Di Amelia Vianello
Giacomo Casanova. L’ultimo conflitto
“Non ho mai commesso errori se non
perché ingannato dal mio cuore
o per un irresistibile impulso della natura,
che solo gli anni sono riusciti a domare;
e ciò basta per farmi arrossire.
I sentimenti d’onore inculcatimi
da coloro che mi educarono
furono sempre da me idolatrati,
pur non sempre riuscii a sfuggire alla calunnia.
Non ho maggiori meriti.” (1
Perché oggigiorno ci interroghiamo ancora su Casanova? Perché incuriosisce e piace tanto? Egli mai fece mistero di amare intensamente la vita e di averla vissuta pienamente: fu “trasgressivo” per essere interamente se stesso, e fu vittima dei sensi ai quali ha sempre ceduto. Egli percorse il Settecento europeo con spirito d’avventura, rimanendo costantemente affascinato dall’esistenza, non temendo l’ignoto per la sete di conoscere, di sperimentare, di provare emozioni, di cercare la felicità, e la sua fu un’apertura totale alla sessualità, che nel suo tempo andava in ogni aspetto palesemente risvegliandosi. Tutto ciò fa di lui un uomo moderno. Sono questi i tratti salienti del suo carattere che lo fanno sentire presente ad ognuno in ogni tempo.
Nei suoi scritti autobiografici, La mia fuga dai Piombi e Storia della mia vita (Histoire de ma vie), scritta in francese, Giacomo Casanova dà di sé diversi giudizi, facendoci conoscere gran parte di se stesso, manifestando la sua volontà di essere conosciuto dai possibili lettori e di lasciare un segno di sé nel mondo.
Ognuno può trovare in lui dei punti di identificazione, perché si provò in molte professioni e ambiti del sapere, e pure in situazioni anche poco chiare e spregiudicate, tanto che nulla pare essergli stato estraneo. (2 Un vero testimone della sua epoca. Buon osservatore, attento alle caratteristiche delle Nazioni e allo spirito e usanze dei popoli che visitava, e ne lascerà descrizioni dettagliate nell’Histoire.
Era molto alto, un metro e 87 centimetri, di pelle olivastra, con figura slanciata, indossava abiti molto belli, trine, ciondoli e anelli, per richiamare l’attenzione, per essere ammirato, e desiderava essere presentato ovunque nell’alta società. Egli confessa di voler ben figurare, di voler essere considerato da coloro che contano, anche se le sue origini erano umili, ma da lui ben superate per essere un self made man e di ciò andava fiero.

Francesco Narici: Ritratto di Giacomo Casanova (1725-1798)
Tra le sue molte avventure, quella più ardua e difficile da sopportare fu la detenzione, nel 1755, nelle carceri della Serenissima, chiamate i Piombi, per quindici mesi, dal luglio 1755 a novembre 1756. Era stato previsto che dovesse stare in prigione cinque anni. L’accusa di pratiche magiche, libertinaggio e ateismo non gli venne comunicata e neppure la durata della pena. Durante la sua reclusione, privato della libertà, in carcere egli si sente come “sospeso”, fuori dal tempo, e riflette sui motivi del suo arresto, che non gli pare concepibile, poiché simile ad uno “spietato abbandono“, e perché non trova colpe tali da giustificarlo: «Non potevo trovarmi colpevole per essere un gran libertino, un parlatore ardito e un uomo che pensava soltanto a godersi la vita»(3. Perché amare la vita, egli ne è convinto, non può essere una colpa. E Casanova la vita la amò, la esplorò e la visse con intensa passione. Essere libertini poi era una moda, un nuovo modo di essere. Michel Onfray dice che Casanova «è anche una figura chiave del destino tragico e infelice degli uomini che nessuna donna è in grado di fermare o trattenere»(4. Quindi Casanova come rappresentante del destino complesso e molteplice di ogni uomo rispetto al mondo femminile.
Giacomo è pienamente un uomo del suo tempo, che era molto cambiato anche rispetto al più recente passato: la cultura dell’Illuminismo, che si andava velocemente affermando, incideva profondamente nell’etica, nella giurisdizione, nel pensiero e nel comportamento di qualsiasi cittadino, che divenne più libertario e dove l’affermarsi dei diritti individuali contribuì a cambiare la percezione che ognuno aveva di sé. E questo clima liberale influì molto sul carattere di Casanova, rendendolo maggiormente audace e sensibile ai piaceri, che egli s’immaginava sempre maggiori della loro realtà.
