Di Alessandro Zanotto
Nella toponomastica veneziana non mancano i richiami agli Albanesi, in quanto sono i toponimi più diffusi.
In cinque sestieri su sei è certificato il richiamo all’Albania: a Santa Croce vi è una Calle degli Albanesi; un’altra degli Albanesi si trova dietro la chiesa dei Frari; a Canaregio esiste una Calle degli Albanesi, un Ramo degli Albanesi, un Campiello degli Albanesi sono nella zona di San Felice, verso Fondamenta Priuli; a Castello, la stretta calle che oggi separa l’edificio delle Prigioni ricorda gli Albanesi. La presenza albanese la troviamo anche nel cuore stesso della millenaria storia veneziana: il palazzo Ducale, nel cui imponente soffitto e lungo le pareti della Sala del Maggior Consiglio si snodano le grandi tappe della potenza marciana. Proprio ai fianchi del grande ovale del soffitto con l’Apoteosi di Venezia, due comparti, rispettivamente a destra e a sinistra, “raccontano” due vittorie sui Turchi, in postazioni chiave dei commerci veneziani: la conquista di Smirne, nel mare Egeo, diretta nel 1471 da Pietro Mocenigo e la resistenza della città di Scutari, guidata da Antonio Loredan nel 1474.
Dopo il 1571, Venezia continuò a usare il nome di quel Paese denominando Albania Veneta una ridottissima porzione di costa adriatica corrispondente, più o meno, alle Bocche di Cattaro con Budua (dopo aver perduto Antivari e Dulcigno e quasi tutti i propri possedimenti
in Albania)[1]. Nell’ambigua denominazione, si volle mantenere, da parte della Serenissima il ricordo dell’Albania storica, dell’Albania propria, e di quella strategica linea di costa in cui dalle foci della Boiana, a Capo Rodoni e Durazzo, da Saseno (Valona) a Butrinto, il patriziato veneto fin dal Medioevo aveva messo le basi per le proprie fortune in Levante. Spesso si equivocò su questa denominazione, confondendo l’Albania Veneta con l’Albania veneziana. Un Provveditore Generale veneziano in “Dalmazia e Albania” ebbe sede a Zara, a partire dal 1597, naturalmente anche in Castelnuovo all’ingresso delle Bocche di Cattaro che prese il nome ufficiale di Castelnuovo di Albania, per distinguerlo dall’omonimo villaggio tra Spalato e Traù.
Antichi portolani rappresentano l’Adriatico come il Golfo che per secoli la Serenissima Repubblica di Venezia volle considerare come proprio e come tale riconosciuto da geografi arabi, quale Idrisi, ancora alla metà del secolo XII, veniva denominato appunto “Culfus Venetiarum”.
A Dulcigno, una città fortificata agli inizi dell’Albania Veneta, vi è un palazzetto con una epigrafe sul portale, la quale recita: NEMO PROPHETA [in Patria Sua].
Nemo Propheta in Patria Sua[2]…dove e quando, ma soprattutto chi e perché si dovette incidere in caratteri latini questo epitaffio sulla lapide sepolcrale?
L’epigrafe fu incisa sulla lastra della tomba di Andrea “Il Grande”, il primo Conte Zanotto del ramo di San Moisè, il quale fu in seguito soprannominato “dei zij scarlati”[3]. Il soprannome deriva da un fatto di sangue che lo colpì profondamente: quando i turchi a Devín piantarono un palo su cui infilzarono la testa di sua moglie, il sangue colando cadde su un cespuglio di gigli bianchi rendendoli rossi; pare che Andrea sia riuscito a raccogliere tre fiori di quella pianta e che se li portasse sempre con sé in ricordo della sua amata. A Venezia li fece aggiungere al suo blasone, ove tuttora permangono.
Andrea prima di giungere a Dulcigno, consegnò alla Storia molte delle sue imprese, avendo trascorso la maggior parte della vita sui campi di battaglia, l’esperienza acquisita gli permise di concepire quegli accorgimenti ecclettici per una “formazione da combattimento”[4]. La sua unità di cavalleria all’occorrenza non disdegnava a trasformarsi in fanteria, per adattarsi al tipo di battaglia e al terreno dove si doveva combattere.
Il 19 novembre del 1521, affiancò con i “suoi” le trecento “lance” veneziane a difesa di Porta Ticinese a Milano, naturalmente fu anche al servizio di Giovanni dalle Bande Nere[5] alla battaglia di Pavia[6]; ivi seppe, da alcuni nobili ungheresi prigionieri al servizio degli imperiali, che i Turchi avrebbero invaso presto il regno decise di giungere al castello di Devín[7], contro gli Ottomani[8]. L’intromissione dei “nuovi arrivati” fece infuriare il comandante turco Muhad Nasha paşa, il quale riunì il suo famoso “battaglione sacro” e attaccò il castello oltre il confine, senza il benestare della “Porta”[9]. Andrea formò una “torma” di cinquanta cavalieri[10] con i quali attaccò ripetutamente e ferocemente il campo ottomano, permettendo così l’avvicinarsi della colonna di soccorso inviatagli per ricacciare i Turchi oltre confine[11]. Il Keglević gli concesse il titolo comitale assieme con il fratello e nobilitò tutti gli ottanta uomini rimasti della guarnigione[12]. Da alcuni ufficiali della colonna di rifornimenti si seppe che l’esercito di lanzichenecchi e spagnoli, che aveva invaso l’Italia era un’orda senza controllo, malgrado il Conestabile di Borbone cercasse di trattenerli, si stava dirigendo verso Roma contro il Papa. Allora nominò uno degli ufficiali appena nobilitati, suo successore al comando (con il consenso del feudatario) e si precipitò verso l’Italia, ovviamente l’intera torma lo seguì volontariamente.
