Di Riccardo Pasqualin
Il Principe Vescovo Petar II Petrović Njegoš (1813-1851) può essere considerato come lo scrittore più importante della letteratura montenegrina. Assieme al grande Ivo Andrić (1892-1975), l’autore del meraviglioso romanzo storico Il ponte sulla Drina (1945), Njegoš è stato inoltre definito uno dei due pilastri della letteratura in lingua serba.
Petar II nacque a Njeguši, nel Montenegro meridionale, il 13 novembre 1813, col nome di Rade Tomov[1]. Crebbe alto e di bell’aspetto. La sua famiglia faceva parte della nobile dinastia dei Petrović-Njegoš, che esercitava il proprio predominio sul territorio del Montenegro da più di un secolo. Per volontà di suo zio Petar I Petrović-Njegoš (1747-1830) fu perciò educato nel monastero di Cettigne affinché si dedicasse agli studi religiosi e fosse adeguatamente preparato per la successione; fattosi monaco assunse il nome di Petar. Durante gli anni della formazione compose le sue prime poesie (molto apprezzate dai monaci), e dopo gli studi a Cettigne fu indirizzato verso il monastero di Topla, a Castelnuovo, ove apprese il francese, il russo, l’italiano (studiò anche la Divina Commedia e altri capolavori della nostra letteratura) e proseguì l’approfondimento della matematica, della storia e della teologia. A quel tempo il Montenegro non era un’entità statale realmente unitaria e ben organizzata: i confini risultavano incerti e l’indipendenza dello stato – formalmente sotto il controllo ottomano – non era riconosciuta univocamente. Il cattivo governo dei turchi nella regione generò spesso delle rivolte e opportunistici avvicinamenti all’Austria. Tuttavia, questa vicinanza “occasionale” richiedeva grande cautela: era necessario sfruttare il sostegno di Vienna per contrastare i turchi, senza però cadere sotto la sua influenza. Le idee slavofile diffuse tra i croati influenzarono i montenegrini, ma mentre i cattolici croati immaginavano l’unificazione politica degli slavi meridionali nella prospettiva di un’unione ecclesiastica[2], preferibilmente sotto la corona degli Asburgo (posizione che si tradusse più tardi in austroslavismo), in Montenegro prevalse la visione dell’unione con gli slavi ortodossi sotto la protezione russa[3], che scalzò il “partito austriaco”.

Johann Böss (1822-1887), Ritratto di Petar II Petrović-Njegoš, 1847, Njegoš Museum Biljarda (Cetinje).
Dopo la morte dello zio Pietro I, sopraggiunta il 31 ottobre 1830, Njegoš – che era ormai stato confermato per la successione – venne proclamato Vladika, capo della Chiesa e del popolo montenegrino, e nel 1833 si recò in Russia per essere consacrato Vescovo. Rinsaldò l’alleanza con l’Impero Zarista ricevendo sostegno politico-diplomatico e fondi per migliorare le condizioni del Montenegro, minacciato dai turchi e diviso al suo interno da lotte tra famiglie. Non tutti i montenegrini accolsero con giubilo lo spirito riformatore del nuovo capo di stato, e vi opposero resistenza, complicando ulteriormente la sua opera di rinnovamento del paese. Nell’anno stesso della sua proclamazione, il poeta creò delle scuole per l’educazione dei suoi sudditi e, nel 1834, una tipografia. Dai tempi dell’avanzata ottomana, il Montenegro era rimasto per secoli semi-isolato rispetto alle culture dell’Europa occidentale e la sua produzione intellettuale, secondo lo storico Antun Sbutega, era «molto modesta (quasi inesistente)»[4]; l’istituzione di un sistema scolastico rappresentò un cambiamento radicale e il Romanticismo allacciò il patrimonio orale delle leggende alla nuova letteratura.