Casanova si dichiarerà anche leggero, non determinato, e di ciò ne è testimonianza la sua indecisione nell’intraprendere una professione, prese persino la tonsura, ma dichiarerà che avrebbe preferito studiare medicina e non studiare le leggi, come vollero che facesse, poiché si sentiva portato a fare il medico, difatti era molto attento e attratto da tutto ciò che accadeva al corpo suo e altrui(5.
Molto sensibile al fascino femminile, al quale non poteva sottrarsi, ne fu “travolto” durante la sua esistenza, «io fui durante tutto il corso della mia vita vittima dei sensi», e amò molte donne, più di un centinaio, in modo fugace e istintivo, ma ne amò veramente forse solo un paio. I suoi erano amori momentanei che non lasciavano il segno. Si diceva spesso innamorato, ricercava l’amore nella donna, in realtà poi era solo sesso. E le donne gli si concedevano con facilità. Desiderio di conquista come affermazione di sé. Ricerca dell’amore in ogni donna, che è anche la ricerca dell’amore totalizzante della madre, attrice, bella e lontana, che non gli dette l’amore dovuto e lo affidò a nonna Marzia. Ma la nonna non è la madre. Affetto materno che cercava di trovare in ogni donna, ma rimanendo sempre insaziabile, perché l’amore materno è unico, e non è colmabile.

Francesco Casanova: Ritratto di Giacomo Casanova (1725-1798)
Egli non poneva freni alla sua natura amorosa, che trovava sbocco nella sessualità. Amò anche delle religiose, fece sesso anche a tre e a quattro, e anche qualche incesto e rapporto pedofilo, come pure con uomini. Insomma, egli provò tutta la gamma di rapporti che in materia sessuale era possibile vivere. Ciò, Casanova racconta, da vero libertino. Fare sesso come un gioco in cui ci si confonde, e nell’Histoire lo descrive con profonda attenzione alle sensazioni: «Inebriati tutti e tre dalla voluttà e completamente in preda al furore amoroso, facemmo scempio di ciò che la natura ci aveva dato di visibile e di palpabile, divorando bramosamente tutto ciò che ci si offriva alla vista, tanto più che ormai ci sentivamo tutti dello stesso sesso nei nostri giochi a tre». Incredibile, tanto è il coinvolgimento, che non vi sono più differenze sessuali, nessuna distinzione di genere e neppure identità, ma solo un unico puro imperioso sesso.
Solo l’età poté domare in tal senso Giacomo, e il suo rifugio nell’isolato e severo castello di Dux, nella fredda e umida Boemia (oggi Duchcov in Cecoslovacchia) nel 1785, appena sessantenne, testimonia il suo ritiro consapevole dalla vita di libertino, poiché la giovinezza è venuta a mancare, e pure la forza per nuovi arditi viaggi e conquiste(6 . In verità, le donne guardano gli uomini più giovani, ed egli ne è conscio. Non suscitava più l’interesse nel bel sesso a prima vista, ma era necessario che lui parlasse, e spesso gli veniva preferito un rivale. Il mito vuole Casanova sempre giovane, ma anche per lui il tempo passava. A Dux, succede che gli manchino i denti e sia costretto a mangiare solo brodo.

Castello di Duchov (Dux) ,Ústí nad Labem, Duchov, Rep. Ceca
Giacomo dice di avere seminato figli per mezza Europa, nessuna cautela quindi, e mai volle essere padre e assumersi la responsabilità di una figliolanza, che avrebbe frenato la sua vita libera e avventurosa, come aborrisce l’idea di fissarsi per sempre in un luogo, rifuggendo uno stile di vita ordinato e tranquillo, perché ha bisogno dell’imprevisto, di continue novità, di avventura, di inventarsi la vita. Incredibile come le donne del tempo si concedessero tanto facilmente a Casanova, che incontrò poche difficoltà nel conquistarle. Egli era di un’audacia rara e forse ciò lo rendeva affascinante.
Egli portava, ovunque andasse, sempre Venezia nel cuore, e anche a Dux, la nostalgia e lo struggimento per la lontananza dalla città è forte. Ma egli, per due volte fuggiasco da Venezia, un giramondo, a volte senza soldi e senza una meta, era costretto a cambiare spesso città, perché si accumulavano le grane, a causa di suoi comportamenti non ortodossi, e allora preferiva scappare.