A tappe forzate (in meno di tre settimane) arrivò in Italia, ma giunse troppo tardi per aiutare Giovanni dalle bande nere, ma non per accompagnarlo nella morte[13]. A Roma il 6 maggio 1527 gli venne affidata la porta del Torrione[14] con Lucantonio Tomassoni e circa mille dei veterani delle Bande Nere. Dopo aver dovuto abbandonare le mura si rifugiò nel palazzo di Isabella Gonzaga, l’unico punto “salvo” della città[15]. Conoscendo bene Roma, Andrea[16], fu uno degli ideatori dello stratagemma per far fuggire il Papa dall’assedio di Castel Sant’Angelo: il 7 dicembre 1527[17].
La leggenda vuole che dei suoi fedeli, della torma e dei veterani di Giovanni, dopo vari scontri, non uno sopravvisse, ma nessun lanzo che li aveva uccisi lo poté raccontare.
Tanto fu il suo valore a Roma che alcuni soldati della guardia svizzera intonarono più volte il loro canto di guerra, modificato per l’occasione: “Solo un svizzero può battere un altro svizzero, ma solo un Leone può difenderlo”. Dopo una vita passata con la spada in mano, stanco, si dedicò a rifocillare la fortuna di famiglia: importando il “sapone di Aleppo”, tanto desiderato a Venezia, grosse quantità di granaglie, e al “bene” della Repubblica. Si trasferisce a Spalato da cui viaggiò, in incognito, nel Mediterraneo come “osservatore”[18]. Durante una delle sue numerose missioni, quando fu inviato a riscattare alcuni prigionieri, gli venne attribuito anche un ritratto a penna dell’ex pirata Barbarossa, diventato beylerbey e Kapudan paşa Khair ad-din: il grande ammiraglio della flotta turca nonché ministro della guerra, e della sua galea personale vista nel porto di Algeri.
Tornò per breve tempo a Venezia, soggiornando a Ca’ Zanotto di San Moisè[19] dove iniziò a scrivere le sue memorie e modificò l’antico blasone divenendo: “trinciato, di verde e di rosso, al leone rampante dell’uno all’altro, alla cotissa d’oro attraversante sul tutto, caricata di tre gigli di rosso; la zampa era alzata perché posava sulla testa di un giannizzero, tipico dell’araldica slovacco-ungherese del cinquecento, ma il figlio Antonio lo convinse a eliminare il turpe trofeo, perché mal si confaceva alla mentalità veneziana.
Lascia Venezia per sempre per dirigersi a Dulcigno, dove raggiunti i settant’anni concluderà i suoi giorni, imprimendo anche il suo motto personale: “SEMPER LEO”, “Sempre Leone” e lui lo fu davvero. Suo figlio Antonio, di carattere guerriero come il padre e con il ricordo della fine della madre, lo accompagnò sempre finché ebbe la dirigenza dell’avviata impresa di famiglia.
Antonio, incantato dalla bellezza del posto, che lo scrittore medievale turco Evliya Celebi definì un “bocciolo di rosa”, dopo il matrimonio con una nobile di Dulcigno, decise di trasferire la famiglia e gli affari nella città della moglie[20]. La città-fortezza[21] dai primi del XV secolo è veneziana, tantoché nel settembre 1405 il Senato Veneziano elegge il primo conte e capitano veneziano. Nello stesso anno i nobili delle famiglie Nichi (o Nicho), de Senis, Mexi, Jacho de Chamazo, Edome de Pinze e Marco de Chanaza, per diversi anni ricevettero premi avendo sostenuto l’intervento di Venezia (viriliter et fideliter se gesserunt[22]). Nei primi mesi del 1406, su istanza di alcuni ambasciatori dulcignani, il doge Michele Steno confermò i trattati con Dulcigno del 24 luglio 1405, sottoscritti da Marino Caravello quale delegato dogale. Due anni dopo i Balšić[23] riconoscobbero ai veneziani i diritti su Dulcigno, però pochi mesi dopo ruppero il trattato, la risposta veneziana non si fece attendere e una flotta da guerra si presentò davanti alla città. Con la pace di Durazzo del 1408 venne sancita l’influenza veneta sulla città. Purtroppo per un altro trattato, Venezia, nel 1412 dovette cedere Dulcigno ai Balsha, in cambio di ampie garanzie e alla promessa di trattare bene gli abitanti e di non compiere vendette. Il comportamento ostile dei Balsha non cambiò e nel 1419 devastarono i luoghi di culto cattolici. Ciò provoca la dura reazione della Serenissima e nel 1420, dopo sette anni di oppressione, Dulcigno venne liberata e nel 1421 sottoscrisse un atto di dedizione a Venezia. La Dulcigno nel 1562[24], era strategicamente una delle fortezze con porto più importanti dell’intero Adriatico orientale[25]. I dulcignani, malgrado le continue vessazioni esterne, rimasero sempre fedeli a Venezia e guarderanno con speranza al ritorno dei veneziani.
