Di Alberto Cassini – Paolo Francis Quirini
PARTE PRIMA – I Correr
Questa nostra storia non inizia a Porcia, ma sempre in Friuli nel desolato magredo della pedemontana.
Vi si colgono scorci d’un fascino struggente, si spazia su un ampio tappeto di ghiaie policrome, su una screziata tavolozza di verde e sullo sfondo fra nuvole di ovatta – come scrisse Gadda – “la chiostra vetrata dell’Alpe”.
Quei ciottoli levigati dalle acque ruscellano nel Cellina dalle valli prealpine ed evocano le fiorite alchimie dei mosaici. Ora si profilano sullo sfondo pettinati coltivi rigati dalle vigne, ma non era così nei secoli passati.
La campagna priva di risorse irrigue era una vasta brughiera che garantiva un paio di sfalci l’anno e stentate colture nei tratti ove le periodiche esondazioni dei torrenti avevano depositato un provvidenziale strato di limo.
Eppure per i cartografi lì sorgeva – un’ipotesi del tutto improbabile – addirittura una mitica città, Celina, citata da Plinio, ma della quale non sarebbe rimasta alcuna traccia. La cita tuttavia anche il Coronelli nella splendida tavola dedicata alla Patria del Friuli.
Per secoli quelle terre furono spalancate al pascolo brado, nel linguaggio locale le “comugne” sin che la Repubblica Veneta – per finanziare le campagne contro il Turco nel Levante – non fu costretta a cederne porzioni sempre più vaste a quei patrizi che tendevano ad acquisire vasti latifondi in terraferma.
Ne è rimasta tuttora traccia nei toponimi: il Dandolo e la Tiepola richiamano i nomi d’illustri famiglie veneziane, che rimpolparono le casse dell’erario sottraendo quelle terre ai pascoli collettivi.
Oltre all’allevamento e alla pastorizia le popolazioni delle nostre valli potevano contare su una sola risorsa, il legname. Roveri e resinose alimentavano l’Arsenale, quell’attività cantieristica che costituiva il polo di maggior prestigio per la Serenissima, che tutta Europa le invidiava.
Ma imponenti masse di legname (faggi e carpini soprattutto) erano destinate al riscaldamento o alle fornaci di Murano.
La fluitazione dei tronchi non poteva però avvenire tramite il Cellina ed il Meduna, il cui alveo non garantiva una portata costante: le acque infatti si disperdevano in una materasso di ghiaie, riemergendo poi a valle.
E a ‘sto punto compaiono sulla scena i Correr: la calcheranno qui in Friuli per alcuni secoli da protagonisti ed oggi resta a testimoniarlo l’imponente complesso di Rorai a Porcia.
La ribalta se l’erano comunque già guadagnata nella storia veneziana ove compaiono sin dalle origini più remote.
Un’accreditata tradizione li vorrebbe originari da Torcello e già presenti quando le isole lagunari s’affrancarono dall’ impero bizantino ponendo le premesse per quel regime, una repubblica oligarchica, che avrebbe fatto per secoli di Venezia il più civile stato d’Europa.
I Correr si distinsero non solo nelle pubbliche magistrature ma soprattutto nella vita ecclesiastica: Pietro sul finire del Duecento fu patriarca latino di Costantinopoli, Antonio, morto nel 1445, fu brillante letterato e cardinale, mentre suo fratello Gregorio si distinse come pedagogista sulle orme di Vittorino da Feltre, fu un innovatore del sistema scolastico e si guadagnò l’elezione a patriarca di Venezia.

A destra: Incisione di Teodoro Correr (fine ‘700)
Ma la figura certamente più prestigiosa fu Angelo eletto papa nel 1405 col nome di Gregorio XII.
La sua fu un’ esperienza tormentata – la Chiesa cattolica era devastata dallo scisma (un evento epocale per la Cristianità e l’intera Europa)- ma papa Correr si rivelò personaggio di assoluto rilievo.
Ad eleggerlo furono i cardinali italiani, mentre quelli francesi, sobillati dal re di Francia, avrebbero preferito che la Chiesa tornasse ad accasarsi ad Avignone ed al pontefice romano contrapposero un antipapa, Benedetto XIII.
Fu proposto ad entrambi di dimettersi (ma esitarono ciascuno convinto d’ esser il papa legittimo) per cui numerosi cardinali – cerchiamo di semplificare un quadro ch’è un autentico guazzabuglio – indissero un concilio a Pisa che avrebbe dovuto ricucire lo strappo e restituire unità all’orbe cattolico.
