politica del commercio dei Veneziani ebbe edito il primo volume nel 1798 e l’ultimo e ottavo nel 1808, e l’intera opera conterrà «non comuni ed interessanti notizie». L’opera del Marin ebbe gran fama anche presso gli stranieri, dice il Sagredo. (35
Oltre alla Storia del commercio ed altre scritture minori inedite, il Marin incominciò la Storia del commercio dei Fenici, che la morte gli impedì però di portare a termine. L’amico Giovanni Rossi ebbe modo di leggere all’Ateneo Veneto un riassunto di tale Storia, che evidentemente era già strutturata e portata parecchio avanti.
Con la fine della Repubblica, Carlo Antonio Marin si trovò privo di ogni impiego e in difficoltà economiche, come accadde a parecchi aristocratici veneziani non benestanti dopo la soppressione, da parte del governo austriaco, dei molti incarichi retribuiti esistenti presso le numerose istituzioni della Serenissima.
Con il ritorno del governo francese a Venezia il 19 gennaio 1906, il Marin presenterà domanda al Ministro dell’interno per un impiego nel nuovo archivio che si andava progettando, incoraggiato dalla ex moglie Isabella, con la quale i rapporti non si erano interrotti dopo il divorzio, e che aveva delle amicizie altolocate e delle conoscenze di rilievo nel governo Italico a Milano. (36 Il 19 marzo 1807, il Marin otteneva la nomina a direttore dell’archivio s. Teodoro, atto a contenere i documenti politici e amministrativi della ex Repubblica. Arduo fu il lavoro di ricerca, scelta, trasporto e sistemazione dei documenti veneziani nel nuovo archivio. (37
Lavoro portato avanti, con solerzia e impegno, lavoro faticosissimo, sostenuto per otto anni, e che incise sullo stato fisico di Carlo Antonio, sempre più provato, anche se la volontà di continuare il lavoro e la tenacia non mancano. Lo sosteneva altresì l’amore sincero e intenso per la Repubblica e per le sue antiche vestigia: gli archivi. La sua tempra però non lo sostiene più nel gravoso compito. Morirà per apoplessia (ictus cerebrale) il 20 aprile 1815, nella sua villa di Gardigiano, all’età di settant’anni. Verrà sepolto di fronte alla chiesa parrocchiale del paese, in quella campagna nella quale si rispecchiava, dove ebbe conforto nei momenti amari dell’esistenza, rifugio silenzioso per i suoi studi e che tanto amava. (38
- Il 28 aprile 1747, Giovanni Battista Marin qm Domenico si recava presso l’Avogaria di Comun, a Venezia, per dichiarare la nascita del proprio figlio Carlo Antonio, avvenuta il 4 gennaio 1745 m.v. a Orzinuovi (nel forte). Archivio di Stato di Venezia (d’ora in poi ASVE), Avogaria di Comun, Libro d’oro. Nascite, reg. 65, ex XV, 1741, aprile – 1760, febbraio – c. 215 r.
- Il magistrato dell’Avogaria di Comun aveva il compito di registrare sul Libro d’oro solo le nascite che avvenivano in famiglie patrizie il cui matrimonio era da considerarsi legittimo, e i cui membri, a loro volta, erano iscritti al Libro d’oro; in tal modo avveniva la tutela della purezza del corpo aristocratico. Il primo libro d’oro ebbe inizio il 1506, v. ASVE, Avogaria di Comun, Libro d’oro, Nascite, I, reg. 51, 1506, sett. – 1529, febbr.
- ASVE, Riformatori allo studio di Padova, b. 380.
- Il 12 dicembre 1609, al Senato veniva proposta dal procuratore Ferigo Contarini l’idea di un Collegio per l’istruzione dei nobili sprovvisti di beni. Dopo aver attentamente vagliato relazioni e informazioni, il Senato disponeva la fondazione dell’Accademia con decreto statutario del 17 agosto 1619, «per l’educazione ne’ costumi e nella virtù li Figlioli dell’ordine Patrizio». L’accademia venne chiamata Convitto, o Collegio poiché gli allievi ricevevano vitto e alloggio.
- ASVE, Id., b.392 – Atti vari Accademia dei nobili alla Giudecca
- Per la nomina di Sopra Comito, ASVE, Segretario alle Voci, Elezioni Maggior Consiglio, reg. 31, c. 107, aa. 1769-1779, «Nominato Sopra Comito – 1772. 10 marzo – Carlo Antonio Marin q.m Gio. Batta».
- A Corfù si radunavano, due volte l’anno, le navi marciane in attesa di partire in convoglio, la cosiddetta muda, per i porti del mediterraneo orientale sotto la scorta di due navi da guerra.
