L’immagine della Serenissima ne “Il serto della montagna”

Di Riccardo Pasqualin

Johann Böss (1822-1887), Ritratto di Petar II Petrović-Njegoš, 1847, Njegoš Museum Biljarda (Cetinje).

Ritratto di Danilo I Šćepčev Petrović-Njegoš apparso nella prima edizione (1847) de Il Serto della Montagna.

Vuco Micunovich: Come legge, per dio! Mirabilmente / Ci trattenne quest’oggi! O sacerdote, / Ove hai studiato, dì? Se quel che scrivi / Rileggere non sai, che mai faresti, / Con uno scritto d’altra man vergato?

     Alessandro Longhi, ritratto di Francesco Grimani (attualmente in collezione privata).

Senza dimora incatenati e tratti / Sono i meschini alla galera, ed ivi / Condannati ai dolor della tortura. / Non c’è fede laggiù, ne v’ha in Venezia / Chi non paventi il delatore, e il birro.

 Damnatio memoriae di Marino Faliero nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, Venezia.

Gli è ver, proruppe, che se in lor potere / O vivo, o morto viene alcun dei vostri / Si dan con gioia a divorar le carni? / Come, o Duca, risposi, un’uom [sic], che chiuda / Un cor nel petto, saporar potria / D’un altro uomo la carne? Eppur, soggiunse, / Fama risuona che colà di serpi / Si nutrono – Nol dir, Doge, nol dire […]

[…] Più che la carne / Di buon castrato, amano il pollo e l’uovo. / Quanti all’anno consumar ne denno! Ma che avviene di loro? A dismisura, / Gonfia hanno l’epa, radono i mustacchi, / Cenere al capo, e ciondoletti aurati, / Delle femmine al par, hanno agli orecchi. / Toccano appena il sesto lustro e brutte / Appaion vecchie, che guardarle schifi. / Se ascendono le scale eccoli molli […].


[1] Antun Sbutega, Storia del Montenegro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 253-254. Questo testo, ad oggi, è la migliore e la più completa storia del Montenegro in lingua italiana.

[2] Secondo il linguista Arturo Cronia (1896-1967) le origini del progetto unitario tra gli slavi nacquero dopo il Concilio di Trento (1545-1563), il clima che ne seguì, infatti, ebbe «il merito di aver favorito il risveglio della coscienza nazionale e di aver enunciata l’idea della loro fratellanza, della loro unità, o, come si dirà più tardi, della loro “reciprocità”. L’enunciazione di questa idea non parte però da sentimenti o da motivi nazionali; è ispirata invece da ragioni pratiche, da fini utilitari pur rientranti nell’idea di un universalismo cattolico. La Chiesa cattolica mirava cioè allora – e non sarà l’ultima volta – a riunire in una sola fede tutti i popoli slavi e, sottrattili alla ortodossia, fare di loro una grande “famiglia” slava.» (Il Seicento nella letteratura serbo croata di Dalmazia, Zanocco & C., Padova 1947, pp. 22-23).

[3] A. Sbutega, p. 198.

[4] Ivi, p. 9.

[5] Anche Sbutega osserva che la prospettiva di Njegoš sulla realtà può essere accostata al manicheismo (ivi, p. 265); Alberto Casella, La Poesia teologica di Petar II Petrović Njegoš tra Occidente e Oriente: essenza e conoscenza di Dio ne “Il raggio del microcosmo”, in «Sacra Doctrina», 65 (2020), 1, pp. 13-50.

[6] Nel presente articolo le citazioni da Il Serto della Montagna saranno sempre tratte dalla traduzione dal serbo di Giovanni Nikolic (Gentile, Febriano 1903), con trascurabili adattamenti.

[7] Božidar Jezernik, Europa selvaggia, EDT, Torino 2010, p. 119. Il testo è sicuramente ben scritto, piacevole da leggere, ma risente in alcuni tratti di toni antiveneziani. A pagina 79, ad esempio, l’autore scrive: «potremmo chiederci: perché i morlacchi non conquistarono e sottomisero Venezia, visto che si continuava a dire che erano più forti e coraggiosi dei veneziani? Le azioni della Serenissima erano mosse da una politica ben specifica: Paolo Sarpi spiegò in senato che per mantenere sottomessa la popolazione dalmata si doveva fare di tutto per tenerla nell’ignoranza e nella povertà, perché la “Regina dell’Adriatico” aveva bisogno di quella provincia non per studiosi ma per soldati, e un paese povero e ignorante era più facile da governare. I veneziani trovarono quindi ogni espediente per evitare di costruire delle scuole: chi voleva garantire ai figli un’istruzione doveva mandarli in Italia o accontentarsi di quella fornita dalla chiesa. La Repubblica veneziana scoraggiava anche la proprietà privata, visto che le terre recuperate all’Impero ottomano non erano restituite ai precedenti proprietari ma incamerate dallo stato. Per la mentalità colonialista era vitale creare, oltre al concetto di selvaggio, degli stereotipi razziali». In questo miscuglio di progressismo e pregiudizi antiveneti, l’autore ignora il fatto che sotto la Serenissima la situazione dell’istruzione primaria (affidata essenzialmente alla Chiesa) era fondamentalmente comune in tutti i territori veneti, nonché nella stessa città di Venezia, ma soprattutto stravolge le opinioni e le parole del Sarpi, che nei fatti disse qualcosa di ben diverso, ossia che per mantenere il dominio sulla Dalmazia era sufficiente governarla bene.

