Di Roberto Stoppato Badoer (SGE)
I Lotti Veneziani
I lothi furono introdotti a Venezia a partire dal 1521 e godranno di buona fortuna fino al tramonto della Repubblica. Marin Sanudo nei suoi Diarii raccontò che probabilmente il primo a tenere un lotho fu un tal Geronimo Bambarara, straccivendolo a Rialto. Le origini rimangono comunque incerte ma la sua espansione fu rapidissima e spontanea[1]. Dalle testimonianze del cronista ricaviamo che quelle che nacquero come lotterie improvvisate per pochi soldi, diventarono in poco tempo un ricco gioco con molti partecipanti e premi fino a millecinquecento ducati[2].
Dopo solo sette giorni dalla prima delle estrazioni di questa lotteria di strada, fu ordinato che non avesse luogo nessun’altra estrazione senza il previo permesso dei Provveditori di Comun, i quali avrebbero dovuto controllare che il valore dei premi fosse equo e reale al fine di evitare truffe e raggiri. Sempre Sanudo in tale occasione racconta come un baro fu messo alla berlina dopo aver truccato un’estrazione e come questo tipo di controllo non fosse così effettivo[3] tanto che già il 28 febbraio dello stesso anno fu necessario un intervento più radicale: per la prima volta il gioco del lotto fu vietato[4]. Ciò nonostante, le lotterie, grandi e piccole non cessarono dopo l’emanazione del divieto. Esse si tenevano a Rialto, centro di scambio e commerci, ma anche luogo dalla grandissima concentrazione di persone durante il giorno.
Lo svolgimento del gioco era abbastanza semplice: vari premi come sete, perle, ambre e animali venivano esposti da chi organizzava il lotho e ogni partecipante pagava all’organizzatore il prezzo del biglietto, di solito due ducati l’uno. I nomi dei partecipanti venivano scritti ognuno su un pezzo di carta che andava poi inserito in un’urna, mentre in una seconda urna si inserivano dei bollettini, di ugual numero ai pezzi di carta coi nomi, su cui era scritto precio e il relativo ammontare della vincita o era lasciato in bianco. Solitamente l’estrazione era affidata ad un bambino che gridava «pacientia» nel caso in cui avesse pescato il bollettino in bianco o «precio» nel caso in cui il bollettino fosse stato vincente[5].
Lo Stato impiegò poco tempo a considerare il lotto un mezzo facile per raccogliere denaro e far fronte così alle varie spese, soprattutto a quelle dovute alle guerre e alle pestilenze. A tale scopo la gestione dei lotti venne affidata ad un sensale di fiducia, ovvero un mediatore, che avrebbe dovuto comprare allo Stato i premi che sarebbero stati messi in palio durante le estrazioni guadagnando una provvigione del 2% su tutte le vincite[6].
Per rinnovare il divieto di lothi particolarie quindi favorire la partecipazione a quelli pubblici, il 23 maggio del 1525 il Consiglio dei Dieci decretò che non si potessero organizzare lotti privati in alcuna forma, pena la perdita del capitale sborsato per comprare i premi e i premi stessi nonché una multa nella misura, decisa ad arbitrio dai Capi del Consiglio dei X, dai cinquanta a i cinquecento ducati, che si sarebbe potuta tramutare in sei mesi di prigione se non pagata[7].
A partecipare ai lotti era ancora una volta tutta la popolazione senza distinzioni: nobili, indigenti, stranieri, monache e preti[8]. I premi più ambiti e particolari che si sarebbero potuti vincere col lotto erano senza dubbio, più che preziosi di vario genere, privilegi ed uffici della repubblica. Esempi ne sono la riscossione dei pedaggi da parte di tutte le imbarcazioni che passavano per il canale di San Zulian[9], la riscossione dei dazi in uscita e in entrata sul fiume Sile[10] e l’ufficio del Dazio del Vin[11], porzioni di bosco a Lignano[12] e ancora due banchi di vendita della beccheria a Rialto[13]. Nel maggio del 1525 uno dei premi fu una casa sul Canal Grande a San Samuele di proprietà della Signoria[14].