Al tempo di Casanova, la Serenissima sta affrontando la fase finale della sua esistenza. Forte è divenuta la fronda nobiliare veneziana, molto determinata a rivendicare possessi e potere politico, e che occorre tenere sotto stretto controllo, accentrando il potere; in Levante c’è animosità verso Venezia, e le emigrazioni degli abitanti di quelle isole verso Stati esteri, quali Russia e Turchia, come la disaffezione di elementi dell’esercito navale, suonano la “sveglia” agli Inquisitori di Stato; in Terraferma si affacciano le nuove idee dei Lumi, che molto attecchiscono ai confini della Repubblica; la neutralità disarmata non basta a tutelare la Serenissima dall’aggressività crescente e conquistatrice di altri Stati europei; in Europa, Venezia non ha più rilevanza politica. Il Senato e diversi influenti nobili veneziani sanno che la Serenissima è in grave pericolo, che la sua esistenza è accidentale. Ma in città, si vuole che l’atmosfera, nonostante tutto, sia serena, che ci sia allegria durante il lungo Carnevale, tutto deve procedere come se nulla fosse. La sua fine allora sembrerà ai più una sorpresa, e inaspettata, e forse sembrerà cosi anche a Casanova che quell’allegria ha vissuto.
La scrittura, lo scrivere fu per Giacomo un grande conforto. Egli scrisse sempre e, durante i suoi viaggi, portava sempre con sé un baule pieno delle sue carte e appunti. Fu un uomo colto e leggeva molto. Egli accettò l’incarico di bibliotecario nel castello di Dux, propostogli dal conte Joseph-Charles Emmanuel di Waldstein, anche perché amava molto i libri, al punto che «per essere felice mi pareva mi occorresse solo una biblioteca». La sua doppia natura, essere un grande amante e un uomo di studio, deve avergli richiesto molta energia che Giacomo possedeva, e procurato anche un forte contrasto interiore, perché sistemi di vita molto differenti. E a Dux, senza continui viaggi e avventure, Casanova è solo, forse per la prima volta nella sua vita. E soffre la solitudine. Sta moltissimo nella biblioteca e nella sua stanza dove, nel 1790, a sessantaquattro anni, inizia a scrivere la storia della sua vita. Scrive per giorni interi, dimentico del mondo e immerso nel suo passato per riviverlo, perché l’avventura molto gli manca, e non può lasciare la sua mente. Pare però che l’Histoire de ma vie sia un po’ romanzata, perché certe storie sembrano proprio incredibili, e in tutte vi è pathos e suspence, e vi è l’intento di sbalordire il lettore.
L’intatta voglia di vivere gli impedisce di considerare «la morte che non riuscivo a guardare in faccia da stoico: una forza superiore alle mie forze, che mai sono riuscito a vincere e che mai vincerò». Casanova avversava l’idea della morte che non volle affrontare, eppure con l’Histoire si preparò inconsapevolmente ad essa, rivedendo la sua vita e dandole così un addio.
A Dux, nel grande e isolato castello, ricco di sale e saloni, dove trascorrerà gli ultimi quattordici anni della sua vita, è costretto a stare, come in esilio, perché a causa dell’età non può più fare il libertino, anche se il desiderio di farlo esiste ancora. E intorno vi è la servitù del castello, vi è il maggiordomo del conte di Waldstein, che portava la divisa di soldato, e il suo aiutante, con i quali non gli riesce di avere un rapporto sereno. L’ostilità tra di loro è profonda, non si possono proprio vedere, nessuna possibilità di comprensione, né di accordo per una relazione appena decente.

Ernst Philipp, disegno del conte di Weidstein (1600-1700 c.a.)
Lorenzo Da Ponte, sacerdote e poeta, librettista di Mozart, che conobbe Casanova, lo descrive come “un uomo bizzarro che non voleva aver mai torto“. Il principe de Ligne dice che Casanova a Dux era molto pretenzioso, e che non v’era giorno in cui, per il suo caffè, il suo latte, il suo piatto di maccheroni – che egli esigeva – non nascesse qualche discussione in casa; e ancora discussioni perché dei cani avevano abbaiato tutta la notte; il curato lo aveva annoiato mettendosi in testa di volerlo convertire; il conte non gli aveva dato il buongiorno per primo; la minestra gli era stata servita, malignamente, bollente; un valletto lo aveva fatto aspettare prima di dargli da bere; il conte aveva imprestato a qualcuno dei libri senza avvertirlo; un palafreniere non s’era scoperto il capo al suo passaggio; si è arrabbiato, e gli altri avevano riso(7. Tutto ciò, secondo Giacomo, aveva a che fare con il senso dell’onore cui egli, esageratamente, molto teneva. Anche quando gli viene chiesto di pagare degli acquisti, egli considera ciò un disonore: «Compera a credito, alla manifattura di stoffe di Oberteitersdorf, di proprietà del conte, e afferma che gli si manca di rispetto quando gli chiedono i denari»(8.