Vi aderirono ventisei cardinali, quattro patriarchi, dodici arcivescovi, ottanta vescovi ed i superiori dei maggiori ordini monastici, i quali deposero i due pontefici in carica e ne elessero un terzo, Alessandro V, rendendo ancor più ingarbugliata la matassa.
La Chiesa Cattolica era dunque spaccata fra tre pontefici, di cui il solo legittimo era Angelo Correr.
Ma ad accentuarne le divisioni fu l’elezione quale successore di Alessandro – che tolse subito l’incomodo morendo poco dopo – di Giovanni XXIII, un politicante rapace e spietato e gran seduttore (sceglieva imparzialmente fra giovani da spulzellare, donne maritate, vedove e monache).
Di fronte allo scandalo i padri conciliari lo deposero e fecero altrettanto con Benedetto che riparò in un castello di famiglia in Spagna.
Restava sulla scena Angelo Correr, che nel 1415 accettò di abdicare purchè venisse ribadita la legittimità della sua elezione (nel linguaggio contemporaneo l’avremmo dunque definito – come Ratzingher – papa emerito) e come tale è annoverato nella cronologia ufficiale.
Fu grazie a questo gesto magnanimo che si ricompose – dopo tante drammatiche lacerazioni – l’unità della Chiesa.
Va rammentato – limitandoci ai nostri domestici orizzonti – che papa Gregorio diretto al concilio di Cividale nel 1409 sostò per quattro giorni con la sua corte nel castello di Prata, ospite di quei feudatari stretti consanguinei dei castellani di Porcia.

Girolamo Muziano, Ritratto di papa Gregorio XII; XVI secolo (olio su tela, Musei Vaticani)
Nel clima tormentato e convulso dello scisma vi fu comunque un episodio che direttamente riguarda il nostro Friuli: egli aveva indetto quel concilio a Cividale, perché era una comunità a lui fedele, ma quell’iniziativa suscitò scarse adesioni.
Fu quindi costretto ad abbandonare precipitosamente la città per raggiungere Porto Latisana, ove l’attendeva una nave inviatagli dal re di Napoli, che lo trasse in salvo.
Gli Udinesi, che tifavano invece per l’antipapa, aggredirono – fu un atto d’autentico brigantaggio – la sua scorta, agguantando un ricco bottino: reliquie, argenterie e forzieri con la cassa della curia.
Angelo Correr morirà due anni dopo l’abdicazione a Recanati. Il suo più tenace antagonista Baldassarre Cossa (meglio conosciuto come Giovanni XXIII), che sembra fosse sinceramente pentito dei guasti inferti alla Chiesa, gli sopravvisse un paio d’anni, dopo aver trovato rifugio a Firenze sotto la protezione dei Medici (che gli dedicarono un superbo sepolcro nel battistero di San Giovanni).
V’è un’altra curiosità da soddisfare: Angelo Correr diede inconsapevolmente avvio ad una serie di papi veneziani e gliene derivò una postuma riabilitazione.
Fece infatti cardinale il figlio di sua sorella, Gabriele Condulmer, che divenne papa nel 1431, assumendo il nome di Eugenio IV. Questi fece altrettanto con il nipote Pietro Barbo eletto al soglio nel 1464 come Paolo II, succedendo al grande pontefice umanista Enea Silvio Piccolomini.
Su Roma spirava ormai la brezza della Rinascita (e secondo taluni storici n’era stata sfrattata la fede).
Per non esser da meno del proprio predecessore papa Barbo favorì il restauro dei monumenti classici e le bonifiche, erigendo a suggello di tanto fervore quel palazzo Venezia, che congloba anche la basilica paleocristiana di San Marco: diverrà sede sino alla caduta della Repubblica dell’ambasciatore della Serenissima.
Dobbiamo chiederci a ‘sto punto come due secoli dopo i Correr siano giunti in Friuli.
Ad attirarli furono anzitutto le possibilità d’acquisire vasti fondi comunali (quindi appartenenti al demanio) che la Repubblica era costretta a vendere per rimpolpare l’erario e finanziare le campagne contro i Turchi. Ma ebbero anche una straordinaria intuizione, il monopolio dei canali per la fluitazione dei legnami destinati alle fornaci della capitale.