Nella prima metà del Cinquecento si susseguirono moltissimi provvedimenti per aprire e chiudere lotti statali o a partecipazione statale ma gestiti da privati. Il 18 agosto 1535 fu indetto un lotto di cinquantamila ducati[15], il 22 novembre dello stesso anno fu ordinato di chiudere tutti i lotti piccoli per organizzare il lotto grande che sarebbe stato indetto in estate[16]. Nel 1537 invece venne concesso a Vincenzo de Levrieri e Tomaso Seripiani di fare un lotto per novantamila ducati[17], l’anno dopo ne fu indetto uno nuovo per centomila ducati prorogato poi il mese successivo[18].
Il 5 maggio 1544, non riuscendo a chiudere un lotto di cinquantamila ducati (forse quello del 1535), per soddisfare i crediti di quelli che avevano giocato, venne ordinato dal Consiglio dei X ai Provveditori di Comun di fare un lotto intitolato «ultimo de tutti i lothi» e che dopo non se ne potessero fare più altri né per il pubblico né per i privati, a pena di pagare una multa di mille ducati e di incorrere in dieci anni di bando[19].
Nel 1552 venne ribadito il divieto di far lotti con l’aggiunta che i soggetti che ne avessero indetto qualcuno di valore minore ai cinquecento ducati sarebbero stati condannati a diciotto mesi in galea coi ferri ai piedi a meno che i Provveditori di Comun non avessero deciso una pena maggiore. Lo stesso provvedimento tuttavia imponeva una serie di regole riguardanti un lotto concesso qualche giorno prima, come a dire che ve ne erano e ve ne sarebbero stati altri in maniera, per così dire, eccezionale[20].
L’ abitudine non cambiò nemmeno alla fine del secolo: il Consiglio dei X proibì i lotti per l’ennesima volta nel 1588, ma soltanto sei mesi più tardi fece una concessione per indire un altro lotto[21].
Il Seicento sarà segnato da divieti di lotti privati e indizione di lotti pubblici da cinquanta a trecentomila ducati, quindi un panorama simile a quello visto nel secolo precedente. Il 7 luglio 1603 il Consiglio dei X ordinò ai Provveditori di Comune di non permettere alcun lotto pena la privazione dell’ufficio per due anni[22], il 24 luglio 1629 vi fu l’apertura di un lotto per conto della Signoria di cinquantamila ducati. Il 21 aprile 1648 fu ordinata l’apertura di un deposito in forma di lotto per cercare di rimediare del denaro che la guerra di Candia richiedeva in misura sempre maggiore per una cifra di cinquemila carratti[23]. Il 7 ottobre non avendo raggiunto che duemila carati di deposito, fu stabilito dal Senato che appena raggiunta la cifra di duemilacinquecento si sarebbe dovuto procedere all’estrazione. Il 26 novembre 1650 venne emanata l’ennesima proibizione dei lotti privati da parte del Senato; il 6 maggio 1661 il Consiglio dei Dieci concesse ad Iseppo Brizzi di far un lotto a S.Marco; il 25 febbraio 1684 fu indetto un lotto di centomila ducati.
Nel corso dei primi anni del Settecento il lotho verrà sostituito quasi del tutto dal lotto: il lotho infatti corrispondeva a quella che noi oggi chiameremo lotteria, ma il vero lotto, così come noi lo conosciamo al giorno d’oggi, al tempo era chiamato «Lotto ad uso di Genova».
Questo gioco, che ora chiameremo lotto in modo proprio, nacque a Genova a cavallo tra il XIV ed il XV secolo e lì si diffuse inizialmente. Lo svolgimento del gioco era molto semplice: venivano estratti da un fanciullo cinque numeri su novanta e questi sarebbero stati i vincenti.
Il lotto arriva ufficialmente a Venezia nel 1715 in un periodo difficile per la città perché i turchi avevano nuovamente dichiarato guerra in levante[24]. Le casse dello Stato erano vuote ed una buona soluzione parve quella di introdurre questa nuova forma di lotto in città per promuovere la raccolta di denaro come era già stato sperimentato in precedenza coi lothi.
