Di Alberto Prelli
La Lettera
Il 12 settembre 1716 da Corfù il cinquantacinquenne feldmaresciallo Matthias Johann von der Schulenburg, comandate l’esercito veneziano, riassumeva, in una missiva in ottimo francese, la lingua nobile del tempo, all’amico Gottfried Wilheim Leibniz (1646 – + Hannover 17.11.1716)[1] la felice soluzione dell’assedio della fortezza di Corfù da parte degli Ottomani[2].
Lo Schulenburg scriveva di essere stato “occupatissimo e quasi ogni giorno alle mani con i Mussulmani, che si erano intestarditi nel voler conquistare, senza darsi la pena di farlo con le formalità ordinarie, ma con un assalto generale, ed erano arrivati vicino allo scopo. Questa gente era venuta all’attacco nonostante un fuoco d’inferno di mine, fougades, barili di polvere da sparo interrate, le une e le altre riempite di pietre, con un coraggio come fanatici. Riuscirono a conquistare due opere del cammino coperto, del fossato, delle caponiere, che le difendevano, e di qualche poterna, trincerandosi in più piazze d’armi. Ciononostante, con l’aiuto di Dio e per una sorta di miracolo”, era riuscito a respingerli, uccidendo un buon numero di nemici e conquistato due bandiere.
“L’attacco dei Turchi”, scriveva il Nostro, “è qualcosa di terribile, ma il più piccolo rovescio produce un effetto assolutamente contrario, si respingono senza tanti problemi. A quella gente mancano ordine e disciplina militare, altrimenti batterebbero chiunque. Durante l’assedio qualche volta ha fatto un nutrito e preciso fuoco la loro artiglieria, che è ben servita e molti loro soldati hanno sparato meglio dei più bravi chasseurs del mondo. Non hanno mancato il loro uomo.
Il 20 Agosto ci fu un tremendo temporale con pioggia battente. Io mi sono trovato nell’acqua fino alla cintola. Da entrambe le parti non si poteva sparare un colpo di fucile. Io feci distribuire a tutti delle mezze picche e feci sì che i Mussulmani le vedessero, i quali capirono che eravamo disperati, ma decisi.
Il 21 col bel tempo gli spari ripresero da entrambe le parti […] Avevo fatto consegnare ai soldati due e anche tre fucili. Verso sera si videro portare molte scale nelle trincee nemiche. Mi preparai a fronteggiare un secondo assalto generale. Credo che i comandanti turchi avessero deciso di attuarlo, ma, si pensa, che i giannizzeri e altre genti si sono opposti e per questa ragione tutto l’esercito fuggì, due ore prima del giorno, il 22, abbandonando, senza alcuna ragione, circa 60 cannoni e mortai, tutti in bronzo, la più bella artiglieria del mondo, un’infinità di munizioni, viveri e altri materiali militari. […] La loro armata era forte di 30.000 uomini, come dicono i prigionieri, la maggior parte dei quali furono catturati addormentati nelle trincee. Si pensa che l’armata perse i due terzi, tra morti, feriti, dispersi e annegati”.
La flotta veneziana, composta da 46 vascelli da guerra, 41 galee e galeazze, 3 brulotti, 4 capres e 12, o 15, imbarcazioni da trasporto, si diresse verso Zante all’inseguimento di quella ottomana. “Ma lo scontro fu rimandato alla primavera successiva”[3].
Il feldmaresciallo sperava di rientrare a Venezia in novembre. Si sentiva addosso il peso delle fatiche sostenute, i crampi dalle gambe iniziavano a salirgli anche alle braccia. Se il tempo e la situazione lo avessero permesso voleva passare i bagni a Napoli.
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[1] Filosofo, matematico, scienziato, linguista, diplomatico, giurista, storico, uno tra i massimi esponenti del pensiero occidentale.
[2] Cfr. A. Prelli/ B. Mugnai, “L’ultima vittoria della Serenissima. 1716 – L’assedio di Corfù”, Itinera Progetti, Bassano, 2016.
[3] John M. Kemble (a.c.d.), “State Papers and Correspondance Illustrative of the Social and Political State of Europe from the Revolution of the Accession of the House of Hannover”, John Parker and Son, London, 1857, pp. 539-41.