Nella seconda metà del Quattrocento i conti di Maniago avevano realizzato (un’opera audace per l’epoca) la roggia di San Marco, che dalla stretta di Ravedis (ove in età moderna è stata realizzata un’imponente diga di sbarramento) collegava il Cellina al Noncello, fornendo risorse idriche ai desolati paesi del magredo.
La regimazione delle acque nella Terraferma veneta era demandata al vigile controllo dei Provveditori sopra i beni inculti, una magistratura costituita nel 1556, che aveva sempre incoraggiato la realizzazione di quei collettori irrigui e l’insediamento lungo il loro corso di magli e mulini.
Negli anni trenta del Seicento ai Maniago subentrarono i Correr, i quali ripristinarono il vecchio canale ampliandone la portata: da allora assunse il nome di Brentella, con cui è tuttora individuato.
Nel 1709 venne realizzato un canale parallelo, detto Brentellotto, per evitare che il legname trascinato dalla corrente pregiudicasse il funzionamento dei molini e delle segherie.
Una ricca cartografia documenta i tracciati e le progressive variazioni degli alvei, ma il documento di maggior spicco è costituito dall’imponente mappa che Giovanni Correr commise nel 1782 ad un agrimensore, il perito Pasiani. Questi – non privo d’una certa sensibilità paesaggistica- riprodusse il tracciato dell’intero sistema roggiale, individuando con sapide vignette le singole località e segnalando anche le strade ed i mulini esistenti.
I Correr serbarono il controllo dell’attività di fluitazione sino al 1873 quando se ne spogliarono cedendola al un ricco mercante della Val Tramontina, Domenico Zatti.
Le superstiti tracce d’un’impresa – dalle rilevanti implicazioni economiche – protrattasi per quasi quattro secoli sono tuttora costituite da eloquenti toponimi: il Partidor citato per la prima volta nel 1585 in corrispondenza del punto ove dalla preesistente roggia di Aviano venne derivata la roja di San Marco; il Serraglio era invece il canale scolmatore nella parte terminale della Brentella, ove venivano accatastate le borre per caricarle sui burci e quel sito è tuttora denominato prà delle Faghere. Lì sorgeva anche il fabbricato della cosiddetta “dogana” con un piccolo molo per gli attracchi.
La misura del legname immesso a monte nel canale e stoccato all’arrivo per l’imbarco era mediamente di cinque piedi, circa centosettanta centimetri.
A suggello d’una politica di progressiva espansione della proprietà fondiaria Lorenzo Correr promosse a Porcia la costruzione della villa di Rorai. Una figura singolare fu suo figlio Francesco, che dopo aver scalato i gradi nella marina sino a diventare Provveditore generale da Mar ed essersi distinto in numerosi combattimenti contro i Turchi, si fece monaco e nel 1740 fu nominato patriarca di Venezia.
Tornando al complesso di Rorai, i Correr disponevano d’una preesistente residenza che sostanzialmente coincide con l’attuale barchessa, le cui caratteristiche architettoniche sono riconducibili ad una tipologia diffusa nella metà del Seicento.
Sul fabbricato dominicale le notizie invece scarseggiano: sembra fosse completato nelle strutture murarie con l’annesso oratorio nel 1683 ed in una successiva dichiarazione fiscale lo stesso Lorenzo confermò “esser terminato il palazzo, barchessa e brolo “ con le pertinenze ”peschiere, stradoni, piantagioni ed altro che serve ad ornamento della casa…”.
All’ultimo decennio del secolo risalgono verosimilmente anche gli affreschi dell’interno, peraltro di modesta qualità. Piuttosto di ben altro pregio sono le sculture della cappella gentilizia attribuite unanimemente dagli studiosi ad Andrea Brustolon e le due tele (Sant’Osvaldo e San Giovanni Nepomuceno) concordemente assegnate dagli studiosi a GianAntonio Guardi.
Le fonti non consentono tuttavia d’individuare l’autore dell’imponente complesso di Rorai, comunque riconducibile per taluni evidenti riscontri stilistici all’ambito di Baldassarre Longhena. La più attendibile attribuzione oscillava negli scorsi decenni fra Antonio Gaspari ed Alessandro Tremignon, ma recentemente è stata ipotizzata l’attribuzione a Giuseppe Sardi, che progettò in quegli stessi anni nella vicina Pordenone il grandioso palazzo per il giurista Giacomo Gregoris e a Polcenigo la superba residenza dei Fullini.