La relazione di Sarpi al Senato Veneto riporta infatti: «[Riguardo il governo dei sudditi], se si parla de’ Sudditi dalla parte del mare, non occorre farne molta speculativa, perché non avendo altro confinante, che il Turco, e non essendovi personaggi di molte ricchezze, e aderenze, resta il solo obbligo di farsi conoscere Principe giusto, col procurarli nuovi rappresentanti, e in questo ogni diligenza, non sarà male a proposito, perché per altro quando abbiano giustizia, e abbondanza, non penseranno mai a mutar governo. Questi pochi sudditi d’Istria, e Dalmazia confinanti coll’Imperatore, non hanno alcuna condizione, che possa dar gelosie, e poi sono per loro stessi assai affezionati alla Repubblica Serenissima, né qui bisogna politica, e basta la maniera ordinaria senza alcun artifizio.» (Paolo Sarpi, Memoria inedita presentata al Senato Veneto Intorno al modo da tenersi della Repubblica per il buono e durevol governo del suo Stato, Mortier, Colonia 1760, pp. 41-42).

[8] Ossia Danilo I Šćepčev Petrović-Njegoš.

[9] Giovanni Nikolic, Al lettore, in Il Serto della Montagna, Gentile, Fabriano 1903, p. 10.

[10] B. Jezernik, op. cit., p. 127.

[11] G. Nikolic, p. 9.

[12] Come riassume Cronia, alla fine del Seicento «Continua il progressivo, inesorabile decadimento della potenza turca. Allo scacco presso Vienna nel 1683 ad opera del Sobieski, alla stoccata del principe Eugenio di Savoia a Zenta nel 1697, alla vittoria navale di Giacomo Corner ai Dardanelli nel 1698, seguono i primi moti del Montenegro, sobillato da Venezia o dalla Russia […]» (Il Settecento nella letteratura serbo croata di Dalmazia, Liviana, Padova 1948, p. 1).

[13] Per alcuni dati: Ervjola Selenica, Allargamento europeo, radicalizzazione e giovani nei Balcani Occidentali, in R. Colletti (eds.), La questione orientale: I Balcani tra integrazione e sicurezza, Donzelli, Roma 2018, pp. 53-65; Dario D’Urso, Radicalizzazione islamista e fragilità politico-istituzionale in Bosnia: due facce della stessa medaglia, CeSPI, Dicembre 2018 (anche se discutibile in alcune osservazioni). È noto che in tempi recenti, purtroppo, anche dal Montenegro sono partiti dei volontari maomettani che si sono arruolati nelle fila dell’ISIS.

[14] B. Jezernik, op. cit., p. 126.

[15] Dato in ostaggio ai turchi dal padre nel 1415 e divenuto musulmano, Scanderbeg combatté per essi sino al 1443, ma in quell’anno «mentre il sultano era impegnato ad affrontare i crociati […], si ribellò […] e riabbracciò il cattolicesimo, incoraggiato dalla crociata di Janos Hunyadi [1407 ca.-1456]. Ritornato in Albania, conquistò Kruja e diede il via a una campagna contro i turchi e contro l’islamizzazione nelle vesti di “capitano d’Albania”. Tutti quelli che non volevano battezzarsi furono immolati» (A. Sbutega, op. cit., p. 86).

[16] Cfr. B. Jezernik, p. 131.

[17] Ivi, p. 142.

[18] Ivi, p. 5.

[19] B. Jezernik, op. cit., p. 121.

[20] Ossia Vasilije III Petrović-Njegoš.

[21] A. Sbutega, op. cit., p. 202.

[22] Ivi, p. 203.

[23] Scrive Antonio Martini: «un esercito turco assediò Cattaro comandato dal Pacha Sengjec e […] un pope di nome Dragovitch si coprì di gloria facendo collocare uno straordinario cannone sui bastioni, appuntandolo egli stesso contro le batterie ottomane. Il monaco seppe così farlo valere, che i cannoni degli assedianti doverono cessare di farvi fuoco contro ed il Pacha si decise di togliere l’assedio. Venezia, che aveva il protettorato di Cattaro, manifestò la sua riconoscenza, accordando una medaglia d’oro e una pensione vitalizia a questo prete artigliere.» (Il Montenegro, Fratelli Bocca, Roma-Milano-Firenze 1897, p. 88).

[24] Cfr. Giuseppe Stefani, Il problema dell’Adriatico nelle guerre del Risorgimento, Del Bianco, Udine 1965, pp. 14-16.

Da “Storia Veneta n°83” – aprile 2026