Il lotto pubblico fu dato in appalto il 21 dicembre 1715 ad una società composta da Ludovico Cornaro più altri ricchi soci milanesi dietro il pagamento alla Repubblica di centoventicinquemila ducati come anticipo e altri duecentocinquantamila da dilazionare nei successivi dieci anni con la riserva dello Stato di aver la possibilità di indire altri lotti pubblici durante il periodo di durata del contratto[25]. Gli impresari avrebbero potuto ricevere scommesse anche sopra le estrazioni di Genova e Milano, mentre le estrazioni di Venezia dovevano avvenire tre volte l’anno. Conclusosi l’accordo decennale con l’ultima estrazione del 20 febbraio 1726[26], la Repubblica, non contenta dell’esperienza, decise di non rinnovare il contratto: l’organizzazione non era stata precisa, erano sorte controversie ed, in ultimo, il governo riteneva che un’utilità di soli venticinquemila ducati non valesse il danno economico arrecato ai sudditi dediti al gioco[27].
Pochi anni dopo i deputati e gli aggiunti alla Provision del denaro iniziarono un lavoro di studio del lotto per reintrodurlo in città modificandolo per renderlo più accettabile da un punto di vista morale e funzionale. Ad ispirarli in tal intento fu l’impresa del Lotto di Roma: vennero dunque aumentate le vincite del 20% per gli ambi e dell’80% sui terni, fu mantenuta inoltre una gestione statale senza appalti o altri contratti e l’impiego dei proventi fu destinata in parte, il 4%, alla creazione o mantenimento di opere pie, nonché all’illuminazione della città, ospedali, diventando di fatto quasi una sorta di tributo ancorché volontario[28]. Tra gli istituti effettivamente finanziati ricordiamo: gli Ospitali degli Incurabili, dei Mendicanti, di San Giovanni e Paolo e della Pietà, i padri Domenicani di Pellestrina, la Fraterna delle prigioni e le Fraterne delle contrade, le Convertite, le Zitelle, i Catecumeni, la Liberazion Schiavi, le Penitenti, San Servolo, Soccorso, la Fabbrica della chiesa di San Marcuola[29]. Si decise poi che cento fanciulle povere avrebbero concorso per l’estrazione di una somma di denaro di quaranta o venti ducati a titolo di dote: il denaro vinto sarebbe stato consegnato solo in occasione dell’effettivo matrimonio o dell’entrata in monastero[30].
Il 14 gennaio 1733 fu quindi stabilito ufficialmente che si istituisse a Venezia e per tutto lo Stato il Lotto ad uso di Genova e Roma per conto pubblico. Si sarebbero potute tenere nove estrazioni l’anno nella loggetta di S. Marco e la prima estrazione avrebbe dovuto aver luogo nel 1734 con le stesse solennità usate per il lotto del 1715. Tutti gli altri lotti furono proibiti[31].
La prima estrazione del lotto pubblico si svolse il 5 aprile 1734, durante il carnevale, vista la grande affluenza in quel periodo dell’anno: per l’occasione furono aperte a San Basso alcune botteghe con una stanza superiore da cui venne esposta un’insegna che indicava il luogo di gioco. Il 13 luglio dello stesso anno fu ribadito il divieto di giocare qualsiasi gioco somigliante al lotto pena una multa di cinquecento ducati[32]. Nella città di Venezia si ricordano ventisette postazioni nelle quali si poteva giocare al lotto, si poteva scommettere anche in terraferma a Padova, Brescia, Crema, Bergamo, Treviso, Rovigo, Udine ed altre città grazie ad una compagnia di corrieri che lavorava per tale scopo. Dal 1734 al 1784 il lotto pubblico incassò più di sette milioni di ducati di utile[33].
Con tutto questo denaro raccolto la Serenissima decise anche di migliorare o costruire edifici: nel 1765 furono prelevati dalle casse del lotto millecinquecento ducati per restaurare il tetto della chiesa dei Miracoli[34], nel 1770 ne furono prelevati duecento per il restauro della chiesa di S. M. Maddalena[35], nel 1771 Venezia ne usò milleduecento per la fabbrica della chiesa di San Geremia, nel 1773 per restaurare S. M. Formosa vennero prelevati duecento ducati.
Nel 1758 fu aggiunta un’estrazione all’anno[36] e nel 1776 fu ordinato che venisse aggiunta un’estrazione in più ogni tre di quelle già stabilite, per sopperire ad un’ampia spesa per la fiera della Sensa[37].