Perché questa piccola cittadina alla fine della Dalmazia e contemporaneamente agli inizi dell’Albania Veneta[26] era così importante? Perché per la sua posizione geografica era un luogo strategico, sia militarmente sia commercialmente, nonché uno dei pochi avamposti di Venezia rimasti in quella zona; uno degli ultimi baluardi veneziani nella zona[27]. La roccaforte invogliava da sempre tutti coloro che la conobbero, era ed è una delle perle dell’Adriatico[28], e in particolar modo i Turchi e gli Slavi[29]. Per quanto bella e importante ad alto livello militare e commerciale, il territorio era inadatto alla maggior parte delle coltivazioni a causa del suo aspetto “carsico”. La città soffriva molto, per la sua posizione geografica, di continui attacchi, che minavano la piccola economia locale costituita dalla viticoltura e dall’olivicoltura, da parte dei vicini serbi e bosniaci e dai contadini delle province circostanti. Nel 1553 la fortezza era difesa da soli otto soldati, al comando di un ufficiale veneziano, oltre a diciotto fanti al comando di un capitano padovano, diciannove stradioti al comando di due capitani albanesi e 24 soldati nativi dei Balcani.
I capitani Bon ed Erizzo,1559, perorano la causa dell’importanza politica di Dulcigno al Senato sostenendo che malgrado le difficoltà, perdere quella città, non avrebbe consentito di mantenere libera la via verso il resto dell’Albania e della Grecia. Successivamente Antonio Diedo, la classificherà “tra le città situate all’inizio dell’Arberia e alla fine della Dalmazia”. I capitani di Dulcigno vivevano in una situazione stringente, specialmente perché dovevano ridurre al minimo ogni spesa non necessaria, la maggior parte non fece neppure scolpire la propria arma[30], malgrado l’alto grado di povertà a cui erano sottoposti i cittadini[31], rimasero fedeli alla Serenissima[32].
Le casse delle paghe erano vuote, non c’era più denaro per pagarli, ma non cedettero, erano sicuri che la Serenissima li avrebbe ricompensati come aveva sempre fatto in passato[33].
Nel 1571 Dulcigno venne assediata da un enorme contingente ottomano al comando di Piali paša[34]. Resistette strenuamente anche grazie all’irruenza dei montanari Clementi, posizionati nei punti più vulnerabili delle mura. Gli atti eroici non si contavano e per questo i turchi decisero di affidarsi al bombardamento delle mura per fiaccare la resistenza, ma nemmeno questo bastò. Il dignitario ottomano per inasprire il bombardamento dovette chiedere vari rifornimenti alle città ormai sotto il giogo turco, in quanto i suoi uomini erano stati decimati negli assalti. Purtroppo i rifornimenti e i contingenti giunsero in tempo e dopo un intenso bombardamento di ben dodici giorni, a metà luglio del 1571, la cittadina era costretta ad arrendersi, avevano prolungato la loro resistenza ben oltre il possibile…da settimane non avevano più né cibo né polvere da sparo, combattevano solo all’arma bianca. Alla notizia della resa alcune suore, per non cadere in mano turca, si gettarono dalle mura della città[35]. I Turchi non rispettarono i capitolati di resa: che prevedevano l’onore delle armi per i difensori e le loro famiglie e per chi voleva abbandonare la città. I nemici divisero sulla pubblica piazza la popolazione rimasta in città in questo modo: facendo pescare ai capi famiglia un sasso bianco, nero e grigio. Il bianco dava salva la vita, se diventavano mussulmani (rinnegati), il nero la morte e il grigio li inviava al mercato degli schiavi. Il paša pensava così di distruggere la resistenza e l’ostilità albanese, era convinto di aver di fronte solo degli schiavi o degli “attrezzi parlanti”, si sbagliava in quanto è risaputo che nulla piega gli albanesi se non vogliono farlo: sono sempre stati un popolo fiero e fedele. Quando fu il turno di Antonio, esso non volle estrarre il sasso e chiuse il sacchetto (non voleva togliere a un altro la possibilità di salvare sé stesso e la propria famiglia) rese ancora più plateale ed evidente “il suo essere un LEONE” inveendo e sorridendo durante la sua arroventata “filippica” contro il paša[36]. Poco dopo fu decapitato in piedi, morte onorevole, per espressa richiesta dei giannizzeri, infatti era un guerriero e come tale, secondo il codice di guerra e morale di questo corpo scelto, meritava una morte degna di un grande condottiero [37].
