Recensione a cura di Riccardo Pasqualin

Copertina del libro
Storia di Venezia in dieci battaglie navali di Alessandro Marzo Magno, edito da Laterza nel 2025, è un libro che si inserisce con intelligenza nel non facile equilibrio tra divulgazione e ricerca storica, che pochi autori riescono a mantenere in maniera realmente efficace. Non si tratta, infatti, di un semplice lavoro compilativo: insieme alla chiarezza della narrazione si avverte un lavoro diretto sulle fonti, con il recupero e la citazione di documenti anche poco noti o inediti, secondo uno stile che, in questo senso, ricorda quello delle opere più note di Alvise Zorzi.
L’idea di raccontare la storia marittima della Serenissima attraverso dieci battaglie navali, scelte come esemplari, si rivela particolarmente efficace. Non è un elenco di eventi separati, ma uno schema per tappe che illustra un’evoluzione e costruisce una “mappa mentale”, cioè offre un’impronta basilare per aiutare a capire la complessità: la strategia, la tecnologia, il progresso e persino i simboli vengono decifrati e studiati nella loro evoluzione attraverso il tempo. C’è la battaglia “inventata” di Punta Salvore (1177), creazione propagandistica, Lepanto (1571), che è forse la battaglia navale più famosa della storia, e si arriva fino alle ultime operazioni del Settecento: emerge una Venezia capace di costruire il proprio mito tanto quanto di adattarsi alle trasformazioni della guerra sul mare, secondo i propri mezzi e possibilità. Quando si ragiona astrattamente sulle scelte dei governanti veneziani del passato, in effetti, c’è un aspetto che viene spesso trascurato: l’effettiva disponibilità di risorse che ha condizionato quelle decisioni. Venezia ha dovuto cercare di fare ciò che poteva con quello che aveva, agendo a volte nell’abbondanza e a volte in situazioni di oggettiva difficoltà.
In alcuni casi si sarebbe anche potuto fare di più e meglio, a volte mancò il coraggio, a volte mancò la fortuna, ma coi “se” e con i “ma” non si fa la storia.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è l’attenzione critica alle narrazioni consolidate. Marzo Magno, con uno stile ormai familiare ai lettori appassionati di storia veneta, non si limita a raccontare: verifica, confronta, corregge, proponendo nuove sintesi di qualità. Con altri saggi di successo, l’autore ha talvolta suscitato vere e proprie polemiche, ma sempre consapevolmente, con l’obiettivo di aprire un dibattito che potesse arricchire gli studi su un determinato tema: è una scelta che ha dato i suoi frutti, lanciando degli stimoli che sono stati recepiti e hanno avviato nuove ricerche.
Con i suoi articoli e i suoi libri, Marzo Magno ha costantemente affrontato una sfida fondamentale per ogni divulgatore: cercare di esporre nuove analisi e di tracciare nuove geografie dell’immaginario, senza limitarsi a ripetere quelle ereditate, ma intervenendo su di esse.
Si possono citare come esempio delle precisazioni contenute nel libro in questione: spesso è passata l’idea che Lepanto sia stata l’ultima battaglia navale di qualche rilievo in cui si sia combattuto con navi a remi, ma non è così. Scrive Marzo Magno: «La visione delle galee come unità di concezione arretrata rispetto agli innovativi vascelli a vela» che comunque la Serenissima introdusse per tempo nella sua flotta, «è stata immaginata dagli storici navali che si sono occupati di marine oceaniche, dove in effetti le galee sarebbero state fuori luogo.», ma ciò non vale per il Mediterraneo, il quale «è un mare difficile, dove forti venti si alternano a bonacce, nel quale si susseguono spazi stretti, isole, insenature, promontori, secche; un mare dove per muoversi agevolmente e con continuità sono necessarie imbarcazioni manovrabili. La galea risponde a tali requisiti: è la macchina da guerra perfetta per questo mare capriccioso. Lo dimostra la sua longevità: ha dominato i flutti per un paio di migliaia di anni, dal tempo dei fenici all’introduzione dei piroscafi nel XIX secolo. Nel Settecento si erano ormai diffusi i vascelli a vela, ma le galee non erano state del tutto abbandonate». E la sopravvivenza del remo nelle guerre navali si nota in molti episodi storici anche extramediterranei: «[…] i russi usano galee per saccheggiare la costa svedese nel 1719-1721, mentre ben settant’anni dopo queste imbarcazioni rimangono ancora protagoniste quando, nel luglio 1790, gli svedesi distruggono buona parte della flotta russa nella battaglia di Svensksund, il più importante scontro navale mai combattuto nel Baltico. La flotta di re Gustavo III di Svezia schiera 16 galee e due galeotte, quella della zarina Caterina II di Russia ne utilizza 26, oltre ovviamente a vascelli e varie altre unità minori. Ma non solo: le vecchie galee si affacciano anche al nuovo mondo: gli Stati Uniti d’America ne costruiscono sei che nel 1814 impegnano con successo nella battaglia del lago Champlain (Vermont), durante la guerra contro i britannici».
Come si sarà intuito da questi stralci, in Storia di Venezia in dieci battaglie navali – pur toccando livelli di approfondimento significativi – i testi rimangono sempre accessibili, ben calibrati per il loro intento. Ciò dipende anche dalle scelte linguistiche. Lo studioso evita volontariamente eccessivi tecnicismi che rischierebbero di scoraggiare i lettori non specialisti di storia militare. Le descrizioni delle battaglie, delle flotte e delle innovazioni — dalle galee alle galeazze, fino all’artiglieria navale — sono precise ma sempre comprensibili per tutti. Si spera che anche per questo il libro funzioni come porta d’ingresso: che ispiri cioè i più giovani affinché si interessino allo studio della storia militare.
Particolarmente utile, infine, è il glossario (propedeutico anche per altre letture), che aiuta a orientarsi in un lessico che talvolta risulta poco consueto per i più, ma che è fondamentale per comprendere davvero il senso di alcuni passaggi dei capitoli, e in generale la materia trattata.
Da “Storia Veneta n°83” – aprile 2026