La villa di Rorai subì nel febbraio del 1862 un devastante incendio, che distrusse la soffitta e l’intera copertura: il prospetto venne allora alterato con un’improvvida soprelevazione rispetto l’originario cornicione.

Ed i Correr?
Quest’antica famiglia espresse nell’Ottocento (s’estinguerà nel secolo scorso) due figure di spicco: l’abate Teodoro ed il conte Giovanni.
Teodoro Correr fu un collezionista onnivoro dai versatili interessi: raccoglieva di tutto dai reperti archeologici ai cimeli dell’Arsenale, dagli arredi ai dipinti, dalle ceramiche alle monete, dalle suppellettili al folklore (di tutto e di più purchè, beninteso, fosse veneziano). Oltre a miniature, incunaboli, rare edizioni, bronzi ed avori.
Morendo nel 1830 legò alla città di Venezia l’avita abitazione a San Zan Degolà e le proprie collezioni, che alcuni anni dopo vennero aperte al pubblico, arricchendosi nei decenni successivi per acquisti, contributi e donazioni (l’esempio dell’abate Teodoro era stato contagioso e in molti l’imitarono).
Le raccolte antiquarie s’incrementarono al punto che le si dovette trasferire dapprima nel restaurato Fondaco dei Turchi (era il 1897) e quindi nel 1936 nell’attuale prestigiosa sede delle Procuratie Nuove in piazza San Marco.
A Teodoro Correr – che apparteneva al ramo di Santa Fosca, quello che eresse la villa di Rorai – dobbiamo pertanto la più importante raccolta veneziana, da cui derivarono anche il Museo vetrario di Murano ed il Museo del Settecento a cà Rezzonico.
L’altro superstite ramo della famiglia s’estinse invece con Giovanni nel 1871.
Egli fu per decenni un autentico protagonista della vita veneziana. Podestà di Venezia dal 1836 per quasi vent’anni, fu tra i più convinti promotori del ponte ferroviario che raccordò la città alla terraferma, come ricorda la lapide commemorativa dell’inaugurazione nel gennaio del 1846 “auspice il Comune essendo podestà il conte Giovanni Correr”.
Fervente patriota aderì due anni dopo al governo provvisorio dei triumviri Manin, Tommaseo e Cavedalis: quest’ultimo era un ingegnere di Spilimbergo, cui era stata affidata la difesa della città assediata, ultimo baluardo della rivoluzione dopo la caduta di Roma, ove s’erano barricati Mazzini e Garibaldi.
Dalla terraferma accorrevano numerosissimi i volontari fidando nell’ospitalità dei veneziani.
Dobbiamo garantire – scrisse allora il podestà Correr, appellandosi alla generosità dei propri concittadini – per lenire i disagi di questi valorosi almeno un giaciglio “di paglia o di cartocci”.
Egli godeva di largo seguito fra la popolazione e non parteciperà ai festeggiamenti promossi dal patriarca (reazionario e filoaustriaco) per la “restituzione di Venezia al suo legittimo sovrano”. Sulla Serenissima era calata una cappa d’amarezza e di sconforto, sui muri apparvero violente apostrofi “vattene tedesco, perché l’uomo cui questa terra appartiene ti odia dal profondo del cuore”.
Giovanni Correr, che visse quell’intensa stagione da protagonista, era anche il proprietario della villa di Rorai, ove trascorreva la villeggiatura (secondo una colta tradizione dell’aristocrazia veneziana, ripresa nelle proprie commedie dallo stesso Goldoni) e l’ assegnò poi in dote alla figlia Elena.
Dal palazzo veneziano fu traferito a Porcia un imponente corredo di mobili e suppellettili, in gran parte sottratti in occasione d’un furto negli anni settanta del secolo scorso: fra i pochi reperti superstiti un monumentale centrotavola della manifattura Antonibon e gli arredi della chiesetta con la statuaria lignea attribuita al Brustolon e le due tele di Gian Antonio Guardi.
Con Elena, andata sposa nel 1848 ad un cugino, Carlo Dolfin del ramo di Santa Margherita (i vari stipiti del patriziato veneziano s’individuavano dalla parrocchia, in cui avevano la propria residenza) s’affaccia alla ribalta delle nostre domestiche cronache un’altra grande famiglia della nobiltà lagunare.
Da “Storia Veneta n°80” – settembre 2025