Anche fisicamente, il principe de Ligne, che lo ha conosciuto personalmente, dà di Giacomo un ritratto particolare: «Sarebbe un gran bell’uomo, se non fosse brutto. Alto, piantato come un Ercole, ma ha il colorito di un africano: occhi vivi, pieni di intelligenza, veramente, ma che rivelano sempre la suscettibilità, l’inquietudine o il rancore, e gli danno un aspetto quasi feroce, più facile alla collera che non all’allegria. Ride poco, ma fa ridere. Ha un certo modo di raccontare, fra il balordo Arlecchino e Figaro, che lo tende molto divertente». E, per quanto riguarda la vita sentimentale: «Ama, desidera smodatamente ogni cosa ma, dopo aver tutto avuto, può anche fare a meno di tutto. Ha sempre in testa le donne, le giovincelle soprattutto, ma ormai esse non possono uscirgli di testa per incontrarlo in altro modo, e ciò lo mette in collera contro il bel sesso, contro se stesso, il cielo, e, soprattutto contro l’anno 1725» (9. Anno della sua nascita. Ma in tutta la sua vita, anche nei tumultuosi disordini della gioventù, risalta la sua notevole sensibilità, avendo «sempre mostrato delicatezza d’animo, senso dell’onore e coraggio».
Non molte persone riuscivano a essere gradite a Casanova. Tra queste assolutamente non figuravano il maggiordomo del conte e il suo aiutante. Una forte contrapposizione, anzi un vero e proprio muro lo opponeva al maggiordomo Georg Feltkirchner, e non Faulkircher, come Giacomo lo chiama nelle lettere. Chi dette avvio al conflitto pare essere stato quest’ultimo che consigliò al conte di disfarsi di Casanova, cercando di convincerlo che era inutile pagare mille fiorini l’anno per un bibliotecario e, non riuscendovi, gli suscitò contro molte avversioni e fece provare forti umiliazioni, facendogli continui sgarbi, per disgustarlo a tal punto da indurlo a essere costretto a lasciare volontariamente l’impiego. Giacomo però non si lascia scoraggiare, e inizia a scrivere una serie di lettere, scritte in francese, dirette al maggiordomo «dal suo migliore amico», ma mai consegnate, e quelle arrivate fino a noi sono ventuno(10. Lettere senza data, se non una nel titolo, 10 gennaio 1792, che servirono a Casanova anche come valvola di sfogo della rabbia e del risentimento, e di riflessione, di controllo dei forti sentimenti di avversione che il maggiordomo suscitava in lui.
Per tale conflitto Casanova, nella lettera, prima chiama, a giudice il pubblico: “Il pubblico deciderà se voi siete un uomo da nulla, un poltrone, e se ignorate o meno ciò che significhino le leggi dell’onore”. Quindi Giacomo aveva in mente di pubblicare le lettere, e si aspettava anche una risposta del maggiordomo. Lettere che dovevano servire al processo che Giacomo intendeva attivare verso il maggiordomo: serviranno a istruire il pubblico che ne sarà giudice. E a tali lettere il maggiordomo dovrà rispondere per difendersi.
Casanova si attendeva di essere considerato e rispettato dalla servitù del castello, ma ciò giocò a suo sfavore, innescando invece l’avversione nei suoi confronti. I primi due anni, a Dux, Casanova mangiò nella sua camera, a sue spese, per non stare alla tavola comune. Ma tenere le distanze gli impedì di farsi conoscere, avviando nella servitù un immaginario negativo.
Nell’Histoire Casanova dà di sé un’immagine di uomo instancabile, coraggioso, intraprendente di valore, a Dux, invece, è sbeffeggiato dalla servitù, non viene preso sul serio, diviene vittima di scherzi volgari, di derisione, viene preso a bastonate, poiché considerato un elemento assolutamente estraneo alla vita comunitaria di quel luogo. Ed egli dice di sé, «Io sono come un nobile destriero che la sfortuna ha costretto a vivere in mezzo a degli asini, e obbligato a soffrire pazientemente i calci, poiché ho avuto bisogno di nutrirmi alla stessa greppia»(11. Ecco come Giacomo considerava la servitù e ne era pienamente ricambiato. Solo in queste lettere troviamo un Casanova avvilito, poiché tale stato d’animo non risulta nell’Histoire, dove egli risulta intrepido e vincente.
