Di Danilo Morello
PREAMBOLO – La contea di Knin
L’area in cui si trova Knin è stata abitata fin dall’età della pietra e si crede che Knin, dal latino Ticinum, sia sorta sulle rovine dell’antica città di Arduba, distrutta nel 9 DC da Germanico, condottiero romano. Lo storico Dione Cassio nella sua “Storia Romana”[1] racconta che gli abitanti di Arduba fecero disperata resistenza e che le donne preferirono suicidarsi piuttosto che soggiacere alla schiavitù romana.
Dal secolo VI la regione venne popolata dagli slavi e viene menzionata per la prima volta dall’Imperatore dei Romani (Basileus dei Romei) Costantino Porfirogenito[2]. Presto il piccolo agglomerato migliorò e i suoi abitanti costruirono una fortificazione che successivamente divenne il castello di Knin. Nel XI secolo Knin era una città popolata, e, come centro parrocchiale sotto controllo croato, su richiesta del re Petar Krešimir[3] IV di Croazia (1058–1075), divenne sede vescovile.
Già da allora Knin si divideva in due parti, la borgata, e sulla sommità della montagna alta circa 100 metri, la fortezza, che dominava appunto il villaggio, la vallata e il fiume Kerka.
Verso la fine dell’XI secolo il re Dmitar Zvonimir[4] si stabilì permanentemente a Knin che divenne così la capitale sede dei re croati, per questo motivo veniva soprannominata “la città dei re”. Tra il X e il XIII secolo Knin fu una potente fortezza militare grazie alla sua posizione strategica e giocò un ruolo vitale in molte guerre e cambiamenti di potere nel corso degli anni.
Durante le guerre veneziane -croate/ungheresi, ben quindici se partiamo dal secolo IX, la Dalmazia, e la contea di Knin, furono conquistate, vendute e riconquistate dalle fazioni in lotta, lasciando la fortificazione in mano a Venezia o ceduta, con trattati di pace, al re d’Ungheria. Infatti nel 1433 a seguito della pace stipulata fra i veneziani e Sigismondo re d’Ungheria[5] la fortezza di Knin venne assegnata a quest’ultimo.
All’inizio del 1500 i turchi si presentarono nel territorio della contea di Knin e iniziarono una continua spogliazione e distruzione fino a dar assedio alla fortezza che cadde nelle loro mani nell’anno 1520. Le date sono un po’ ballerine, alcuni studiosi indicano 1521/1522.
[1] Storia Romana in ottanta libri, scritti in lingua greca, frutto delle sue ricerche e del lavoro di ventidue anni. Abbracciava un periodo di 983 anni, dall’arrivo di Enea nella penisola italica alla successiva fondazione di Roma. Coprendo un lasso di tempo che va dal 753 a.C. al 229 d.C.
[2] Costantino VII Flavio, detto il Porfirogenito, 905-959, è stato un sovrano, uno scrittore e uno studioso bizantino.
[3] Petar Krešimir – Petrus Cressimirus, nacque a Venezia e fu l’ultimo grande sovrano della dinasita dei Trpimirović, ramo dei Krešimirović. Sotto il suo governo il regno croato raggiunse la sua massima estensione territoriale, espandendosi da Nona a Zaravecchia. A Sebenico esiste una statua in suo onore e la città è anche detta «Krešimirgrad», cioè città di Cressimiro.
[4] Dmitar Zvonimir – Demetrius Sunimirio è stato re di Croazia, è appartenuto alla dinastia dei Trpimirović, nel ramo degli Svetoslavić.
[5] Sigismondo di Lussemburgo (1368-1437) è stato principe elettore di Brandeburgo, re d’Ungheria, re di Croazia, re dei Boemi, re dei Romani e imperatore del Sacro Romano Impero.

La fortezza di Knin, come si presenta oggi.
