Nemo Propheta in Patria Sua e la Dulcigno (o Dolcigno) veneziana

Di Alessandro Zanotto


[1] Cfr. L. Nadin, Venezia e Albania una storia di incontri e secolari legami, Venezia 2013.

[2] “Nessuno è profeta nella propria patria, essendo morto eroicamente gli albanesi di Dulcigno lo avevano “adottato”, perché i martiri non muoiono mai…  le parole sono tratte dalla frase nemo propheta acceptus est in patria sua «nessun profeta è gradito in patria», riferita ai Vangeli (Luca 4, 24; cfr. anche Matteo 13, 57, Marco 6, 4, Giovanni 4, 44), pare sia stata pronunciata da Gesù in Nazareth per la fredda accoglienza dei suoi conterranei.

[3] Dei Gigli scarlati.

A. Zanotto, La Ca’ Zanotto e chi vi dimorò, ascesa e declino… in Storia Veneta, 73, 2023, p. 26.

[4] Composta principalmente da cavalleria armata di archibugi, di balestre e da una unità di artiglieri che trasportavano piccole colubrine o falconetti sui carretti trainati da cavalli, implementando un volume di fuoco e di movimento mai vista rispetto alle lente e pesanti e soprattutto molto ingombranti artiglierie dell’epoca, la quale poteva muoversi come l’acqua assumendo le forme per adattarsi alla situazione.

[5]L’amicizia più o meno espressa, si salda, quando entrambi si ritrovano al servizio dei Francesi nei primi di dicembre del 1524, durante l’assedio di Pavia. Davanti al fuoco dell’accampamento compose una canzonetta a favore di Giovanni contro gli imperiali (nella quale paragona l’imperatore Carlo V ad una recluta inesperta, lo chiama “picca secca”. Nel 1525 per curare la ferita di un’archibugiata ricevuta nella coscia, a Piacenza, il de’ Medici (Zuanin, come lo chiamavano nella cosmopolita città lagunare), si trasferirà ad Abano, e successivamente a Venezia per la convalescenza. A Venezia rimarrà da maggio ad agosto, passerà parecchi giorni a Palazzo Giustiniani a San Moisè e in Casa Zanotto e in molte altre dimore, li prenderà anche contatto con l’amico Ludovico Michiel (per perorare la sua proposta di entrare al servizio del governo) ma il suo carattere esuberante poco si accomodava con la mentalità veneziana.

Bib.Ric. manoscr. Cartaceo sec. XVI ccIr-46r.

Ciampi 1833, pp. 135-179.

Cfr. De’ Rossi 1989.

Batini 2005, pp. 150-157.

Successivamente il de’ Medici ripartirà al servizio del papa e Andrea si dirigerà verso il regno d’Ungheria.

[6] Combattuta tra la notte del 23 e la mattinata del 24 febbraio 1525.

[7] Nei pressi di Bratislava. Ferdinando non era affatto favorevole alla presenza di un veneziano tra le sue fila, non capiva il suo vero ruolo e per questo era costantemente sotto controllo, in quanto la Serenissima sosteneva Giovanni Zápolya (posto sul trono grazie ad Alvise Gritti, il figlio illegittimo del doge Andrea Gritti, che dell’Ungheria era governatore per conto della Sublime Porta). Carlo V, fratello di Ferdinando, voleva attaccare la Serenissima. Ferdinando era posto “tra l’incudine e il martello” e contemporaneamente non poteva contrariare la potente famiglia Keglević a “capo dei suoi feudatari”, quindi non poté far altro che accettare. Gli Asburgo, dopo la disfatta di Mohàcs del 29 agosto 1526, nella porzione restante del regno di Ungheria avevano istituito una fascia militarizzata a occidente del lago Balaton, dai Carpazi al mare, con capitale Pozsony (Bratislava).

[8] Comandato da Solimano il Magnifico (o kanuni, il legislatore, alla turca) con il gran visir Ibrahim (sul quale si tramandavano molte leggende sulle sue umili origini greche e la sua mirabolante carriera, che lo farà finire strangolato per la fatwa concepita apposta da Solimano, il quale aveva giurato di non ucciderlo, ma perse lo scontro “sotterraneo” con la bella Roxellana, favorita di Solimano e questo decretò la sua morte).

[9] Per “vincere facile” catturò la moglie di Andrea, la sorella del feudatario slovacco, con le altre mogli degli ufficiali nella cittadina antistante il castello. Le donne subirono tortura e altre azioni violente, le loro teste vennero infilate su dei pali davanti alla fortezza.