Giacomo valuta il maggiordomo subdolo, astuto, simulatore e pieno di veleno, e tutto ciò vede nel di lui viso piatto e ossuto, e lo considera «con pretese di spirito nonostante la sua profonda ignoranza», «uomo ignorantissimo», «pappagallo ignorante» lo chiama e lo considera disonore del castello. Lo considera pure sterco, «Se mi batto con lo sterco è certo che vincitore o vinto finirò sempre imbrattato». Quando Casanova incontrava il maggiordomo gli inviava sorrisi di disprezzo. Nessuna stima tra di essi, e tale disistima, non controllata, alimentò notevolmente lo scontro. Tra i due non è da escludere un forte conflitto per maggiormente piacere al conte e a sua madre. Conflitto che poteva risolversi solo con l’allontanamento di uno dei due. Il maggiordomo chiese al conte di allontanare Casanova, e altrettanto fece Casanova nei confronti del maggiordomo(12.
Lo scontro aveva anche aspetti riguardanti una questione di potere, il desiderio di contare di più a palazzo, e di non avere rivali in proposito. Giacomo dice più volte che il maggiordomo è invidioso, «l’invidia vi corrode fin nel profondo delle viscere», scrive Giacomo nella lettera dodicesima. E qui ci sta anche lo specchio. L’invidia era reciproca.
Il conflitto non conosce momenti di tregua, e continui sgarbi fa il maggiordomo a Casanova: «Nella vostra odiosa invidia, non perdendo mai di vista il desiderio di cagionarmi delle inquietudini, siete riuscito a recarmi non pochi danni: ma la vostra poltroneria, che vi ha messo al riparo della mia spada, non vi ha garantito dalla mia penna: io vi ho smascherato»(13. Anche il giovane Carlo Wiederholt, il collaboratore del maggiordomo, che Casanova non conoscendo il tedesco chiama Viderol, lo insultava continuamente. Pure il fatto di non conoscere la lingua, poté contribuire a rendere più aspro il conflitto, nella impossibilità di dare e ricevere spiegazioni.
In tale conflitto molto duro, aspro, di tipo narcisistico e di potere, non mancavano i dispetti, come collocare, da parte del collaboratore del maggiordomo, per due volte, l’immagine di Casanova cosparsa di cacca, e con scritto il suo nome, all’interno della porta della latrina. La seconda volta, l’immagine rimase appesa per sei settimane. Ma non finisce qui. Giacomo dice di essere stato assalito a colpi di bastone per le strade di Dux, alle dieci del mattino, con tremende ingiurie, da parte del collaboratore del maggiordomo e su suo incarico. Ma ancora questi, che il maggiordomo protegge, «si fece fare un grimaldello col quale fu in grado di penetrare in tutte le camere del castello, compresa la mia biblioteca, dove certamente rubò quei volumi che non si sono più trovati» (14.
Giacomo scruta minuziosamente il fisico del “nemico”, nel quale vede riprodotte le di lui negatività: «Nei labirinti che le rughe formano sulla vostra vecchia faccia, si scoprono il rancore, la bassezza, la malizia e l’ignoranza ambiziosa» (15. Arrivando fino a considerarlo capace del suo assassinio, vivendo quindi il conflitto col timore di perdere la vita: «Uomo ignorante, senza alcun senso di onore, senza idea alcuna di probità, senza la minima conoscenza della giustizia! Io sono sicuro che potreste anche provocare il mio assassinio». (16 Grande è il coinvolgimento di Giacomo nell’ostilità, tanto che la sua immaginazione a volte arriva a rasentare la paranoia.