Con la quinta guerra turco/veneziana, o comunemente chiamata guerra di Candia, (1645/1669) anche in Dalmazia ripresero le ostilità tra i due belligeranti e si arrivò anche alla concretizzazione, da parte del turco di arrivare alla costa e di impossessarsi delle fortezze di Zara, Spalato e di Sebenico. Infatti con lo scoppio della Guerra di Candia, i Veneziani in Dalmazia si trovarono in una situazione difficile: avevano pochi uomini, fortezze inadeguate disseminate in forma discontinua, scarsa artiglieria e un pugno di galee utilizzate soprattutto per collegare le città/fortezze aggrappate lungo la costa del Golfo di Venezia. Gli Ottomani, al contrario, disponevano di ingenti risorse umane che potevano spostare per vie interne, concentrandole dove servivano. L’esito sembrava scontato. Venezia, con il nemico alle porte, inviò in Dalmazia un nuovo Provveditore Generale, Leonardo Foscolo[1], che sostituì l’inetto suo predecessore Andrea Vendramin[2]. Il Foscolo, che continuava a disporre di limitati mezzi, ma di buoni informatori inventò una nuova strategia: l’uso combinato di forze navali e terrestri per attaccare in profondità i territori turchi. Mise inizialmente sotto assedio la città di Zemonico nel 1647. La sua caduta causò la rotta dei turchi che abbandonarono una serie di città. Le conseguenze seguirono a cascata: molte famiglie musulmane abbandonarono per sempre i territori di Zara, Sebenico, Traù e di Spalato; solo i più ricchi si fermarono a Clissa e Knin/Tenin. I territori sopraelencati, privi oramai delle popolazioni vennero con sagacia ripopolati da circa 10.000 cristiani ortodossi provenienti dalla vicina Bosnia mussulmana. Una minuziosa fonte veneta indica che fu ripopolata anche l’Istria e le isole dalmate con 4.430 uomini atti alle armi, e 4.520 donne e bambini. I capi di questi nuovi sudditi veneziani, si portarono nel luglio del 1647 a Venezia a giurare fedeltà al Doge Francesco Molin[3] , con la promessa di arruolare circa 20.000 loro compatrioti per la guerra contro gli ottomani.
Se aveste pensato che il sultano turco, Ibraim I[4] detto l’Irritabile o anche il Folle, il che è tutto un programma, avrebbe ceduto così facilmente i terrori della Dalmazia, vi sareste sbagliati e di molto! Affidò infatti l’incarico al pascià di Bosnia, Mustafà Tekieli, persona impavida ed esperto militare, con il compito tutt’altro che semplice di riconquistare i territori e riportare i ribelli cristiani in Bosnia. Ma quì entrò in gioco l’audacia del Provveditor General Foscolo che per prima cosa ordinò l’arruolamento di tutti i maschi di età fra i 18 e i 50 anni, il loro compito era quello di avanzare verso i territori serbi cosa che fecero rendendo desolata e spopolata un’intera regione. Fu una vittoria non facile e nel contempo compiuta con apprensione in quanto Tekieli con 50.000 uomini aveva messo sotto assedio la città di Sebenico difesa da 6.000 soldati “di diverse nazioni”. I turchi assediarono la fortezza di Sebenico per 21 giorni e dopo aver perso negli assalti oltre 10.000 soldati, sbandarono e fuggirono inseguiti dalla fanteria e dalla cavalleria venete. Forti di questo successo i veneti, partirono alla conquista delle fortezze e dei territori di Ostrovizza, Dernis, Knin/Tenin. Il borgo di Knin era recintato da mura di antica struttura, una piccola fortezza posta sul monte Spas lo dominava, non vi era nessuna chiesa, poiché gli abitanti erano quasi tutti mussulmani. Nessuno di loro aspettò l’entrata dell’esercito veneziano nella città, avvenuta il 26 febbraio del 1648, ma tutti fuggirono in Bosnia. Il Provveditor General Foscolo volle quella fortezza perché dominava la vallata ma soprattutto perché apriva la porta o meglio la strada per Clissa, altra fortezza in mano all’ottomano e cardine della difesa turca. Un piccolo ma grande particolare per quel tempo: durante gli scontri per la cattura di Dernis, venne preso lo stendardo del pascià di Bosnia Mustafà Tekeli, l’ambito trofeo venne subito inviato al Senato veneziano.