Il conte Antonio Zanotto, non fu una persona di primo piano, ma il suo coraggio e il suo “essere il figlio di Andrea Il Grande” lo fece entrare nella leggenda. I comandanti giannizzeri, pertanto, fecero aprire la tomba del padre nella chiesa di Santa Maria e lo deposero con la sua spada, perché tutti sapessero che era morto un vero guerriero. Per questi grandi soldati un valoroso era sempre al di sopra di ogni concetto religioso e meritava rispetto. Per scolpire ed iscrivere in esterno nella memoria, questo nobile concetto, fecero incidere sulla tomba che lo ospitava l’epigrafe: “NEMO PROPHETA IN PATRIA SUA”… Il terzo figlio, Giacomo[38], nato a Dulcigno lasciò la piazzaforte anni prima della morte del padre, per servigi alla Repubblica nel Levante: non fu da meno né del nonno né del padre, fu educato all’uso delle armi e alle diverse lingue parlate nella società multietnica con cui era in contatto. Venne richiamato a Venezia d’urgenza[39]: in una riunione privata con il Consiglio dei X, seppe della morte del padre e quale sarebbe stato il suo futuro ruolo. Accettò di promuovere azioni di guerriglia e disturbo ai danni delle varie piazza-forti ottomane. Inoltre portò le sue azioni persino nei dintorni della stessa Costantinopoli assoldando bande: di briganti, assassini ed altro purché distogliessero battaglioni di soldati dal fronte. Partecipò in prima persona alla battaglia di Lepanto come descrive la tradizione[40]. Combatté valorosamente assieme al conte Andrea Provana di Leynì, al quale gli chiese di non figurare nel suo rapporto al suo duca, e il Leynì, benché non convinto, accettò ma volle menzionare l’aiuto di un rappresentante del Venier sulla sua nave.
Giacomo, per gli innumerevoli atti di coraggio, venne creato Cavaliere di San Marco Ereditario (Kr) dal doge Alvise Mocenigo I nelle sue stanze private: con ducale datata 16 dicembre 1571 ricevette il beneficio trasmissibile a tutti i suoi discendenti legittimi in perpetuo. Si conserva parte della sua brigantina, la sua borgognotta con buffa, il suo scudo da parata, la mappa originale manoscritta di una insenatura vicino a Costantinopoli e una miniatura definita come l’apoteosi del padre Antonio.
Durante un altro viaggio, sfortuna volle che la sua galea venisse attaccata e catturata dai pirati. Venne portato in catene a Costantinopoli[41]. Fu prigioniero: prima nella Rumelia poi nella Anadoluhisari in attesa del riscatto, patì in prigione torture e solamente con la carità pubblica della Repubblica poté ritornare in patria. Tornò a Venezia[42] e qualche anno dopo morì.
Solo nel 1722[43], per circa un anno Venezia riuscì a riprendersi la cittadella e la fortezza, dalle mani dei Turchi. La chiesa di Santa Maria, divenne prima moschea e lo restò finché non divenne parte del museo, molte lastre del pavimento rovinate vennero scartate, una di queste era la tomba che ospitò Andrea I il Grande e il figlio Antonio[44].
Giunsi a Dulcigno vent’anni fa alla ricerca delle tracce di Antonio e del padre Andrea. Desideravo ritrovare la loro tomba, così inizialmente mi rivolsi al più vicino episcopato cattolico, e da qui, venni indirizzato ad un anziano religioso locale, che spesso transitava per Ulcinj. Parlava un italiano un po’ stentato, ma comprensibilissimo. Mi presentai e sentendo il cognome mi disse che non gli era sconosciuto, ma che non ricordava esattamente dove lo aveva udito, pertanto ci rimuginava sopra mentre camminava. Allora cercai di solleticare la sua memoria riferendogli che almeno due miei avi erano morti qui, uno dei quali per difendere la città dai turchi prima della battaglia di Lepanto.
Mi raccontò ciò che aveva letto nelle cronache riguardo all’assedio e all’eroismo della difesa della città da parte dei miei avi. Allora gli chiesi se conosceva dove fossero situate le loro tombe, ma rispose che non erano più in questo luogo, ma un pezzo della loro lastra tombale era stato messo sul portale di quella che doveva essere stata la loro casa. Gli chiesi la cortesia di accompagnarmi a vederla, ma, scusandosi, disse che doveva rientrare, lasciandomi delle indicazioni confuse, che non furono sufficienti per ritrovare la tanto sospirata abitazione dei miei avi. Anni dopo, con gran sorpresa, vidi quello che stavo cercando tra le foto del Signor Gëzim Mavriqi e rimembrando le parole del consacrato, gli appunti, le sue descrizioni del luogo che custodivo gelosamente, scoprii che era proprio ciò che cercavo. Anche se all’epoca non riuscii a vederla di persona, fu per me un’immensa emozione sapere che era rimasta traccia dei miei antenati, in quella terra che tanto avevano amato: un amore pagato con la vita.
[1] Cfr. L. Nadin, Venezia e Albania una storia di incontri e secolari legami, Venezia 2013.
[2] “Nessuno è profeta nella propria patria, essendo morto eroicamente gli albanesi di Dulcigno lo avevano “adottato”, perché i martiri non muoiono mai… le parole sono tratte dalla frase nemo propheta acceptus est in patria sua «nessun profeta è gradito in patria», riferita ai Vangeli (Luca 4, 24; cfr. anche Matteo 13, 57, Marco 6, 4, Giovanni 4, 44), pare sia stata pronunciata da Gesù in Nazareth per la fredda accoglienza dei suoi conterranei.
[3] Dei Gigli scarlati.
A. Zanotto, La Ca’ Zanotto e chi vi dimorò, ascesa e declino… in Storia Veneta, 73, 2023, p. 26.
[4] Composta principalmente da cavalleria armata di archibugi, di balestre e da una unità di artiglieri che trasportavano piccole colubrine o falconetti sui carretti trainati da cavalli, implementando un volume di fuoco e di movimento mai vista rispetto alle lente e pesanti e soprattutto molto ingombranti artiglierie dell’epoca, la quale poteva muoversi come l’acqua assumendo le forme per adattarsi alla situazione.