Certo che questo scontro è costato molto a Casanova, poiché da Dux non poteva fuggire se non per brevi periodi, perciò ha dovuto viverlo fino in fondo, assaporandone l’amaro e la frustrazione. In passato, egli considera, ciò si sarebbe potuto evitare, per la diversa condizione dei due, ma i tempi erano cambiati: «Secondo il corso ordinario delle cose, signor Faulkircher, niente di comune avrebbe dovuto esistere tra noi due al castello di Dux, ove io ero in qualità di bibliotecario, e voi in quella di maggiordomo: ma lo straordinario è talmente di moda ai nostri giorni, che non bisogna ignorarlo». (17 Alla fine Giacomo si era assoggettato al conflitto, e non poteva fare altrimenti, perché i tempi erano cambiati, e lo straordinario era ormai di moda, ne era divenuto la regola. Quest’ultima frase dà testimonianza del vero Casanova, ben consapevole del mutato clima che i Lumi avevano creato, e convinto che la vita occorre conoscerla e accettarla totalmente nella sua mutevolezza, straordinarietà, incredibilità, come lui l’ha con autentica passione sempre vissuta(18.
Casanova è consapevole di aver vissuto la vita per il piacere, che era il “vangelo” dei libertini, e che con i Lumi non era più peccato. Una vita dove la gioia è stata predominante e che Giacomo è contento di avere vissuto, perché è la felicità, e lui lo sapeva, che onora, celebra, ama e dà senso alla vita stessa.
NOTE.
1. Giacomo CASANOVA, La mia fuga dai Piombi, Rizzoli, Milano 1950, p. 10.
2. Seminarista, segretario di un cardinale, militare, suonatore di violino, alchimista, giocatore, organizzatore di lotterie, indovino, diplomatico, industriale, poeta, teologo, matematico, filologo, confidente degli Inquisitori di Stato, traduttore di Omero, storiografo e anche sfruttatore, imbroglione, baro, mestatore.
3. Idem, pp. 25-26.
4. Michel ONFRAY, Anatomia di una macchina desiderante, in Lydia FLEM, Casanova. L’uomo che amava le donne, davvero, Fazi Editore, Roma 2006 (ed. or. 1995 Parigi), p. 260.
5. «Avrei preferito studiare medicina e fare il medico, come sentivo di essere portato a fare, ma non mi dettero retta e vollero che mi applicassi allo studio delle leggi per le quali provavo un’avversione invincibile». Lydia FLEM, Casanova. L’uomo che amava le donne, davvero, cit., p. 186.
6. Casanova ha da poco compiuto sessant’anni, quando si rifugia nel castello di Dux nel 1785, e si sente già molto vecchio, tanto che credendo la sua vita ormai finita, non potendo più essere un libertino né un giramondo, inizia a scrivere le sue memorie, per percorrere a ritroso la sua vita avventurosa, che proprio per questo pensa che meriti di essere raccontata.
7. Dai Memoires et mélanges historiques du prince de Ligne, (Paris 1828, tomo IV), in Giacomo Casanova, Lettere a un maggiordomo, traduzione dal francese di Carlo Martini, edizione a cura di Piero Chiara, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1995, p. 171.
8. Ibidem, p. 172. Sul senso dell’onore v. Claudio POVOLO, L’intrigo dell’onore. Poteri e istituzioni nella Repubblica di Venezia tra Cinque e Seicento, Cierre, Verona 1997; Claudio POVOLO Introduzione, in “Acta Histriae”, 8, 2000, 1 (IX), Contributi dal Convegno Internazionale, Onore: identità e ambiguità di un codice informale (area mediterranea – secc. XII-XX), Capodistria 11-13 novembre 1999, pp. XIX- XXXVI.
9. Ibidem, p. 174-175.
10. Le lettere vennero trovate tra le carte di Casanova nell’archivio Waldstein. Forse mai recapitate. Ora pubblicate a cura di Piero Chiara, traduzione dal francese di Carlo Martini, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1985. Considerando le lettere al maggiordomo, Sebastiano Vassalli ha realizzato il romanzo Dux. Casanova in Boemia, Einaudi, Torino 2002.
11. Lydia FLEM, Casanova. L’uomo che amava le donne, davvero, cit. p. 103
12. Nel 1793, il conte di Waldstein allontana da palazzo Georg Feltkirchner e il suo collaboratore.
13. Lettera tredicesima.
14. Lettera sesta.
15. Lettera quindicesima.
16. Lettera ottava.
17. Lettera prima.
18. Casanova morì a Dux il 4 giugno 1798. A Dux, di Casanova rimane il solo ricordo di una piccola lapide, murata, insieme ad altre epigrafi mortuarie, fuori dall’abitato, sulla facciata di una cappella dedicata a santa Barbara: Jakob Casanova Venedig 1725 Dux 1798.
Da “Storia Veneta n°81” – dicembre 2025