- Vittorio MALAMANI, Isabella Teotochi Albrizzi. I suoi amici. Il suo tempo, Torino 1882, p. 4. Il Cicogna pure si esprime sull’aspetto fisico del Marin dicendo che «Egli era brutto». Biblioteca Nazionale Marciana, ms. It. VII. 2291 / 9126.
- ASVE, Segretario alle voci, Elezioni Maggior Consiglio, reg. 31, aa. 1769 – 1779. Proveditor a Salò, Carlo Antonio Marinqm Giovambattista – c. 208 – 31 marzo 1777 – «si risserva il luogo». Più sotto stessa pagina Carlo Antonio Marin fù qm Giovambattista «per accetto 3 luglio 1777» – 9 febbraio 1778 m. v. (1779) – 8 giugno 1780 – 8 dicembre 1779.
- Il Palazzo Pesaro degli Orfei fu acquistato, all’inizio del XX secolo, dal pittore e collezionista spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1950, la vedova donò palazzo Fortuny al Comune di Venezia, per ospitarvi manifestazioni di carattere artistico.
- Marina Crivellari Bizio, Campi Veneziani; Venezia 2000, pp. 120-121.
- Era volontà del Senato che ai pubblici incarichi fossero elette persone leali e attente, e a tal fine interveniva disponendo che le cariche che venivano date, pure quelle dei rettori in Terra Ferma, fossero assegnate a «persone di probità e pontualità».
- Nomina di Carlo Antonio Marin qm Giovambattista in ASVE, Segretario alle Voci, Elezioni Maggior Consiglio, reg. 31, aa. 1769-1779 – c. 208 – 31 marzo 1777 – «si risserva il luogo».
- ASVE, Correttori delle leggi, b. 3, Memorie della Correzione 1780.
- Galia, galera. Soprattutto nel particolare ambiente delle Quarantie, al tempo di Giorgio Baffo, vengono a formarsi le atmosfere politiche rivendicative e frondiste e quei conflitti che, maturando, si infiltreranno tenaci nel conservatorismo veneziano. Su Giorgio Baffo, il suo tempo e la sua poesia, Piero DEL NEGRO, Politica e cultura nella Venezia di metà Settecento. La “poesia barona” di Giorgio Baffo “quarantiotto”, in “Comunità”, anno XXXVI, ottobre 1982, pp. 312-425.
- Sentenza emanata l’11 luglio 1788, in ASVE, Consiglio dei dieci, Deliberazioni secrete, b. 80.
- ASVE, Segretario alle Voci, Elezioni a Consigli, reg. 5 – Elezioni del Maggior Consiglio per la Quarantia Civil Nuova (1749-1796), f. 37 r. Carlo Antonio Marin fù di Gio:Batta risulta eletto il 6 ottobre 1781 alla Civil Vecchia. Tribunali civili veneziani di appello erano le Quarantie Civil Nuova e Vecchia, mentre era tribunale penale la Quarantia Criminal. I tre consigli delle Quarantie e i due collegi dei XX Savi e dei XII componevano l’assetto giudiziario di appello a Venezia e ciò valeva per tutto lo Stato. I cosiddetti «Spazzi» erano le sentenze emesse dal Consiglio di 40 criminal – Quarantia criminal – ed erano firmate dai tre Capi di Quarantia.
- ASVE, Quarantia civil vecchia, b. 199 – Elenchi mensili dei giudici componenti la Quarantia a. 1782. Per notizie sulle Quarantie, v. anche A. Da Mosto, L’Archivio di Stato di Venezia, tomo I, Roma 1937 e G. Maranini, La Costituzione di Venezia, Firenze 1974, rist. anastatica ed. 1927.
- Biblioteca Museo Correr, Op. 762.18, Venezia, Agostino Sagredo, Biografia di C. A. Marin e Voce Carlo Antonio Marin compilata sempre da Agostino Sagredo, inBiografie degli Italiani illustri nelle scienze, lettere ed arti del secolo XVIII, e de’ contemporanei compilate da letterati italiani di ogni provincia e pubblicate a cura di Emilio De Tipaldo, Venezia, tip, di Alvisopoli, MDCCCXXXVI – 1834-1845, Vol. 3°, pp.485-490.
- ASVE, Segretario alle Voci, Elezioni a Consigli, reg. 5 – Elezioni del Maggior Coniglio per la Quarantia Civil Nuova, 1749-1796.
- ASVE,Collegio, Relazioni finali di ambasciatori e pubblici rappresentanti, b. 83,Sommario di Relazione del N.H. Alberto Magno ritornato di Provveditore a Cefalonia prodotta al Ecc.mo Senato, 1759, 3 dicembre. Questa di Alberto Magno è una relazione splendida, che rende dell’isola un quadro completo, complesso e politicamente interessante.