Un primo scritto di Njegoš che merita di essere ricordato è il poema filosofico Luča mikrokozma (tradotto in italiano come Il raggio del microcosmo), del 1845. In questo libro emerge un marcato dualismo, che per molti aspetti richiama l’immaginario manicheo e a giudizio degli studiosi mostra anche i limiti della formazione teologica dell’autore (che si considerò sempre “un autodidatta”). Nell’analisi del poeta, il mondo appare come il campo d’azione delle tenebre nella loro lotta contro il bene, mentre l’anima umana è rappresentata come esiliata, decaduta da una condizione originaria più pura e luminosa. L’uomo è riflesso del microcosmo poiché dentro di sé rispecchia la grande battaglia cosmica tra il bene e il male. In questo quadro, il male assume una consistenza forte, quasi autonoma, dotata di una presenza che sembra investire l’intero mondo. Si tratta di una tensione, quindi, che secondo i critici ricorda da vicino quella del manicheismo, in cui bene e male si configurano come principi contrapposti e in perenne conflitto[5].
Nel 1847 il Principe Vescovo pubblicò invece la sua opera più nota: Il Serto della Montagna[6], un testo patriottico in stile romantico di cui tratteremo approfonditamente in questo articolo.
Njegoš sostenne i moti nazionalisti degli slavi nei Balcani, auspicando la concretizzazione del progetto jugoslavo. La sua vita, tuttavia, terminò precocemente. Nel 1851 si ammalò di tubercolosi e venne inviato a Napoli per ricevere cure adeguate, morì però a Cettigne il 31 ottobre 1851 (ventuno anni dopo suo zio).
La poesia di Njegoš ebbe un peso fondamentale nel consolidamento dell’immagine del carattere fiero dei montenegrini, come scrive Božidar Jezernik: i viaggiatori «che visitavano quel minuscolo principato di montagna, circondato su tre lati da province dell’Impero ottomano, erano colpiti dalla lunga lotta intrapresa dal popolo per mantenere libertà e fede cristiana, e dall’eroica resistenza protratta contro un esercito più numeroso degli stessi abitanti, tenacia grazie alla quale avevano potuto “restare liberi e cristiani fra nazioni che da tempo si sono sottomesse alla legge e al potere degli infedeli”»[7].
Il Serto della Montagna: un inno alla libertà
Ambientato nel Montenegro in un anno imprecisato del XVIII secolo, Il Serto della Montagna di Njegoš affronta il tema dei rapporti interni tra le popolazioni della regione e della lotta contro i turchi attraverso una vicenda di cui è protagonista la figura storica del metropolita Danilo I Petrović-Njegoš (1670-1735)[8], antenato dell’autore. Il poema si apre con la visione apocalittica dell’espansione ottomana in Europa:
«Il pronipote / Di Maometto col Corano, e il mondo / A desolar, come locuste i campi, / Branco lo segue di malvagie belve».
Danilo, consapevole del fatto che una parte dei montenegrini ha tradito il Cristianesimo convertendosi all’islam, è tormentato dal conflitto interiore, e, pur temendone le conseguenze, comprende l’inevitabilità della guerra.
Ideato come componimento poetico, il testo si sviluppa in un vero e proprio dramma storico, articolato in una successione di scene teatrali in forma di dialoghi e monologhi.
«È un dramma? un poema epico?» si chiede il traduttore Giovanni Nikolic meditando sulla forma del testo, «o non più tosto sarebbe meglio qualificarlo un epos drammatizzato?»[9].
L’opera espone una rappresentazione epica della vita quotidiana nel Montenegro, descrivendone i fieri costumi, le usanze e le assemblee, ma soprattutto la continua lotta per sopravvivere alla minaccia musulmana e «purgar dalla fatale / Idra islamita la natìa contrada».

Ritratto di Danilo I Šćepčev Petrović-Njegoš apparso nella prima edizione (1847) de Il Serto della Montagna.
La trama racconta un evento presentato come storico, ma su cui, in verità, non si hanno reali certezze: un moto anti-islamico che portò all’esecuzione dei maomettani residenti nel Montenegro che rifiutarono di convertirsi al Cristianesimo, collocata simbolicamente in un giorno di Natale dei primi anni del Settecento. Secondo le leggende il regolamento di conti cominciò nella notte della vigilia di Natale del 1702, o qualche anno più tardi (a seconda delle fonti), quando una banda armata vittoriosa passò a rassegna le case uccidendo tutti coloro che non volevano essere battezzati[10]. Sebbene l’effettiva portata storica di tale episodio sia tuttora oggetto di dibattito, studi recenti suggeriscono che un evento simile ebbe luogo nel 1707, ma in forma più limitata, all’interno del clan di Ćeklići.