Il 1785 il Senato chiese che fosse studiato un modo per sovvenzionare gli ospedali e, a tal proposito, nel 1786 sempre il Senato destinò millecinquecento ducati l’anno all’ospedale di S. Servolo mentre nel 1791 assegnò quindicimila ducati all’ospedale della Pietà, incrementando, nella stessa occasione, le estrazioni del lotto di una[38].
Sul finire del XVIII secolo il gioco del lotto si diffuse anche in territorio francese: il collegamento tra Venezia e la Francia è rappresentato da Giacomo Casanova che, dopo la sua fuga dai Piombi[39], aveva, come è noto, trovato rifugio oltralpe. Casanova non impiegò molto a spacciarsi come l’esperto in campo finanziario che Joseph Pâris detto Duverney cercava per completare una scuola militare, voluta dalla Pompadour, che preparasse cinquecento giovani aristocratici alle armi. Egli propose di introdurre il gioco del lotto per raccogliere denaro velocemente e senza ricorrere ad investimenti rischiosi. Quel che è certo è che il Casanova e i fratelli Calzabigi[40] lavorarono insieme per la corte francese in modo che il gioco potesse prendere piede nello Stato, ma chi davvero arrivò prima tra i tre, con la proposta al ministro delle finanze Duverney, non si sa con certezza.
Probabilmente la ricompensa per questo suo apporto alle entrate statali ammonta davvero, come egli descrive in Histoire de ma vie[41], a quattromila franchi di pensione corrispondenti a sei ricevitorie per il gioco del lotto, di cui ne vendette cinque per una cifra di duemila franchi l’una. Charles Samaran[42] infatti in numerosi documenti troverà il nome del veneziano come direttore di ricevitoria e addirittura come uno dei direttori generali della lotteria nel biennio 1758-1759.
[1] Molmenti e Dolcetti pongono il 1521 come anno di inizio di lothi a Venezia intesi come lotterie a premi. Sanudo parlava della loro nascita nell’anno 1522: probabilmente, considerando che il periodo di cui si parla è a cavallo tra febbraio e marzo, è un errore dovuto alla computazione degli anni more veneto o more comune. Secondo la datazione veneta l’anno iniziava il primo di marzo e terminava l’ultimo giorno di febbraio. Lo stile veneto, rimase in vigore a Venezia fino ai primi decenni del XVIII secolo. Su il more veneto Roberto Stoppato Badoer, Autonomia e privilegi della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni nella Veneta Serenissima Repubblica, Padova 2004, pp. 42-44 e Giuseppe Tassini, Feste e spettacoli. Divertimenti e piaceri degli antichi veneziani, Venezia 2009, p.11.
[2] Marin Sanudo, I Diarii (1496 – 1533), pagine scelte a cura di Paolo Margaroli, Vicenza 1997, p. 411, XXXII. Col. 467-468, 18 febbraio 1522 «È da saper, in questi zorni in Rialto è sussità uno novo modo di vadagnar metendo poco cavedal a fortuna, e fu comenzà in cose basse, auctor Hironimo Barmbarara strazaruol, poi è venuto più in grosso. Prima cadaun che voleva deva pizoli venti, poi vene a lire tre, poi a ducati uno e si metteva li precii, tapedi, spaliere et altre cose; hor è venuto arzenti per serche ducati duecento, et altri ha messo una peza di restagno d’oro dando ducati uno per nome». XXXII. Col. 500, 27 febbraio 1522 «Havendo di sopra scritto come al presente in questa terra di Rialto non si atende ad altro ch’a meter ducati su lothi, idest precii che si mette a tanto per uno, zoè soldi dieci, soldi venti, soldi trentuno, lire tre, ducati uno e ducati ad summum, e li precii montano chi più chi manco fino millecinquecento ducati, zoè pani de seta e de lana, quadri fodre di più sorte..»citato anche da Molmenti, La storia di Venezia, p. 296.