Ma vediamo come Frà Vincenzo Maria Coronelli[5], nel suo Atlante Veneto[6], descrisse con dovizia di particolari sia la fortezza di Knin/Tenin che il borgo:
“La fortezza di Chnin che volgarmente chiamasi di Cnin, è dai latini chiamata Tenen , o Tinninium, e dagli Slavi Knin sù l’alta cima della collina fabbricata 30 miglia lontano da Sebenico nell’ultima parte di quel territorio confinante con la Bosnia, piccola bensì per giro, ma per l’eminenza del sito, non meno, che per le due lunghissime fosse, che gli furono dalla natura scavate con il beneficio dei due fiumi Cherca, e Botisniza, quali spiccandoli con grad’ impeto del Monte, vanno a bagnar ambi li fianchi, rendeva vano ogni impeto, e insulto hostile, e serviva da quella parte d’impeccabile antemurale ugualmente alla Bosna e alla Dalmazia, nelle radici della fortezza v’era un bellissimo, e numerosissimo Borgo, circondato da deboli muraglie”.
La presa della fortezza di Knin avvenne senza sparare un colpo. Al suo interno furono rinvenuti ben otto cannoni d’artiglieria, e altri trofei da esibire, tra questi vi era un cannone “…di grandezza e fattura meravigliosa” denominato “Margherita…”. Sul fusto di questi vi era una iscrizione riportante l’anno di fabbricazione: 1580, mentre un’altra riportava l’indicazione: “Arciduca Carlo D’Austria”. Sempre all’interno della fortezza furono recuperate oltre diecimila proiettili di cannone. Tutti i pezzi d’artiglieria vennero distrutti in quanto era impossibile trasportarli, mentre i proiettili furono fatti rotolare a valle, quindi inabissare nel luogo più profondo del fiume. Anche la fortezza seguì lo scempio di quelle distruzioni e fu rasa completamente al suolo. E questo fu un grave errore che si riflesse negli anni a venire.
Da Knin, le truppe venete in pieno inverno, si diressero verso Clissa, un’altra fortezza, arroccata come la prima su uno spuntone di roccia e presidiata da meno di 800 fanti tra spani e giannizzeri, Messa sotto assedio capitolerà dopo 14 giorni il 31 marzo del 1648.Per le conquiste in Dalmazia, per l’intelligente utilizzo della flotta in appoggio alle operazioni terrestri, passando sopra alle voci che lo accusavano di estremo rigore, spinto sino a implacabile durezza non solo nei confronti del nemico, ma anche dei propri uomini e perquesta ennesima vittoria il Foscolo sarà insignito dal Senato Veneto del titolo altisonante e glorioso di “Benefattore della Patria”. Tornato alla fine della campagna militare a Sebenico, questi fu salutato “…con le solite acclamazioniet applausi mentre i reggenti della città alzarono nella pubblica piazza una statua di marmo alla cui base erano annoverate tutte le imprese felicemente condotte…”[7]. sotto il di lui generalato in Dalmazia contro i turchi …”[8].
Secondo lo storico Francesco Difnico[9], la statua sorgeva già sulla piazza di Sebenico all’arrivo del Provveditor Generale quando questi era reduce dalle conquiste da Scardona e da Knin. Venezia con queste operazioni militari aveva posto il suo leone alato su oltre ottanta fortezze e castelli. Le sagaci vittorie del Foscolo si devono in gran parte agli ex sudditi ottomani di religione cristiana/ortodossa passati “armi e bagagli” sotto le insegne di Venezia, E allora perché non ricordare che il governo veneto riconobbe il valore delle truppe morlacche e aiduche ben dirette da valorosi ufficiali veneti, e oltremontani e dei comandanti Peter Smiljanić, Stefan Sorić e Vuk Mandusić, tutti e tre caduti combattendo il nemico comune, le truppe ottomane.