[10] assistito dal nipote Giovanni addestrò gli ufficiali e i nobili minori, aiutato da alcuni dei suoi mercenari.

[11] i messaggeri inviati a chiedere soccorso avevano compiuto la loro missione. Una colonna di soccorso composta da diversi mercenari era in arrivo.

[12] Talvolta, per i loro privilegi, i grandi nobili del regno d’Ungheria potevano concedere, a loro volta, titoli nobiliari minori a uomini di fiducia. Ufficialmente questo atto doveva essere riconosciuto anche dal Re, ma non essendoci un “vero” re, si necessitò sempre meno del consenso regio, soprattutto perché vi erano due re contemporaneamente.

Cfr. Aszatalos.-Petho 1930, pagine riguardanti il “dopo Mohacs”.

Dvornik 1968, p.40.

von Volborth 1981, p. 122.

Non sono oramai più presenti né la patente né la minuta, tuttavia fino a pochi anni fa era presente nell’archivio cartaceo diplomatico ungherese una loro lettera, nella quale si menzionano i due fratelli con il titolo comitale.

Manoscr.: 1526. 21. Sept.

All’interno della lettera si cita Andreaes et Joannis Zanoto, comiti Posoniensi, pro praestitis, et praestandis servitiis plenariam facultatem dat, de universis bonis suis disponendi.

[13]Il suo “vecchio” amico prima di morire gli disse che era contento di morire accompagnato “dall’uomo più valoroso che avesse mai conosciuto”.

[14] uno dei punti più deboli della cerchia muraria, detta anche del Tritone, oggi conosciuta come Porta Cavalleggeri.

[15] solo perché il figlio di Isabella, Luigi Gonzaga detto “Rodomonte” era uno dei capitani dell’esercito imperiale, il quale pose a guardia due dei suoi battaglioni per evitare il saccheggio lanzichenecco. Isabella salvò e ospitò circa 3000 persone nel suo palazzo, tra cui gli ambasciatori di Venezia e Mantova Domenico Venier e Francesco Gonzaga.

[16] Ferito da una freccia e da un verrettone di balestra fu curato alla meglio e tornò a combattere. Le punte della freccia e del verrettone si conservano ancora nel nostro archivio.

[17] una trentina di cavalieri “coperti” da un forte reparto di archibugieri agli ordini di Luigi Gonzaga “Rodomonte”, guidati dallo stesso conte Andrea Zanotto, “nascosto” tra le file del Gonzaga, assaltarono il palazzo del quartiere Prati liberando Clemente VII che venne travestito da ortolano per superare le mura della città, poi, scortato da 500 cavalieri fino a Orvieto.

Cfr. Buonaparte 1756, p. 131.

[18]Quando fu inviato a riscattare alcuni prigionieri o durante una delle sue numerose missioni.

[19]  A. Zanotto 2023, p. 22-32.

[20] Dalla quale ebbe sette figli: Alvise, Marino, Giacomo, Bortolomio, Andrea, Cristoforo Lorenzo, Cristoforo.

[21] Sorge sopra un promontorio quasi a picco sul mare, dove termina la costa montuosa illirica e inizia quella piatta dell’Albania. È posta in parte lungo il mare, in parte sulla pianura e sulla collina. La vecchia cittadella conserva ancora la struttura medievale con le sue viuzze strette ed erte. Nelle vicinanze della chiesa latina di Santa Maria, dopo il 1571 diventò moschea e dal 1975 fa parte del complesso museale locale. La fortezza ha due porte, una nella parte inferiore dal mare e l’altra da terra nella parte superiore. Le mura medievali del castello furono costruite con pietre triangolari di conglomerato vulcanico. Mentre la forma triangolare della costruzione del castello risale al dominio veneziano. Da Capo Suke si può scorgere Capo Rodoni (Durazzo) e il Castello di Skanderbeg (a Kruje) e la grotta di Haxhi Ali nella penisola di Karaburun (Valona). Con questi punti di riferimento i dulcignani si orientavano verso il mare.

[22] si sono comportati virilmente e fedelmente.

[23] La famiglia di origine albanese dei Balšić o Balsha o Balshaj, fu una nobile famiglia che governò la Zeta e le zone costiere del Montenegro e dell’ Albania settentrionale, dal 1362 al 1421, durante e dopo la caduta dell’Impero serbo . Balša , il fondatore, faceva parte della nobiltà minore, la cui signoria si fermava a un solo villaggio durante il regno dell’imperatore Dušan il Potente ( 1331–1355), fu solo dopo la morte dell’imperatore, che i tre figli di Balša ottennero il potere nella Bassa Zeta dopo aver acquisito le terre degli  Žarko (1336–1360) con un assassinio e espandendosi anche nella Zeta Superiore assassinando il voivoda e čelnik Đuraš Ilijić (1326–1362). Furono riconosciuti come “oblastni gospodari” di Zeta negli editti dell’imperatore Uroš il Debole (1355–1371). Dopo la morte di Uroš, la famiglia iniziò una faida contro i Mrnjavčevići , che controllavano la Macedonia .