Carabiniere (disegno di metà ‘700 di Grevembroch. Edizione Filippi, Venezia)
Il personaggio: la vita
Matthias Schulenburg nacque l’8 agosto 1661 a Emden, la tenuta di famiglia sino dal XIII secolo, poco lontano da Magdeburgo. Il padre Gustavus Adolphus era consigliere privato dell’elettore del Brandeburgo e presidente della stessa Camera. La madre era Petronilla Ottilie von Schwenken di antica nobile famiglia.
A scuola il Nostro studiò francese, latino e matematiche e frequentò l’università. Nel 1683 col fratello visitò Parigi e, l’anno dopo, ritornando in patria, attraversò il Lussemburgo, dove gli fu permesso di assistere all’assedio francese della fortezza di Luxenbourg.
Nell’inverno 1684-5 entrò alla corte di Brunswich-Wolfenbuttel. Col duca Anton Ulrich creò un forte legame di amicizia. Intorno al 1687 entrò nel servizio di Brunswich. L’anno successivo servì, come volontario, levando una compagnia di fanti, che gli costò, parole sue: un sacco di denaro. Operò in Ungheria contro i Turchi sotto il duca Carlo IV di Lorena e in seguito sotto Maximilian Emanuel, elettore di Baviera. Poi, nel 1688 ricoprì un incarico nella Camera del Wolfenbuttel.
Scoppiò la guerra tra l’Impero e la Francia. Seppure con un ruolo marginale, la campagna nelle Fiandre per il Nostro fu un banco di prova per la sua futura carriera. Nel 1690 fu promosso maggiore, nel 1692 tenente colonnello, nel 1693 colonnello di un reggimento di dragoni. In quegli anni fu impiegato dalla Corte in delicate missioni diplomatiche presso Corti tedesche.

Ritratto di Matthias von Schulenburg (collezione G. Buzzanca)
Il 27 giugno 1694 il Nostro nelle Fiandre organizzava la leva di due nuovi reggimenti di fanti, più il suo proprio reggimento dragoni. Nell’ottobre dello stesso anno, seriamente ammalato, tornò a Wolfenbuttel.
Nella primavera del 1695 fu incaricato di portare le condoglianze della sua Corte a Guglielmo III per la morte della regina. Tornato nelle Fiandre, si distinse all’assedio della fortezza di Namour, che capitolò.
Nel 1697, terminata la guerra, fu inviato dalla Corte di Wolfenbuttel a Parigi per congratularsi della pace e per il matrimonio del duca di Burgundia con la principessa di Savoia. Nell’aprile dell’anno seguente lasciò Parigi per Torino. Infatti, aveva ricevuto l’offerta di entrare al servizio del duca di Savoia Vittorio Amedeo (1666-1732) col grado di Maggiore Generale e comando di un reggimento di fanteria tedesca, con una paga di 40.000 livres all’anno. Il primo incarico fu quello di soffocare, nel 1699, la rivolta dei montanari, che volevano l’abrogazione, o almeno la riduzione, della tassa sul sale. A fine 1700 fu inviato ad ispezionare le guarnigioni e fortezze nella contea di Nizza.
Nel 1700 morì Carlo II d’Asburgo re di Spagna. Egli aveva designato come successore il pronipote Filippo, che era anche nipote del re di Francia Luigi XIV. Lo strapotere che ne sarebbe derivato, fece coalizzare Inghilterra, Olanda e Austria, che sostenevano nella successione Leopoldo I d’Asburgo.
Nel 1701 il duca di Savoia si schierò con la Francia. Nel 1702 i coalizzati nella Lega d’Augusta dichiararono guerra alla Francia. Il principe Eugenio di Savoia (1663-1736), comandante supremo dell’esercito del Sacro Romano Impero, a Chiari sconfisse le truppe francesi e savoiarde. Nella battaglia il Nostro fu colpito, seriamente, da una palla in una coscia. Perciò rimase fuori combattimento per tutto il resto della campagna.
Nel 1702 lasciò la Savoia e andò al servizio dell’elettore di Sassonia Frederick Augustus, col grado di Tenente Generale. Il 19 luglio 1702 in uno scontro con gli Svedesi la cavalleria polacca si comportò scandalosamente. Solo la fanteria sassone si salvò, per la condotta del Nostro, che perse tutto il suo bagaglio del valore di 10.000 scudi, ma, più di tutto, lamentò la perdita dei suoi manoscritti e carte militari. A fine 1702 fu posto al comando del contingente sassone e marciò in Boemia fino al Danubio.