[5]L’amicizia più o meno espressa, si salda, quando entrambi si ritrovano al servizio dei Francesi nei primi di dicembre del 1524, durante l’assedio di Pavia. Davanti al fuoco dell’accampamento compose una canzonetta a favore di Giovanni contro gli imperiali (nella quale paragona l’imperatore Carlo V ad una recluta inesperta, lo chiama “picca secca”. Nel 1525 per curare la ferita di un’archibugiata ricevuta nella coscia, a Piacenza, il de’ Medici (Zuanin, come lo chiamavano nella cosmopolita città lagunare), si trasferirà ad Abano, e successivamente a Venezia per la convalescenza. A Venezia rimarrà da maggio ad agosto, passerà parecchi giorni a Palazzo Giustiniani a San Moisè e in Casa Zanotto e in molte altre dimore, li prenderà anche contatto con l’amico Ludovico Michiel (per perorare la sua proposta di entrare al servizio del governo) ma il suo carattere esuberante poco si accomodava con la mentalità veneziana.
Bib.Ric. manoscr. Cartaceo sec. XVI ccIr-46r.
Ciampi 1833, pp. 135-179.
Cfr. De’ Rossi 1989.
Batini 2005, pp. 150-157.
Successivamente il de’ Medici ripartirà al servizio del papa e Andrea si dirigerà verso il regno d’Ungheria.
[6] Combattuta tra la notte del 23 e la mattinata del 24 febbraio 1525.
[7] Nei pressi di Bratislava. Ferdinando non era affatto favorevole alla presenza di un veneziano tra le sue fila, non capiva il suo vero ruolo e per questo era costantemente sotto controllo, in quanto la Serenissima sosteneva Giovanni Zápolya (posto sul trono grazie ad Alvise Gritti, il figlio illegittimo del doge Andrea Gritti, che dell’Ungheria era governatore per conto della Sublime Porta). Carlo V, fratello di Ferdinando, voleva attaccare la Serenissima. Ferdinando era posto “tra l’incudine e il martello” e contemporaneamente non poteva contrariare la potente famiglia Keglević a “capo dei suoi feudatari”, quindi non poté far altro che accettare. Gli Asburgo, dopo la disfatta di Mohàcs del 29 agosto 1526, nella porzione restante del regno di Ungheria avevano istituito una fascia militarizzata a occidente del lago Balaton, dai Carpazi al mare, con capitale Pozsony (Bratislava).
[8] Comandato da Solimano il Magnifico (o kanuni, il legislatore, alla turca) con il gran visir Ibrahim (sul quale si tramandavano molte leggende sulle sue umili origini greche e la sua mirabolante carriera, che lo farà finire strangolato per la fatwa concepita apposta da Solimano, il quale aveva giurato di non ucciderlo, ma perse lo scontro “sotterraneo” con la bella Roxellana, favorita di Solimano e questo decretò la sua morte).
[9] Per “vincere facile” catturò la moglie di Andrea, la sorella del feudatario slovacco, con le altre mogli degli ufficiali nella cittadina antistante il castello. Le donne subirono tortura e altre azioni violente, le loro teste vennero infilate su dei pali davanti alla fortezza.
[10] assistito dal nipote Giovanni addestrò gli ufficiali e i nobili minori, aiutato da alcuni dei suoi mercenari.
[11] i messaggeri inviati a chiedere soccorso avevano compiuto la loro missione. Una colonna di soccorso composta da diversi mercenari era in arrivo.
[12] Talvolta, per i loro privilegi, i grandi nobili del regno d’Ungheria potevano concedere, a loro volta, titoli nobiliari minori a uomini di fiducia. Ufficialmente questo atto doveva essere riconosciuto anche dal Re, ma non essendoci un “vero” re, si necessitò sempre meno del consenso regio, soprattutto perché vi erano due re contemporaneamente.
Cfr. Aszatalos.-Petho 1930, pagine riguardanti il “dopo Mohacs”.
Dvornik 1968, p.40.
von Volborth 1981, p. 122.
Non sono oramai più presenti né la patente né la minuta, tuttavia fino a pochi anni fa era presente nell’archivio cartaceo diplomatico ungherese una loro lettera, nella quale si menzionano i due fratelli con il titolo comitale.
Manoscr.: 1526. 21. Sept.
All’interno della lettera si cita Andreaes et Joannis Zanoto, comiti Posoniensi, pro praestitis, et praestandis servitiis plenariam facultatem dat, de universis bonis suis disponendi.
[13]Il suo “vecchio” amico prima di morire gli disse che era contento di morire accompagnato “dall’uomo più valoroso che avesse mai conosciuto”.
[14] uno dei punti più deboli della cerchia muraria, detta anche del Tritone, oggi conosciuta come Porta Cavalleggeri.
[15] solo perché il figlio di Isabella, Luigi Gonzaga detto “Rodomonte” era uno dei capitani dell’esercito imperiale, il quale pose a guardia due dei suoi battaglioni per evitare il saccheggio lanzichenecco. Isabella salvò e ospitò circa 3000 persone nel suo palazzo, tra cui gli ambasciatori di Venezia e Mantova Domenico Venier e Francesco Gonzaga.
[16] Ferito da una freccia e da un verrettone di balestra fu curato alla meglio e tornò a combattere. Le punte della freccia e del verrettone si conservano ancora nel nostro archivio.