[3] Sanudo, I Diarii (1496 – 1533), pagine scelte a cura di Paolo Margaroli, Vicenza 1997, p. 412, XXXII. Col. 500 – 501, 27 febbraio 1522: «Et aciò non siegua fronde, per li Capi di X fo comesso a li Provedadori di Comun sier Lunardo di Prioli, sier Daniel Trivixan, sier Filippo da Molin che non si potesse meter lotho alcun senza sua saputa, et che fosse messo le robe a precio justo, et mandano uno scrivan a veder cavar li boletini». E «…et è stà, per li Signori di note over Provedadori di Comun, preso uno che meteva più boletini di quello dovea nel lotho; fu posto in berlina».
[4] Asv, Consiglio dei X, Misti, reg.44, c. 122, t., 28 febbraio 1522 «…che non si possi modo aliquo principiar più alcuno (lotho) in questa città nostra sotto pena a quello over quelli che contravvenisse a questo ordine et deliberazione nostra di star anni doi ne le nostre preson nostre seradi et pagar ducati cinquecento: un terzo dei quali sia dell’accusator, uno terzo della Signoria nostra et un terzo dei avogadori nostri de Comun da esser scossa irremissibilmente senza altro Conseio…». Documento riportato in appendice in Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 219 (questo documento così riportato dal Dolcetti è datato 1521). V. anche Sanudo, Diarii, t. XXXII, col.509, 28 febbraio 1522 citato da Fiorin, Fanti e Denari, p. 123.
[5] Fiorin, Fanti e Denari, p. 123 e Molmenti, La storia di Venezia, p. 296.
[6] Fiorin, Fanti e Denari, p. 124.
[7] Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 220.
[8] Sanudo, Diarii, t. XXXVI, col. 256, 27 aprile 1524: il N.H. Marco Antonio Contarini vinse quel giorno molti bollettini, t. XXXIX, col. 220, 18 luglio 1525: giocava un gruppo di indigenti, t. XXXIII, col. 629, 25 febbraio 1523 e t. XXXIV, col. 20, 6 marzo 1523: giocavano rispettivamente un albanese ed un cipriota, t. XXXIII, col. 144, 10 aprile 1522: giocava una monaca del convento della Celestia e il piovano della chiesa di S. Maria al Capo Broglio. Citati da Fiorin, Fanti e Denari, p. 125.
[9] Citati da Fiorin, Fanti e Denari, p. 125 i Diarii, t. XXXIII. Coll. 499-500, 6 novembre 1522.
[10] Ibidem, t. XXXIII, col. 629, 25 febbraio 1523.
[11] Ibidem, t. XXXIV, col. 284, 1 luglio 1523 e Asv, Consiglio dei X, Misti, reg.44, c. 20, t. 17 aprile 1523 cit. da Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 219.
[12] Ibidem, t. XXXVI, coll. 330-331, 10 maggio 1524 e Asv, Consiglio dei X, Misti, reg.44, c. 114. 8 gennaio 1523 cit. da Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 219.
[13] Ibidem, t. XXXVII, coll. 330-331, 10 maggio 1524.
[14] Asv, Consiglio dei X , «Lotto sopra terreno vacuo a S. Samuele» 29 maggio 1525. Citato da Fiorin, Fanti e Denari, p. 124 e Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 220.
[15] Asv, Consiglio dei X, com., c. 44, 18 agosto 1535 in appendice di Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[16] Asv, Consiglio dei X, com., c. 172, 22 novembre 1535 citato da Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[17] Asv, Consiglio dei X, com., c. 95, 10 febbraio 1537 citato da Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[18] Asv, Consiglio dei X, com., c. 188, 30 ottobre, 12 novembre e 9 dicembre 1538 in appendice di Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[19] Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[20] Asv, Consiglio dei X e Provveditori di Comun, Cap. c. 345 Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 221.
[21] Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 225, 30 dicembre 1588 e 21 giugno 1589.
[22] Consiglio dei Dieci, 7 luglio 1603, in Sabini, Leggi criminali del Serenissimo dominio Veneto in un solo volume raccolte e per pubblico decreto ristampate. Antonio Pinelli stampatore ducali, Venezia 1751, p. 85t.