Il Procuratore Leonardo Foscolo in una ricostruzione storica. Per gentile concessione di Gioacchino Sparrone
Tornando a Knin/Tenin la piazza negli anni futuri per la sua posizione strategica, resterà un punto di contesa tra gli stati presenti nell’area balcanica: la Serenissima, l’Impero ottomano e gli Asburgo.
Al termine del conflitto Venezia perse Candia, il più grande e ricco dei possedimenti veneziani dopo la perdita di Cipro, ma ottenne il riconoscimento di quasi tutte le sue delle sue conquiste in Dalmazia. Queste però furono oggetto di un lungo e quasi interminabile contenzioso, conclusosi con l’accordo del 30 ottobre 1671. Il trattato prevedeva che la fortezza di Knin, ma anche quella di Signa e Verlika, fossero assegnate all’impero ottomano.
[1] Leonardo Foscolo 1588-1660, presente a Candia durante l’invasione ottomana, fu inviato in Dalmazia come Provveditor Generale e conquistò diverse fortezze. Abbandonata la vita militare, Foscolo fu nominato con altri titoli come Inquisitore e Uditore delle Scuole Grandi, Sorvegliante della Sanità, Esecutore alla Bestemmia, Regolatore delle Scritture, Sovraintendente ai monasteri, Saggio dell’Eresia, Sovrintendente dell’Arsenale. Grazie alla sua fama, concorse più volte per il titolo di Doge di Venezia.
[2] Andrea Vendramin, Provveditor in Dalmazia e Albania dal settembre 1643 al novembre 1645.
[3] Francesco Molin 1575-1655, fu il 99º doge della Repubblica di Venezia.
[4] Ibraim I, sultano dell’impero ottomano dal 1640 al 1648. Ibrahim ereditò la crudeltà ma non la saggezza politica dei suoi fratelli: il suo governo sconsiderato portò l’impero vicino al collasso in pochissimi anni.
[5] Vincenzo Maria Coronelli 1650-1718 giovanissimo, entrò nell’ordine francescano dei Frati Minori Conventuali. Geografo, cartografo, cosmografo ed enciclopedista veneto.
[6] Monumentale raccolta di carte e vedute di isole. L’opera mira, con una barocca e minuziosa ricerca del dettaglio, alla celebrazione dei possedimenti della Serenissima, concepita dal padre Coronelli.
[7] LEONARDUS FOSCOLO DIVI MARCI PROCURATOR DALM. EPIRIQ PROCONSUL FRATRES MIN. OTHOMANICO JUGO SUBLATOS VISSOVATIS SIBENICUM DEDUCTOS IN EDIBUS APUD S. LAURENTIUM M. BENIGNE COLLOCA VIT. ANNO MDXLIX. (V. Francesco Difnico, Historia della guerra di Dalmatia tra Veneziani e Turchi dall‘anno 1645 fino alla pace e separazione de‘ confini. Tomo II).
[8] LEONARDUS FOSCOLO DIVI MARCI PROCURATOR DALM. EPIRIQ PROCONSUL FRATRES MIN. OTHOMANICO JUGO SUBLATOS VISSOVATIS SIBENICUM DEDUCTOS IN EDIBUS APUD S. LAURENTIUM M. BENIGNE COLLOCA VIT. ANNO MDXLIX. (V. Francesco Difnico, Historia della guerra di Dalmatia tra Veneziani e Turchi dall‘anno 1645 fino alla pace e separazione de‘ confini. Tomo II).
[9] Francesco Difnico o Divnich, 1607-1672, storico. Molte delle sue opere furono date alle stampe solo nella metta del 1800.