Nell’inverno 1703-04 il Nostro si ritirò verso la Sassonia e riuscì a portare i suoi uomini in salvo a Dresda. Stava pensando di lasciare l’esercito sassone che versava in cattivo stato. Comunque, rimase in servizio e riportò una vittoria sugli Svedesi a Punitz, catturando trofei di bandiere, trombe e tamburi. Subì due leggere ferite da arma da fuoco nel petto e ad una mano, il suo cavallo fu ucciso sotto di lui, una palla gli attraverso il cappello e ben sei furono estratte dai suoi abiti. Per la sua azione fu promosso generale di fanteria dall’elettore di Sassonia.

Carabiniere (disegno di metà ‘700 di Grevembroch. Edizione Filippi, Venezia)
Passò la maggior parte del 1705 a Dresda. In questo periodo ebbe un duello con il Luogotenente Generale conte Fleming e che il Nostro riuscì a disarmare. Ricevette l’offerta dalla Repubblica di Venezia di assumere il comando del suo esercito. Ma il suo sovrano non gli concesse il permesso.
Nel 1707 lo Schulenburg si ammalò. Rimessosi in forze si mise in marcia per affrontare l’esercito svedese. Ai suoi ordini aveva 19 battaglioni di fanteria sassone (9.711 uomini), 11 battaglioni moscoviti (6.362 uomini), 36 squadroni di cavalleria, 32 pezzi d’artiglieria. I Sassoni sotto attacco resistettero, mentre i moscoviti si diedero alla fuga. Allora anche i Sassoni cedettero e fu rotta completa. Il Nostro rimase seriamente ferito, si ritirò protetto da due suoi ufficiali, Nelle file sassoni si contarono, tra morti feriti e prigionieri, 157 ufficiali, 5.800 soldati e persa tutta l’artiglieria. La sconfitta non fu attribuita allo Schulenburg.
Nel 1708 il Nostro fu inviato in missione segreta presso John Churchill duca di Marlborough (1650-1722), Capitano Generale dell’esercito inglese, ed Eugenio di Savoia. Seguì come volontario la campagna dei due capi militari, comportandosi con onore in diversi scontri. Il 18 marzo 1709 il Nostro fu da Marlborough messo a capo delle truppe sassoni al servizio degli alleati contro i Francesi. Partecipò all’assedio di Tournay e alla battaglia di Malplaquet, dove la sua brillante condotta fu notata dal principe Eugenio. Per i suoi servizi l’imperatore Carlo VI lo nominò conte dell’impero,
Il 5 ottobre 1715 a Vienna l’ambasciatore veneziano Pietro Grimani e lo stesso Schulenburg firmarono le capitolazioni (contratto) per il suo ingaggio al servizio della Serenissima. Venezia gli accordava il grado di feldmaresciallo e “generale in capo” dell’armata terrestre, gli assegnava lo stipendio annuale di 10.000 zecchini d’oro[4], pagabili di 3 mesi in 3 mesi anticipatamente, e altri 2.000 zecchini al suo arrivo a Venezia, come rimborso spese di viaggio ed equipaggiamento. I mezzi di trasporto per lui, i suoi servitori e bagagli sarebbero stati forniti dalla Repubblica. Se lo Schulenburg, sfortunatamente, fosse stato fatto prigioniero dagli infedeli, sarebbe stato riscattato a spese della Serenissima, se possibile durante la guerra, altrimenti in tempo di pace. Al feldmaresciallo sarebbe stato permesso, “al termine della campagna, di rientrare a Venezia, allorché egli lo ritenesse opportuno, sia per il servizio della Serenissima Repubblica, sia per propri affari in Alemagna, con il permesso del Senato, o di concerto con il Capitano Generale”. In caso fosse stato ferito e non avesse potuto prestare servizio, il contratto sarebbe rimasto in vigore. Se fosse rimasto ucciso gli sarebbe stata corrisposta la somma stabilita per l’anno in corso. Lo Schulenburg s’impegnava a servire per 3 anni con “grande applicazione e fedeltà”[5]. Giunse a Venezia nel dicembre 1715 e in Collegio “ai piedi del soglio augusto”, pronunciò un discorso. Esordì ringraziando di essere stato scelto per servire la “Reale e Serenissima Repubblica” e comandare le sue “armi invitte” nella presente guerra coll’impero ottomano. Egli si diceva pronto ad ogni cimento e prometteva “fede, zelo e somma premura d’offerire il [suo] sagrifizio in vantaggio ed in gloria” della Serenissima. Ma, precisava: “per offerirlo però con utile e con onore vi occorrono li mezzi, senza de’ quali non è in potere de’ mortali l’operar bene”[6].