Quando l’ultimo signore del ramo principale della famiglia, Balša III morì nel 1421 senza eredi, i suoi possedimenti furono passati allo zio, il despota Stefano l’Alto . I Macedoni chiesero aiuto alla Serenissima, la quale intervenne con il suo potenziale bellico estromettendo i Balša e annettendo al suo Stato da Mar le città di Bar e Dulcigno.

La famiglia compare nell’armoriale miniato del monastero francescano bosniaco di Fojnica (comprendente 139 stemmi), redatto tra il 1635 e il 1662

[24] Per i servigi resi, il Governo veneziano, con ducale del doge Gerolamo Priuli datata 15 aprile 1562, in cui si sottolinea il buon risultato degli incarichi portati a termine per la Repubblica, gli venne riconosciuto il titolo comitale in forma onorifica.

[25] I dulcignani resteranno sempre fedeli alla Serenissima e guarderanno con speranza il ritorno dei veneziani.

[26] Coronelli V. M., Isolario, 1696, pp. 161-162.

[27] una barriera ma soprattutto una sentinella contro i turchi e i loro pirati che imperversavano sulle coste.

[28] La storia di Dulcigno ha una storia, anche se travagliata, molto antica, essa ha più di tremila anni. Fondata da un popolo precedente ai greci della Colchide (abitato situato ad ovest rispetto all’odierna Dulcigno), che la conquistarono e la rifondarono con i toponimi di Ουλκίνιον (Oulkinion), ai quali si deve il primo nucleo della fortezza. Fu conquistata a sua volta dagli Illiri che la ribattezzarono Ulkinon da ulk (lupo). Dopo la sconfitta del re Genzio in occasione della terza guerra illirica, i Romani penetrarono nella regione e, nel 163 a.C., conquistarono Dulcigno che ribattezzarono Olcinum. Sotto la dominazione romana ricevette dapprima lo status di Oppidium Civium Romanorum e successivamente quello di Municipium. Nell’VIII secolo divenne sede episcopale, mentre nel 1010 lo zar Samuele di Bulgaria tentò inutilmente di conquistare la città. Dulcigno venne conquistata dal principe Stefano Nemanja e rimase sotto il controllo serbo sino al 1360 quando divenne possesso della famiglia Balšić, i quali la chiamarono Ulcinj. Fu conquistata dai Veneziani nel 1402, con l’impresa di Pietro Loredan  che la conquistò risalendo il fiume Bojana ed incorporata nell’Albania Veneta, con i nomi di Dulcigno o Dolcigno, dove raggiunse il massimo splendore.

Dopo il 1571, sotto il controllo turco che distrusse tutto quello che non poteva utilizzare divenne Ülgün. Sin dall’ XI secolo, la maggior parte della popolazione, di origine albanese, chiamava Ulqin la propria città.

Cfr. Freschot 1687.

Cfr. A.A.V.V., Pubblicazioni dell’Istituto Per L’ Europa Orientale, 1933-41.

[29] I quali non si davano pace per averla dovuta cedere ai veneziani e per questo tentavano con ogni scusa di riprendersela.

[30] Preferivano utilizzare il denaro per le famiglie dei propri soldati e per la beneficenza dei più poveri, anche questo faceva parte dello spirito imprenditoriale veneziano, non pagava subito, ma la ricompensa si sarebbe vista nel corso del tempo e così è stato.

[31] spesso i soldati dovevano impegnarsi le armi per poter mantenere la famiglia.

[32] persino durante l’assedio del 1571, sia gli stradioti presenti sia i montanari Clementi scesi dalle montagne per rinforzare la guarnigione non accettarono le lusinghe dell’oro turco per cambiare schieramento.

[33] Giovanni Battista Giustinian affermò: “…tra i dulciniani non esiste estremo rancore né odio reciproco, ma esiste la riconoscenza atavica…”

[34] Chiamato anche “Hysejn”, invia una lettera in cui sottolinea che la resistenza è maggiore di quanto si aspettava e che non è possibile “sparare” più di 4 cannoni. A causa della resistenza dei veneziani le scorte di polvere da sparo e palle di cannone si stanno esaurendo (come si evince da un documento), servono rifornimenti e i contingenti promessi dalle zone albanesi già sotto il dominio turco.