[17] una trentina di cavalieri “coperti” da un forte reparto di archibugieri agli ordini di Luigi Gonzaga “Rodomonte”, guidati dallo stesso conte Andrea Zanotto, “nascosto” tra le file del Gonzaga, assaltarono il palazzo del quartiere Prati liberando Clemente VII che venne travestito da ortolano per superare le mura della città, poi, scortato da 500 cavalieri fino a Orvieto.
Cfr. Buonaparte 1756, p. 131.
[18]Quando fu inviato a riscattare alcuni prigionieri o durante una delle sue numerose missioni.
[19] A. Zanotto 2023, p. 22-32.
[20] Dalla quale ebbe sette figli: Alvise, Marino, Giacomo, Bortolomio, Andrea, Cristoforo Lorenzo, Cristoforo.
[21] Sorge sopra un promontorio quasi a picco sul mare, dove termina la costa montuosa illirica e inizia quella piatta dell’Albania. È posta in parte lungo il mare, in parte sulla pianura e sulla collina. La vecchia cittadella conserva ancora la struttura medievale con le sue viuzze strette ed erte. Nelle vicinanze della chiesa latina di Santa Maria, dopo il 1571 diventò moschea e dal 1975 fa parte del complesso museale locale. La fortezza ha due porte, una nella parte inferiore dal mare e l’altra da terra nella parte superiore. Le mura medievali del castello furono costruite con pietre triangolari di conglomerato vulcanico. Mentre la forma triangolare della costruzione del castello risale al dominio veneziano. Da Capo Suke si può scorgere Capo Rodoni (Durazzo) e il Castello di Skanderbeg (a Kruje) e la grotta di Haxhi Ali nella penisola di Karaburun (Valona). Con questi punti di riferimento i dulcignani si orientavano verso il mare.
[22] si sono comportati virilmente e fedelmente.
[23] La famiglia di origine albanese dei Balšić o Balsha o Balshaj, fu una nobile famiglia che governò la Zeta e le zone costiere del Montenegro e dell’ Albania settentrionale, dal 1362 al 1421, durante e dopo la caduta dell’Impero serbo . Balša , il fondatore, faceva parte della nobiltà minore, la cui signoria si fermava a un solo villaggio durante il regno dell’imperatore Dušan il Potente ( 1331–1355), fu solo dopo la morte dell’imperatore, che i tre figli di Balša ottennero il potere nella Bassa Zeta dopo aver acquisito le terre degli Žarko (1336–1360) con un assassinio e espandendosi anche nella Zeta Superiore assassinando il voivoda e čelnik Đuraš Ilijić (1326–1362). Furono riconosciuti come “oblastni gospodari” di Zeta negli editti dell’imperatore Uroš il Debole (1355–1371). Dopo la morte di Uroš, la famiglia iniziò una faida contro i Mrnjavčevići , che controllavano la Macedonia .
Quando l’ultimo signore del ramo principale della famiglia, Balša III morì nel 1421 senza eredi, i suoi possedimenti furono passati allo zio, il despota Stefano l’Alto . I Macedoni chiesero aiuto alla Serenissima, la quale intervenne con il suo potenziale bellico estromettendo i Balša e annettendo al suo Stato da Mar le città di Bar e Dulcigno.
La famiglia compare nell’armoriale miniato del monastero francescano bosniaco di Fojnica (comprendente 139 stemmi), redatto tra il 1635 e il 1662
[24] Per i servigi resi, il Governo veneziano, con ducale del doge Gerolamo Priuli datata 15 aprile 1562, in cui si sottolinea il buon risultato degli incarichi portati a termine per la Repubblica, gli venne riconosciuto il titolo comitale in forma onorifica.
[25] I dulcignani resteranno sempre fedeli alla Serenissima e guarderanno con speranza il ritorno dei veneziani.
[26] Coronelli V. M., Isolario, 1696, pp. 161-162.
[27] una barriera ma soprattutto una sentinella contro i turchi e i loro pirati che imperversavano sulle coste.
[28] La storia di Dulcigno ha una storia, anche se travagliata, molto antica, essa ha più di tremila anni. Fondata da un popolo precedente ai greci della Colchide (abitato situato ad ovest rispetto all’odierna Dulcigno), che la conquistarono e la rifondarono con i toponimi di Ουλκίνιον (Oulkinion), ai quali si deve il primo nucleo della fortezza. Fu conquistata a sua volta dagli Illiri che la ribattezzarono Ulkinon da ulk (lupo). Dopo la sconfitta del re Genzio in occasione della terza guerra illirica, i Romani penetrarono nella regione e, nel 163 a.C., conquistarono Dulcigno che ribattezzarono Olcinum. Sotto la dominazione romana ricevette dapprima lo status di Oppidium Civium Romanorum e successivamente quello di Municipium. Nell’VIII secolo divenne sede episcopale, mentre nel 1010 lo zar Samuele di Bulgaria tentò inutilmente di conquistare la città. Dulcigno venne conquistata dal principe Stefano Nemanja e rimase sotto il controllo serbo sino al 1360 quando divenne possesso della famiglia Balšić, i quali la chiamarono Ulcinj. Fu conquistata dai Veneziani nel 1402, con l’impresa di Pietro Loredan che la conquistò risalendo il fiume Bojana ed incorporata nell’Albania Veneta, con i nomi di Dulcigno o Dolcigno, dove raggiunse il massimo splendore.