In ogni caso, Njegoš utilizza l’episodio più come cornice simbolica che come ricostruzione precisa di un avvenimento, sospendendo la narrazione in un’atmosfera semi-leggendaria e quasi fuori dal tempo, ponendo al centro il tema romantico della lotta per la liberazione dei popoli.
In verità, i personaggi e le situazioni del poema riflettono direttamente l’esperienza e il tempo dell’autore. Njegoš esprime infatti la propria tensione personale: quella di un sovrano costretto a difendere continuamente l’identità, la cultura e l’indipendenza del proprio popolo contro una potenza ostile. In questa prospettiva, l’islamizzazione viene descritta come l’inizio di un processo di dissoluzione dei valori tradizionali, «Dove un dì la bandiera crociata, / Oggi surge l’infame meschita [moschea]», e i convertiti sono criticati per la loro inconsapevolezza e per l’aiuto che essi sono pronti a dare ai turchi. In caso di guerra, i convertiti locali («chi poppa / Alle mammelle di Satàn») sarebbero stati dalla parte degli ottomani, ragion per cui rappresentavano il primo e più pericoloso nemico[11]: «Perché il demonio su terra cristiana, / E il serpente nutrir nel proprio petto?» chiede Njegoš.
I personaggi del poema sono immersi in un conflitto morale tra bene e male, attraverso il quale emergono valori universali. La tolleranza verso l’islam, proposta da Ferat Zaceo, pascià dei Cavassi, con le parole: «Due credenze ponno, / Benché stretta ne sia l’avita terra, / Vivere in pace. Ove il fraterno amore / Ci legasse davvero, a noi bisogno / D’un altro non saria, credimi, affetto.», è raffigurata non solo come un pericoloso tranello, ma come una tentazione satanica.
Benché nei primi del Settecento l’Impero turco fosse ormai in crisi[12], esso nel dramma è ritratto come un mostro pronto a ingoiare l’intero continente: «non voglio udir l’Imano [l’imam], / Come il gufo, ulular dal minareto.» esclama il Conte Janco.
Non v’è da stupirsi se ancora ai giorni nostri gli islamofili progressisti “occidentali”, in ogni occasione, cercano di infangare o distorcere il capolavoro nazionale montenegrino, che del resto non smette di far adirare le cricche musulmane che oggi – forti di finanziamenti provenienti dall’estero e non ostacolate in alcun modo dai governi liberali – mirano ad influenzare l’opinione pubblica e la politica nei Balcani[13] e in tutto il continente europeo.
Secondo la sensibilità romantica, nei suoi progetti politici, Njegoš manifestò una profonda fiducia nei popoli slavi, nella loro integrità e fratellanza, e nella loro capacità di aspirare a ideali elevati, sostenendo che la libertà e la dignità debbano essere conquistate attraverso la lotta. Tuttavia, secondo l’antropologo Božidar Jezernik: «I montenegrini andavano molto fieri del proprio coraggio in battaglia; si ritenevano grandi eroi e tranne gli albanesi, consideravano effeminate le altre popolazioni. Il più grande desiderio e ambizione di un uomo era la morte in battaglia sotto il crepitare dei colpi, con nelle narici l’odore del sangue e della polvere da sparo […]»[14], e in effetti ne Il Serto della Montagna viene citato come modello anche Giorgio Castriota (1405-1468), detto Scanderbeg (ossia “Nobiluomo Alessandro”), l’eroe nazionale albanese[15].
Sicuramente, raccontando il passato (seppur in termini “mitici”), invero, l’autore intendeva trattare della realtà presente del suo paese e incitare gli slavi della sua epoca a ribellarsi contro i turchi e «demolir le turche / Infami mura, e le moschee, che il loco / Non ricordi più il turco, e al fine il puzzo, / D’infedeltà, che manda il vil, dilegui».