LA PRIMA GUERRA DI MOREA ovvero la SESTA GUERRA TURCO VENEZIANA
Ma le ferite come le guerre si riaprono sempre. Nel 1684 si aprì la sesta guerra turco-veneziana, una campagna militare con cui la Repubblica di Venezia sottrasse all’Impero ottomano il controllo della Morea (Peloponneso) e del mar Egeo.
Una cosa è certa, possiamo contrassegnare la prima guerra di Morea come l’unico conflitto, dei sette veneto – turchi, in cui la Serenissima veste i panni dell’aggressore.
Nel 1683 gli ottomani, forti della loro superiorità numerica, decisero di muovere guerra agli Asburgo e marciare sulla capitale dell’impero. Il duro assedio di Vienna si protrasse per due mesi ma l’11 settembre sulle truppe turche piombò il violento attacco dei cavalieri polacchi, alleati dell’imperatore. L’assedio era finito ma la guerra proseguì e nella ricerca di nuovi alleati gli sguardi si appuntarono sulla Serenissima che, estenuata dalla lunga guerra di Candia, si mostrò restia a un nuovo impegno militare contro gli ottomani. Nel 1684, tuttavia, aderì alla nuova alleanza ispirata dal pontefice Innocenzo XI, che la vide unita all’impero e alla Polonia.

La linea Grimani (detta più tardi Acquisto Nuovo) fu la linea confinaria stabilita in Dalmazia
nel febbraio del 1701 fra i possedimenti Veneziani e ottomani,
a seguito della Pace di Carlowitz del 26 gennaio 1699.
Il conflitto, conosciuto anche con il nome di Lega santa o guerra di Morea, si concluse con il trattato di Carlovitz del 26 gennaio 1699 che assegnò a Venezia altro territorio nell’entroterra dalmata, stabilito dalla “Linea Grimani”, detto «acquisto nuovo», con Knin, Sign, Citluch e la quasi totalità delle Bocche di Cattaro, oltre alla Morea.
Ma vediamo come si svolse l’ennesimo scontro veneto/turco che porterà Francesco Morosini a essere soprannominato “Peloponnesiaco” per la conquista della Morea, mentre sul fronte dalmata il provveditor Girolamo Cornaro[1], che meriterebbe il soprannome di “Dalmato”, si assestò sulla linea difensiva che va da Knin/tenin a Porto Narenta passando per Verlika e Signa.
La situazione in Dalmazia era disastrosa per Venezia, con le sue forze militari, nella zona, esaurite e le incursioni dei turchi quasi fino alla capitale Zara/Zadar. Il Cornaro impose una disciplina ferrea e dimostrò “un’audacia che rasentava l’incoscienza”.
I Veneziani, appoggiati da truppe morlacche, riuscirono a scacciare il turco da gran parte dell’entroterra dalmata, dilagando, in una prima fase che va dal 1684 al 1687, da est fino alle alpi dinariche, riuscendo ad impadronirsi nel contempo a sud delle foci del fiume Norenta e di Castel Nuovo di Cattaro, e in una seconda fase, dal 1688 al 1696, di Knin/Tenin e Verlika, prendendo infine di slancio anche il centro fortificato di Metcovich e tutta l’area della Narenta meridionale.
Più libri riportano con dovizia di particolari la presa della fortezza di Knin. Ma vediamo nei dettagli questa impresa.
Il Provveditor Cornaro alla testa di 10mila uomini, dopo essersi congiunto con il Generale di cavalleria Zeno, e i Sergenti Maggiori di Battaglia Sampolo, Muttiè, Romi, e col Tenente Generale Francesco Grimani, forti di 25 pezzi d’artiglieria e 8mila uomini, pose sotto assedio la piazza di Knin.
La fortezza posta sopra ad una altura era allora protetta da ben tre recinti fortificati e circondata in buona parte dal fiume Kerka che si congiungeva con il fiume Butinstizza. Una piccola ridotta era posta su uno spuntone di roccia. Comandava la fortezza il pascià della Bosnia, Mehmed Pasha Atlagić, alle cui dipendenze vi erano una decina di Agà, ovvero ufficiali ottomani, e circa 400 soldati; presidio di tutto rispetto per difendere la fortezza.