Il 15 gennaio 1716 egli stendeva una relazione per il Senato in cui suggeriva i mezzi necessari per assicurare sia il Levante, che la Dalmazia. Proponeva di riunire un numero non inferiore ai 24.000 fanti e cavalieri per il Levante e 10.000 per la Dalmazia e l’Albania. Precisava che la guerra era imminente e temeva che le nuove leve non facessero a tempo a radunarsi. Prima di partire da Vienna, da diversi principi dell’impero gli erano state offerte truppe veterane per il servizio di Venezia.
Poi, il feldmaresciallo passò ad una lucida disamina della situazione: “Le gelosie maggiori pare che sieno sopra l’importante piazza di Corfù, l’unico propugnacolo dell’Italia e l’unico asilo della difesa del levante. Li Ottomani vittoriosi non hanno premura più forte al cuore che della di lei conquista per rendersi arbitri del Mediterraneo e per mostrare le catene alla Cristianità tutta”.
Il Nostro era convinto che gli Ottomani potevano assediare di Corfù, perché avevano risoluzione, soldati e denaro bastanti per l’impresa. Credeva che l’esperto Alessandro Molin, comandante l’Armata Navale avrebbe potuto opporsi loro. Ma, sapeva anche che una flotta dipendeva dai venti e da altri variabili incidenti. “Più sano consiglio” era fortificare la “piazza e munirla ed in tale stato di difesa attender l’esito dell’Armata navale”[7].
Nel 1716 il Nostro rafforzò e difese Corfù e uscì vincitore dall’assedio, come osannato eroe. Proseguì nella successiva campagna vittoriosa contro i Turchi fino alla pace di Passarovitz del 1718. Poi, si dedicò alla riforma dell’esercito veneziano, che culminò con i provvedimenti del 26 ottobre 1724. Fu reputato uno dei più abili militari di sempre. La Serenissima lo ricompensò con splendidi doni e una pensione annua di 5.000 ducati, medaglie d’oro e d’argento furono coniate in suo onore, una statua, opera di Francesco Gabiano, fu eretta, lui vivente, nella piazza della città di Corfù.
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[4] Pari a 12.500 ducati (NdA).
[5] Schulemburg F. A., “Leben und Denkwurdigkeiten Johann Mathias Reichsgrafen von der Schulemburg”, vol. I, Weidmann, Lipsia, 1834, pp. 546-47.
[6] ASVe, Archivio Proprio conte Mattia Schulemburg, registro 6, “Dispacci di S. E. Marescial Conte di Sculemburg, Felt Maresciale General dell’Armi in Capite, scritti alla Serenissima Repubblica di Venezia nel corso della guerra – Tomo I”.
[7] ASve, Archivio Proprio Schulemburg, cit., reg. 6.

Porte della fortezza di Corfù
Il personaggio: la morte
Lo Schulenburg fu collezionista, mecenate di diversi artisti e si dedicò alla letteratura. Mantenne buoni rapporti con il governo veneziano. Morì a Verona il 14 marzo 1747, dopo 28 anni di servizio al comando dell’esercito veneziano.
“Lasciò una modesta fortuna, avendo in diverse occasioni, come si diceva, elargito non meno di 100.000 corone a diversi membri della sua famiglia. Sebbene non insensibile al fascino del gentil sesso, non si sposò mai. Già in una lettera del 1691 aveva espresso la volontà di rimanere scapolo”[8].
Per il feldmaresciallo la Repubblica organizzò un funerale degno di tale eroe. Il fastoso apparato del corteo fu organizzato nei minimi dettagli. Erano presenti le maggiori autorità militari e politiche.
Preceduto e affiancato da un sergente e 14 “carabinieri nationali”[9], da 12 “livree del servizio di Corte”, 12 alabardieri senz’armi e 6 trombettieri, procedeva il Provveditore Generale in Terra Ferma e Procuratore Contarini. Seguiva un capitano con uno stendardo di seta bianca con al centro l’arma Schulenburg, affiancato da 2 alfieri.