Dopo il 1571, sotto il controllo turco che distrusse tutto quello che non poteva utilizzare divenne Ülgün. Sin dall’ XI secolo, la maggior parte della popolazione, di origine albanese, chiamava Ulqin la propria città.
Cfr. Freschot 1687.
Cfr. A.A.V.V., Pubblicazioni dell’Istituto Per L’ Europa Orientale, 1933-41.
[29] I quali non si davano pace per averla dovuta cedere ai veneziani e per questo tentavano con ogni scusa di riprendersela.
[30] Preferivano utilizzare il denaro per le famiglie dei propri soldati e per la beneficenza dei più poveri, anche questo faceva parte dello spirito imprenditoriale veneziano, non pagava subito, ma la ricompensa si sarebbe vista nel corso del tempo e così è stato.
[31] spesso i soldati dovevano impegnarsi le armi per poter mantenere la famiglia.
[32] persino durante l’assedio del 1571, sia gli stradioti presenti sia i montanari Clementi scesi dalle montagne per rinforzare la guarnigione non accettarono le lusinghe dell’oro turco per cambiare schieramento.
[33] Giovanni Battista Giustinian affermò: “…tra i dulciniani non esiste estremo rancore né odio reciproco, ma esiste la riconoscenza atavica…”
[34] Chiamato anche “Hysejn”, invia una lettera in cui sottolinea che la resistenza è maggiore di quanto si aspettava e che non è possibile “sparare” più di 4 cannoni. A causa della resistenza dei veneziani le scorte di polvere da sparo e palle di cannone si stanno esaurendo (come si evince da un documento), servono rifornimenti e i contingenti promessi dalle zone albanesi già sotto il dominio turco.
[35] Esse affiancavano il vescovo cattolico di Dulcigno. In un documento del futuro patriarca di Venezia Giovanni Tiepolo (patriarca di Venezia 1619-1631), datato 28 settembre 1595 si fa riferimento alla relazione del vescovo di Dulcigno Martino Segono del 20 marzo 1482, dove si elencano i vari religiosi presenti.
[36] La tradizione familiare ci riporta parte del discorso, udito da uno dei figli (aveva previsto la fine della città e pertanto aveva preparato la fuga per i figli per continuare la lotta). Alla richiesta della conversione ad Allah, dio dell’Islam, esso rispose: “essere cristiano e come essere veneziano, più che un privilegio è un onore che non si compra con un piatto di lenticchie(velato riferimento ai gusti culinari del pascià) e se non avessi le mani legate e potessi ancora brandire la mia spada, che tanti dei tuoi hanno conosciuto e che non lo racconteranno mai, ti ucciderei da quel cane che sei, e al massimo potresti avere una tomba, solo se trovassi qualcuno che fosse così cristiano da fare la fatica di scavarla, ma l’unico così cristiano è il papa e sta a Roma, pertanto verresti buttato tra i maiali da quel porco che sei..” mentre lo diceva sorrideva, sorridevano sia gli altri condannati sia i mussulmani…sapeva che di lì a poco sarebbe morto ugualmente…ma tra gli Zanotto l’onore è onore e nessuna cifra è abbastanza alta da pagarlo! A tale discorso diversi vecchi comandanti del pascià applaudirono, inconcepibile per lui, normale per loro, rispettavano qualcuno che nemmeno nella morte non hanno sconfitto, riprendendo l’antico detto mussulmano “il valore del tuo nemico ti onora”…quando seppe dell’accaduto, dalle sue spie, il Gran Visir Sokollu, fece pervenire ai figli a Venezia una medaglia d’oro che portava la seguente iscrizione.. “Il valore del tuo nemico ti onora” (trafugata nella notte del 14 gennaio 1898).
J. von Hammer-Purgstall 1836, p. 423.
V. Mantegazza 1896, p.37.
K. M. Setton 1984, p. 1025.
[37] Il massimo onore che un turco concedeva a un vero guerriero, una buona morte. Antonio essendo rimasto vedevo a causa della morte della moglie per febbri aveva fatto scappare, grazie ai montanari Clementi, i figli rimasti nella città. La maggior parte dei suoi figli morirono di morte violenta: Alvise pare avesse incontrato la morte nel 1565, durante uno scontro in Ungheria; Marino entrò nei canonici della cattedrale di Pola, ne uscì dopo il 1567 (ducale del doge Gerolamo Priuli, datata 8 ottobre 1567). Per arruolarsi come cappellano, sulla stessa galea del fratello Andrea, quando cercarono di riprendersi Dulcigno, morirono entrambi sulla galea davanti alla fortezza; Bortolomio riuscì a giungere a Venezia, mettendosi al servizio dello stato come gentil’uomo di lingua, e come tale fu inviato a Costantinopoli per studiare “la lingua e le lettere turchesche (ducale del doge Alvise Mocenigo I, datata 9 giugno 1573), al servizio del bailo Antonio Tiepolo, era già padrone della lingua slava, albanese e greca, si stabilirà nel pordenonese, morirà prima del 1585 per cause sconosciute; Cristoforo Lorenzo se ne andò anni prima della conquista turca, partecipò ad alcune battaglie ma preferì il servizio particolare dello stato, venne bene meritato per il buon servizio(ducale del doge Nicolò da Ponte, datata 25 febbraio 1585). Inviato come gentil’uomo di lingua a Costantinopoli per studiare “la lingua e le lettere Turchesche” (ducale del doge Pasquale Cicogna, datata 5 febbraio 1587) al servizio del bailo Lorenzo Bernardo. Riuscì a tornare per breve tempo a Venezia per poi stabilirsi nel pordenonese. Morì a causa di una caduta da cavallo durante una “caccia all’orso” in montagna, in una zona di Sauris oggi chiamata “prad da l’ors”. Il suo corpo venne riportato a valle dai servitori, battitori e dalle guide; Cristoforo presentò le prove di nobiltà e venne accolto tra i Cavalieri di Malta nel 1585 (magistrale del Gran Maestro Hugues Loubenx de Verdalle, datata 1586, in cui lo si accetta a vestire l’abito come frate-cavaliere). Morì durante una delle loro “caravane”: in uno scontro la flottiglia incontrò alcune galee di Algeri, ebbe la meglio, ma tra le cristiane che affondarono vi fu anche la sua.