Fortezza e borgo di Knin, in una veduta del Coronelli.
Sulla sinistra il ridotto posto sulla sommità dello spuntone di roccia chiamato Corfat, infine il ponte sul fiume Kerka.
L’arrivo dei veneti, l’8 agosto del 1688 sotto le mura della fortezza, portò all’immediato scavo di trincee, cosa non facile visto il sito paludoso ed il continuo fuoco di moschetteria da parte dei difensori. Alla fine però, il 2 di settembre, si posizionarono le artiglierie del Grimani su una collina e iniziò l’assedio preceduto da un lungo e vigoroso fuoco d’artiglieria che portò alla caduta della prima linea di difesa. Da questa breccia le truppe morlacche avanzarono nel sobborgo ma, cosa dolente, si dettero subito al saccheggio venendo così ricacciate all’esterno delle mura con gravi perdite. Riprese il fuoco delle artiglierie e si aprì una seconda breccia sul secondo recinto, mentre il Tenente Generale Grimani riorganizzava le truppe Morlacche e, incitati i soldati ad attraversare il fiume Kerka a nuoto (il ponte sul fiume era stato precedentemente distrutto dai difensori), riconquistava le posizioni perdute e si introduceva nel secondo giro di mura. Ben presto i difensori rimasero senza rifornimento idrico e la fortuna volle che un mortaio veneto da 500 libre colpisse oltre al deposito delle polveri poste nella fortezza, anche quel poco che rimaneva nelle cisterne d’acqua.

Posizione del mortaio veneto da 500 libre
Ben presto i difensori assaliti da più parti, senza riserve da bocca e da cannone (alimentari e militari) alzarono, l’11 settembre, bandiera bianca. Due ufficiali spediti al cospetto del generale Cornaro, proposero la resa che fu accettata.
I Veneti entrarono a tamburo battente nella fortezza il giorno successivo e catturano il Pasha Atlagić, il Sangiacco[2] di Kerka, il di lui figlio, nonché ad altri 5 alti ufficiali. Tutti spediti, seduta stante, a Venezia come ostaggi. I giannizzeri per un totale di 400 uomini presenti nella fortezza furono inviati alle galee.
Dopo aver provveduto alla ricostruzione della fortificazione, il Provveditor Cornaro lasciò al comando della stessa il provveditor Antonio Loredan, il Marchese Bartolomeo degl’Oddi come governatore delle armi, e inoltre un migliaio di morlacchi come guarnigione.
Successivamente, nel giro di tre anni il Cornaro non solo si assicurò la Dalmazia veneziana, ma vi aggiunse un proficuo territorio largo 70 miglia e lungo 300, Per il suo successo fu nominato Procuratore di San Marco.
[1] Girolamo Corner o Cornaro (25 giugno 1632 – 1 ottobre 1690) è stato un nobile e statista veneziano. Servì in alti incarichi militari durante la guerra della Morea contro l’Impero Ottomano, guidando la conquista veneziana di Castelnuovo e Knin in Dalmazia, la cattura di Monemvasia in Grecia e di Valona e Kanina in Albania.
[2] Sangiacco ovvero il Governatore. Sangiaccato è la traslitterazione della parola turca sancak, che significa “distretto” o “bandiera”.
Bibliografia:
Bursoni Girolamo, Dell’historia dell’ultima guerra tra veneziani e turchi, Venezia 1673.
Lago Valentino, Memorie sulla Dalmazia, Venezia 1869
Madirazza Francesco, Storia e costituzione dei comuni dalmati, Spalato 1911
Marko Jacov , Veneti e Serbi in Dalmazia durante il XVIII secolo, Belgrado 1984.
Moro Federico; Venezia, la triplice corona del Foscolo, Venezia 2022.
Da “Storia Veneta n°81” – dicembre 2025