- Isola montuosa (M. Enos, 1620 m.) è in parte coperta da boschi. Produzione di cereali, olio, uve pregiate. Vicino vi è l’isola di Zante (Zacinto in greco). Rimase possedimento veneziano fino al 1797.
- Cefalonia dette sempre problemi alla Repubblica, che purtuttavia considerò le difficoltà politiche con tempismo e non risparmiò molti tentativi per ovviare alla endemica violenza. Era una delle sette isole Ionie, possedimenti veneziani in Levante: Corfù, Zante, Cefalonia, Itaca, Santa Maura, Cerigo, Cerigotto.
- ASVE, Segretario alle Voci, Elezioni in Maggior Consiglio, reg. 33, aa. 1789 – 1797, c. 211, solo in microfilm, bobina 106. Nomina di Provveditore di Cefalonia a Carlo Antonio Marin per il periodo2 nov. 1793 – 1° nov. 1795, carico che durava 24 mesi.
- Il governo instituito a Cefalonia era composto da autorità veneziane e locali. Le autorità venete erano il Provveditore, due Consiglieri ed un Segretario, tutti patrizi veneti eletti ogni due anni dal Senato, e questi costituivano il governo veneziano propriamente detto ossia Reggimento.
- Da luglio 1793, Isabella non abita più al Ponte dei Barettieri con Carlo Antonio, bensì in «Frezzeria», a s. Moisè. Ormai fa coppia fissa col N.H. Giuseppe Albrizzi, ed era in programma un matrimonio tra i due.
- BMC, mss. P.D. 548 C/197, C. A. Marin. Lettere a Rocco Stradi. Lettera n. 13 – Roma li 27 settembre 1793.
- BMC, mss. PD 564 C – Istanza e Atti annullamento del matrimonio di IsabellaTeotochi – Processo Verbale; Dichiarazioni dei Testimoni; Atti della Curia Arcivescovile di Corfù.
- Nel suo diario manoscritto,E. A. Cicogna dice che il Marin era brutto, poco avvenente insomma, soprattutto per una donna molto più giovane di lui.
- ASVE, Inquisitori di Stato, b. 209, Relazioni del Segretario degli Inquisitori di Stato, 1783-1796, Relazione di Giuseppe Gradenigo, segretario degli Inquisitori di Stato, dell’ottobre 1793.
- ASVE, Inquisitori di Stato, b. 38, Lettere degli Inquisitori ai rettori di Cefalonia 1750-94 e altri, lettera 13 giugno 1794. Inquisitori: Agostino Barbarigo, Angelo Maria Gabriel, Giovanni Emo.
- MEMO Angelo, Relazione del nobile Angelo Memo, ritornato Provveditor generale da Mar, relazione 28 novembre 1794, Venezia 1867, pp. 10-11.
- ASVE, Municipalità provvisoria, Democrazia 1797, b. 185 – Corrispondenza diplomatica, Dispaccio 2 giugno 1797 dell’ambasciatore Nicolò Venier.
- COSTANTINI Massimo, Lineamenti di storiografia economica di Venezia nell’Ottocento, in Venezia nell’Ottocento, a cura di Massimo COSTANTINI, «Cheiron», Mantova 1991, p. 161.
- Biblioteca Museo Correr, Venezia, Op. 762.18, Agostino Sagredo, cit.
- Isabella era un’aperta simpatizzante del governo francese, verso il quale poteva vantare delle conoscenze, ma non sarà così quando ritorneranno a governare gli austriaci. Durante la seconda dominazione austriaca, Isabella sarà politicamente molto sorvegliata, perché latrice di forti simpatie francesi e russe, che il governo austriaco guardava con molta circospezione.
- Per il lavoro del Marin per l’archivio s. Teodoro, v. Amelia VIANELLO, L’archivio s. Teodoro. Archivi e memoria nell’Ottocento, in «Terra d’Este», rivista di storia e cultura, n. 63, a. XXXII, 2022, Este, Gabinetto di Lettura, pp. 47-93.
- Con la restaurazione austriaca venne ripresa l’idea dell’istituzione di un archivio generale, e il 13 dicembre 1815 Francesco I deliberava la concentrazione in un unico edificio di tutti gli archivi di Venezia. Veniva altresì nominato direttore dell’archivio Jacopo Chiodo. Si erano nel frattempo aggiunti molti altri documenti, provenienti dagli antichi archivi delle corporazioni religiose e delle scuole e quelli delle corporazioni artigiane
Bibliografia
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Id., Un sistema giuridico repubblicano: Venezia e il suo Stato territoriale (secc. XV-XVIII), in Il diritto patrio tra diritto comune e codificazione (secc. XVI-XIX), Atti del Convegno (Alghero, 4-6 novembre 2004), Viella, Roma 2006, pp. 297-352.
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