[35] Esse affiancavano il vescovo cattolico di Dulcigno. In un documento del futuro patriarca di Venezia Giovanni Tiepolo (patriarca di Venezia 1619-1631), datato 28 settembre 1595 si fa riferimento alla relazione del vescovo di Dulcigno Martino Segono del 20 marzo 1482, dove si elencano i vari religiosi presenti.

[36] La tradizione familiare ci riporta parte del discorso, udito da uno dei figli (aveva previsto la fine della città e pertanto aveva preparato la fuga per i figli per continuare la lotta). Alla richiesta della conversione ad Allah, dio dell’Islam, esso rispose: “essere cristiano e come essere veneziano, più che un privilegio è un onore che non si compra con un piatto di lenticchie(velato riferimento ai gusti culinari del pascià) e se non avessi le mani legate e potessi ancora brandire la mia spada, che tanti dei tuoi hanno conosciuto e che non lo racconteranno mai, ti ucciderei da quel cane che sei, e al massimo potresti avere una tomba, solo se trovassi qualcuno che fosse così cristiano da fare la fatica di scavarla, ma l’unico così cristiano è il papa e sta a Roma, pertanto verresti buttato tra i maiali da quel porco che sei..” mentre lo diceva sorrideva, sorridevano sia gli altri condannati sia i mussulmani…sapeva che di lì a poco sarebbe morto ugualmente…ma tra gli Zanotto l’onore è onore e nessuna cifra è abbastanza alta da pagarlo! A tale discorso diversi vecchi comandanti del pascià applaudirono, inconcepibile per lui, normale per loro, rispettavano qualcuno che nemmeno nella morte non hanno sconfitto, riprendendo l’antico detto mussulmano “il valore del tuo nemico ti onora”…quando seppe dell’accaduto, dalle sue spie, il Gran Visir Sokollu, fece pervenire ai figli a Venezia una medaglia d’oro che portava la seguente iscrizione.. “Il valore del tuo nemico ti onora” (trafugata nella notte del 14 gennaio 1898).

J. von Hammer-Purgstall 1836, p. 423.

V. Mantegazza 1896, p.37.

K. M. Setton 1984, p. 1025.

[37] Il massimo onore che un turco concedeva a un vero guerriero, una buona morte. Antonio essendo rimasto vedevo a causa della morte della moglie per febbri aveva fatto scappare, grazie ai montanari Clementi, i figli rimasti nella città. La maggior parte dei suoi figli morirono di morte violenta: Alvise pare avesse incontrato la morte nel 1565, durante uno scontro in Ungheria; Marino entrò nei canonici della cattedrale di Pola, ne uscì dopo il 1567 (ducale del doge Gerolamo Priuli, datata 8 ottobre 1567). Per arruolarsi come cappellano, sulla stessa galea del fratello Andrea, quando cercarono di riprendersi Dulcigno, morirono entrambi sulla galea davanti alla fortezza; Bortolomio riuscì a giungere a Venezia, mettendosi al servizio dello stato come gentil’uomo di lingua, e come tale fu inviato a Costantinopoli per studiare “la lingua e le lettere turchesche (ducale del doge Alvise Mocenigo I, datata 9 giugno 1573), al servizio del bailo Antonio Tiepolo, era già padrone della lingua slava, albanese e greca, si stabilirà nel pordenonese, morirà prima del 1585 per cause sconosciute; Cristoforo Lorenzo se ne andò anni prima della conquista turca, partecipò ad alcune battaglie ma preferì il servizio particolare dello stato, venne bene meritato per il buon servizio(ducale del doge Nicolò da Ponte, datata 25 febbraio 1585). Inviato come gentil’uomo di lingua a Costantinopoli per studiare “la lingua e le lettere Turchesche” (ducale del doge Pasquale Cicogna, datata 5 febbraio 1587) al servizio del bailo Lorenzo Bernardo. Riuscì a tornare per breve tempo a Venezia per poi stabilirsi nel pordenonese.  Morì a causa di una caduta da cavallo durante una “caccia all’orso” in montagna, in una zona di Sauris oggi chiamata “prad da l’ors”. Il suo corpo venne riportato a valle dai servitori, battitori e dalle guide; Cristoforo presentò le prove di nobiltà e venne accolto tra i Cavalieri di Malta nel 1585 (magistrale del Gran Maestro Hugues Loubenx de Verdalle, datata 1586, in cui lo si accetta a vestire l’abito come frate-cavaliere). Morì durante una delle loro “caravane”: in uno scontro la flottiglia incontrò alcune galee di Algeri, ebbe la meglio, ma tra le cristiane che affondarono vi fu anche la sua.                                                                

[38] Dal quale discende lo scrivente.