[38] Dal quale discende lo scrivente.
[39] Essendo uno degli agenti del Consiglio dei X, venne interpellato per contrastare gli eserciti ottomani.
[40] La tradizione familiare racconta che travestito da pastore greco locale, ma con abiti scuri, armato solamente di quattro pugnali, due nascosti nelle fasce delle calzature, uno alla cintura e uno sotto la camicia, era sbarcato dalla galea che lo aveva trasportato e sulla quale aveva lasciato la sua armatura (la borgognotta con mezza buffa è ancora presente). A piedi raggiunse la cima di uno dei promontori che sorvegliavano l’insenatura della baia. Salito in cima, come si aspettava, trovò tre giannizzeri che sorvegliavano la flotta dall’alto. Quando lo videro arrivare tentarono di balzargli addosso, ma vennero eliminati dai due pugnali, che lanciati, colpirono uno all’addome e l’altro alla gola. Il terzo non tentò di dare l’allarme, tipico della mentalità dei giannizzeri (più un nemico è forte e più c’è gloria nell’abbatterlo). Giacomo fidando in questo attese l’attacco con un pugnale per mano, il giannizzero sguainò la scimitarra e sferrò un fendente che venne parato dalla daga nella mano destra, fece un passo avanti infilò l’intera lama della daga nella gola perché non gridasse. Recuperò i pugnali, nascose i corpi, accese delle torce sul fuoco del loro bivacco, fece dei segnali alla capitana dei Cavalieri di Malta (con il comandante, il veneziano Pietro Giustiniani, aveva già preso accordi). La capitana entrò a lanterne spente, controllò il fondale per verificare che non ci fossero trappole sommerse. Esso nel frattempo prendeva appunti sul numero e sul genere delle navi della flotta Turca. Terminato il suo compito, lasciò la maggior parte degli abiti dietro ad un cespuglio, ne tenne alcuni stracciandoli. Scese verso la spiaggia e si confuse con gli schiavi scesi per caricare i rifornimenti (possedendo la conoscenza delle lingue slava, albanese, greca e turca), li avvertì che presto sarebbero stati tutti liberati. Gli schiavi si galvanizzarono. Intanto salì sulla sultana del rinnegato cristiano, Ulug Alì, lesse gli ordini di battaglia e scese dalla nave senza che nessuno si accorgesse di lui. In quel momento di pace, i Turchi non pensavano minimamente di essere attaccati. I cavalieri di Malta lo aspettavano in una piccola rada a lanterne spente. Salì sulla loro galea che si diresse verso Messina, nella cabina del Giustiniani trascrisse gli ordini turchi in italiano e consegnò una copia ai comandanti in capo e una la diede al Giustiniani (copia che a fine battaglia lo stesso Giustiniani stesso donerà a Giacomo). Si rivestì di nuovo della sua armatura e partecipò egli stesso alla battaglia sulla capitana della flotta sabauda (fungendo da tramite, in quanto conoscitore del cifrario veneto della marina militare). Sulla stessa galea conobbe Francesco Maria II della Rovere, Francesco Paolo Sforza di Caravaggio e Gianbattista Bonarelli della Rovere.
Combattè valorosamente assieme al conte Andrea Provana di Leynì, fungendo da tramite con la flotta veneta. La relazione è conservata nell’Archivio di Stato di Torino.
Cfr. E. Ricotti 1861, intera “Relazione Provana”.
[41] Sicuramente fu imprigionato a Yedi Kule (sette torri), cerniera dell’apparato difensivo dell’antica Costantinopoli.
[42] A Venezia trasferì titolo comitale ai figli legittimi, per tramandarlo in perpetuo. Visse gli ultimi anni con i cinque figli: Lorenzo, Giacomo, Giovanni, Andrea e Zorzina.
[43] La città era molto cambiata, delle precedenti vestigia venete poco o nulla vi era rimasto, le tombe private erano state violate e distrutte.
Ilari- Boeri-Paoletti 1996, p.150
[44] Il sacerdote raccontò la leggenda della “tomba segata”, citata nelle cronache, la quale era stata trovata tra le macerie del pavimento della chiesa di Santa Maria. Uno straniero di Venezia, un grande guerriero come suo padre, che era diventato uno di loro per matrimonio e si era fatto decapitare pur di non diventare mussulmano e che gli stessi giannizzeri turchi lo avevano seppellito nella tomba del padre in chiesa.
Da “Storia Veneta n°80” – settembre 2025