[23] «Nella presente dispendiosissima Guerra, ha la Repubblica Nostra esposto et contribuito il sangue dei suoi Cittadini et profuso l’oro a gloria del S. Dio et a difesa della publica libertà et nella tanto necessaria provision del denaro maggior cura tuttavia ella non ha che di farla per quanto sia possibile col minor aggravio dei sudditi e più tosto sostenendo il peso de grossi interessi unire il commodo et d’allettamento… però sia preso che come consigliano li cinque Deputati sopra la provision del Denaro sia aperto un deposito (in forma di lotto)in cecca per un milione di ducati (cinquemila carati)». Ibidem, p. 230. La magistratura sulla Provvision del denaro fu istituita nel 1646 allo scopo di indicare i modi più opportuni per raccogliere denaro per far fronte alle necessità della guerra di Candia. Questo ufficio era composto di 5 membri, coadiuvati, dal 1652 al 1657, da due aggiunti. Nel 1658 vennero nominati altri tre deputati alla provvision del denaro, i quali poco dopo li sostituirono completamente. Il loro incarico principale era quello di dar parere su tutti i rami della pubblica economia. Da Mosto, L’archivio di stato di Venezia indice generale, p.178.
[24] Si sta qui facendo riferimento alla settima e ultima guerra turco-veneziana, meglio conosciuta come la seconda guerra di Morea (1714-1718).
[25] Asv, Senato, Terra, reg. 270, 21 dicembre 1715 Citato da Fiorin, Fanti e Denari, pp. 128, 205 e Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 14.
[26] Ibidem.
[27] Fiorin, Fanti e Denari, pp. 128, 129.
[28] Ibidem.
[29] Carlo Vedova, Del seminario di Genova o sia del corrente Lotto, Venezia 1775, citato da Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 15.
[30] Fiorin, Fanti e Denari, p. 129.
[31] Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 236.
[32] Consiglio dei Dieci, 13 luglio 1734, in Sabini, Leggi criminali del Serenissimo dominio Veneto, p. 203.
[33] Fiorin, Fanti e Denari, p. 129.
[34] Asv, Dep. e Agg. alla provvision del denaro, Cat. IV, c. 341, 13 marzo 1765 in Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 237.
[35] Asv, Dep. e Agg. alla provvision del denaro, Cat. IV, c. 342, 28 febbraio 1770 in Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 237.
[36] Giuseppe Tassini, Aneddoti storici veneziani, Venezia 2009, pp.149, 150.
[37]37] Asv, Dep. e Agg. alla provvision del denaro, Cat. IV, c. 343, 8 agosto 1776 in Dolcetti, Le bische ed il giuoco, p. 239.
[38] Dolcetti, Le bische ed il giuoco, pp. 240, 241.
[39] La fuga avvenne tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756 e arrivò in Francia il 5 gennaio 1757. Elio Bartolini, Vita di Giacomo Casanova, Milano 1998, pp. 148, 152.
[40] «Calzabigi, Ranieri. – Nato a Livorno nel 1714, visse da giovine a Napoli, dove ebbe un ufficio al Ministero. Il Casanova lo trovò a Parigi nel 1757 col fratello Anton Maria; e i tre avventurieri introdussero in Francia il gioco del lotto, traendone lauti guadagni». Aa. Vv. Enciclopedia Italiana, versione online, voce Ranieri Calzabigi. http://www.treccani.it/enciclopedia/ranieri-calzabigi_%28Enciclopedia-Italiana%29/
[41] Le Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même è il titolo della vecchia edizione delle memorie autobiografiche del celebre avventuriero veneziano Giacomo Casanova. Scritte in lingua francese, tra il 1789 e il 1798, furono pubblicate postume attorno al 1825 in una versione censurata. Nel 1834, fu messa al bando nell’indice dei libri proibiti assieme a tutte le altre opere dell’autore. Una nuova edizione, conforme al manoscritto originale, dal titolo Histoire de ma vie, fu pubblicata tra il 1960 e il 1962.
Tratto dal Web: https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_mia_vita_(Casanova)
[42] Charles Samaran (Cravenchères-L’Hôpital, Gers, 1879 – Nogaro, Gers, 1982) fu un paleografo, storico e archivista, nonchè direttore dell’École des Hautes Études, professore dell’École des chartes degli archivî di Francia, presidente del Comitato internazionale di paleografia, membro dell’Institut de France. Aa. Vv. Enciclopedia Italiana, versione online, voce Charles Samaran. http://www.treccani.it/enciclopedia/charles-samaran/
Da “Storia Veneta n°81” – dicembre 2025