[39] Essendo uno degli agenti del Consiglio dei X, venne interpellato per contrastare gli eserciti ottomani.

[40] La tradizione familiare racconta che travestito da pastore greco locale, ma con abiti scuri, armato solamente di quattro pugnali, due nascosti nelle fasce delle calzature, uno alla cintura e uno sotto la camicia, era sbarcato dalla galea che lo aveva trasportato e sulla quale aveva lasciato la sua armatura (la borgognotta con mezza buffa è ancora presente). A piedi raggiunse la cima di uno dei promontori che sorvegliavano l’insenatura della baia. Salito in cima, come si aspettava, trovò tre giannizzeri che sorvegliavano la flotta dall’alto. Quando lo videro arrivare tentarono di balzargli addosso, ma vennero eliminati dai due pugnali, che lanciati, colpirono uno all’addome e l’altro alla gola. Il terzo non tentò di dare l’allarme, tipico della mentalità dei giannizzeri (più un nemico è forte e più c’è gloria nell’abbatterlo). Giacomo fidando in questo attese l’attacco con un pugnale per mano, il giannizzero sguainò la scimitarra e sferrò un fendente che venne parato dalla daga nella mano destra, fece un passo avanti infilò l’intera lama della daga nella gola perché non gridasse. Recuperò i pugnali, nascose i corpi, accese delle torce sul fuoco del loro bivacco, fece dei segnali alla capitana dei Cavalieri di Malta (con il comandante, il veneziano Pietro Giustiniani, aveva già preso accordi). La capitana entrò a lanterne spente, controllò il fondale per verificare che non ci fossero trappole sommerse. Esso nel frattempo prendeva appunti sul numero e sul genere delle navi della flotta Turca. Terminato il suo compito, lasciò la maggior parte degli abiti dietro ad un cespuglio, ne tenne alcuni stracciandoli. Scese verso la spiaggia e si confuse con gli schiavi scesi per caricare i rifornimenti (possedendo la conoscenza delle lingue slava, albanese, greca e turca), li avvertì che presto sarebbero stati tutti liberati. Gli schiavi si galvanizzarono.  Intanto salì sulla sultana del rinnegato cristiano, Ulug Alì, lesse gli ordini di battaglia e scese dalla nave senza che nessuno si accorgesse di lui. In quel momento di pace, i Turchi non pensavano minimamente di essere attaccati. I cavalieri di Malta lo aspettavano in una piccola rada a lanterne spente. Salì sulla loro galea che si diresse verso Messina, nella cabina del Giustiniani trascrisse gli ordini turchi in italiano e consegnò una copia ai comandanti in capo e una la diede al Giustiniani (copia che a fine battaglia lo stesso Giustiniani stesso donerà a Giacomo). Si rivestì di nuovo della sua armatura e partecipò egli stesso alla battaglia sulla capitana della flotta sabauda (fungendo da tramite, in quanto conoscitore del cifrario veneto della marina militare). Sulla stessa galea conobbe Francesco Maria II della Rovere, Francesco Paolo Sforza di Caravaggio e Gianbattista Bonarelli della Rovere.

Combattè valorosamente assieme al conte Andrea Provana di Leynì, fungendo da tramite con la flotta veneta. La relazione è conservata nell’Archivio di Stato di Torino.

Cfr. E. Ricotti 1861, intera “Relazione Provana”.

[41] Sicuramente fu imprigionato a Yedi Kule (sette torri), cerniera dell’apparato difensivo dell’antica Costantinopoli.

[42] A Venezia trasferì titolo comitale ai figli legittimi, per tramandarlo in perpetuo. Visse gli ultimi anni con i cinque figli: Lorenzo, Giacomo, Giovanni, Andrea e Zorzina.

[43] La città era molto cambiata, delle precedenti vestigia venete poco o nulla vi era rimasto, le tombe private erano state violate e distrutte.

Brill 1913-1936‎, p. 457.

Ilari- Boeri-Paoletti 1996, p.150

[44] Il sacerdote raccontò la leggenda della “tomba segata”, citata nelle cronache, la quale era stata trovata tra le macerie del pavimento della chiesa di Santa Maria. Uno straniero di Venezia, un grande guerriero come suo padre, che era diventato uno di loro per matrimonio e si era fatto decapitare pur di non diventare mussulmano e che gli stessi giannizzeri turchi lo avevano seppellito nella tomba del padre in chiesa.

Da “Storia Veneta n°80” – settembre 2025