Poi, veniva una “persona sopra un cavalo bardato, pomposamente vestito di armatura di fero”, che rappresentava il feldmaresciallo. Dietro di lui tre colonnelli portavano ciascuno un cuscino con sopra, il primo la “spada, baston, capelo con guanti bianchi”, il secondo il “baston da Generale, fodrato di velluto nero con l’estremità bianche e la croce dell’Ordine del Re di Prussia con sua cordella e fiocho”, il terzo gli speroni d’oro.
La bara del defunto era coperta solo da uno strato[10] di velluto nero con croce di seta bianca al centro. Era portata da 2 graduati (alti ufficiali) e 4 capitani. I lembi del drappo erano tenuti da 4 colonnelli e 4 capitani, 2 altri 2 graduati marciavano al fianco, per dare il cambio ai primi. Seguivano la bara 2 palafrenieri, che conducevano 2 cavalli bardati a lutto e “coperti di panno con strascino”. Si vedeva, poi, un colonnello portare il penelo (gonfalone) di velluto nero, foderato di seta bianca con l’arma Schulenburg al centro e 2 strisce di velo nero, sostenute all’estremità da 2 tenenti colonelli. Dietro il gonfalone camminavano 13 persone, vestite a lutto, cioè la “servitù della Corte del Maresciale”.
Seguiva un’altra bandiera di seta nera con croce bianca con i suoi cordoni bianchi con fiocchi, portata da un capitano e 2 subalterni. Appresso veniva “l’Agiutante Generale tenente colonnello Arcoleo, vestito a nero con spada alla mano sopra un cavallo bardato a lutto”.
L’Arcoleo precedeva una “persona vestita con armatura di fero tutto nero, sopra cavallo nero bardato a lutto”, che rappresentava il defunto. A destra del cavaliere marciava il Sergente Generale Demetrio Stratico, che a Corfù era stato aiutante dello Schulenburg col grado di tenente colonnello, a sinistra il Brigadiere Nicolò Rossi, anche lui presente a Corfù. Dietro al cavallo 15 graduati, 30 ufficiali.
Naturalmente scaglionati nel corteo erano inquadrate milizie di vari reggimenti, che erano stati presenti all’assedio di Corfù. C’erano: 4 musici, una ventina tra ufficiali con la picca, alfiere, bassi ufficiali con l’alabarda, la compagnia di granatieri (52 uomini), 3 compagnie di fanti (131 u.) del reggimento Durazzo; 4 musici, 2 alfieri, la compagnia granatieri (54 u.), 4 compagnie di fanti (201 tra uff. e sottuf. e sold.) del reggimento Giampiconi; il “concerto instrumenti”, la compagnia granatieri (53 u.), 4 compagnie fucilieri del reggimento Chiari (215 u. in tot.); musici, la compagnia granatieri (53 u.), 4 compagnie fucilieri del reggimento Gio Francesco Rossini (205 u. in tot.), Gio Francesco era stato a Corfù come capitano di compagnia nel reggimento Giappiconi.
In chiusura del mesto e solenne corteo un’altra compagnia di carabinieri (14 u.), la cornetta (alfiere) e uno squadrone di dragoni a cavallo con gli ufficiali (tot. 59 u.), 4 “pezzi d’artiglieria tirati alla riversa” (rovescio), accompagnati da 12 artiglieri muniti di buttafuoco. Infine, un “picchetto di retroguardia di dragoni a cavallo, coperto da un sargente” (18 u.).
Il corpo imbalsamato del Nostro fu tumulato in Arsenale a Venezia e vicino alla porta dei Leoni fu murato un suo busto con epigrafe laudatoria.
La città di Verona gli dedicò una statua a figura intera[11] all’illustre uomo d’arme. L’abbigliamento era ispirato ad un antico guerriero romano, corazza, veste al ginocchio e alti calzari. Settecenteschi erano l’apio mantello, fermato sulla spalla sinistra, e l’imponente parrucca. Con tutta probabilità, teneva nella mano destra il bastone di comando.
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[8] “Fraser’s Magazine for Town and Country”, vol. XXII, Luglio 1840, p. 171.
[9] Tutte le citazioni elative al corteo funebre sono tratte da un documento fornitomi dall’amico dottor Paolo Foramitti, che ringrazio.
[10] Il dizionario del Boerio recita: “Strato coltre, il drappo con cui si copre la bara d’un morto”.
[11] Attualmente è visibile all’interno del cortile di palazzo Casignorio.

Statua settecentesca dello Schulenburg a Verona
Da “Storia Veneta n°80” – settembre 2025