Un altro monito rivolto al presente, contenuto ne Il Serto della Montagna, è la denuncia della scarsa preparazione culturale dei sacerdoti, una questione che Njegoš ben conosceva e contro cui si batté cercando di offrire un’istruzione ai suoi sudditi. Il tema emerge chiaramente in un passo dell’opera:
Vuco Micunovich: Come legge, per dio! Mirabilmente / Ci trattenne quest’oggi! O sacerdote, / Ove hai studiato, dì? Se quel che scrivi / Rileggere non sai, che mai faresti, / Con uno scritto d’altra man vergato?
Prete: Ti fai beffe di me? Pari alla scuola, / È la lettera mia; ned altrimenti / Esser potrebbe, né mi curo.
Vuco Micunovich: Ed io / La quota parrocchial non ti darei; / No, né un granello.
Prete: In verità di grano / Non mi danno neppure una manata; / Un caccio asciutto, o di castrato un vello, / E questo a forza. O non conosci forse / I nostri donator?
Vuco Micunovich: Non adirarti, / Prete Michele, e francamente esponi, / Come a leggere tu fai la liturgia.
Prete: Io non la leggo mai, né m’abbisogna. / Quando occorre al battesimo, al matrimonio, E ad altre cose di minor momento, / Sapendole a memorie, all’uopo, o Vuco, / Le canto come una canzon.
Tra gli ideali dell’illuminismo, poi, oltre alla concezione filosofica del buon selvaggio (utile a nobilitare il suo popolo), anche l’uguaglianza tra i sessi doveva aver fatto breccia nella mentalità di Njegoš, il quale scrivendo che i musulmani trattano le donne peggio degli animali cercava probabilmente di sensibilizzare i suoi lettori a rendere più dignitosa la condizione femminile nel Montenegro, dove, secondo i viaggiatori stranieri, le mogli erano abitualmente caricate di lavoro come mule[16].
Serdaro Janco: [I musulmani] Un vero / Maritaggio non fan, sì bene un patto, / Come vendesser per metà una vacca. / Fra gli umani non tiene il Mussulmano / La donna, ei no, ma una venduta schiava. […]
In generale i temi principali dell’opera possono essere ricondotti a tre grandi nuclei: il richiamo al risveglio nazionale e all’unità del popolo montenegrino nella lotta per la libertà; la valorizzazione della sapienza popolare e dei valori tradizionali, accompagnata da una visione eroica della vita; infine, la riflessione personale dell’autore sulla natura umana e sul conflitto tra tendenze opposte, come vizio e virtù, bene e male, onore e vergogna, dovere e sacrificio.
La Venezia di Njegoš
Nei 2819 versi de Il Serto della Montagna spicca il confronto tra tre civiltà: la barbarie musulmana dell’Impero Ottomano, la Repubblica di Venezia, che incarna il mondo “civilizzato” e corrotto, e il “primitivo” Montenegro, che è la forza selvaggia e indomita.
Cercando di compiere un’estrema sintesi dalla storia dei rapporti tra la Serenissima, il Montenegro e i suoi capi politici, bisogna ricordare che il 6 dicembre 1660 le autorità venete e i capi tribù della “Montagna Nera” firmarono un accordo in base al quale i montenegrini avrebbero contribuito alla difesa dei territori veneti dagli attacchi turchi e pagato dei tributi alla Repubblica[17]. Venezia fu un alleato fondamentale nelle lotte delle tribù, guidate dai Vladika, per l’indipendenza della regione dai turchi. Con i Vladika del clan dei Petrovic, che nel XVIII secolo divennero una dinastia vera e propria, nella zona confinante con i territori veneti venne creato un territorio libero, ove si instaurò una teocrazia. Dopo la caduta della Repubblica (12 maggio 1797), i montenegrini superarono l’iniziale smarrimento e trovarono il loro nuovo protettore nell’Impero Russo, già amico e alleato di lunga data, con cui condividevano ovviamente la cultura slava e ortodossa[18].
A ben vedere, l’autore de Il Serto della Montagna cerca di retrodatare il sentimento nazionale montenegrino collocandolo all’inizio del Settecento, mentre, in realtà, politica, libertà e nazionalità nel Montenegro divennero argomento di conversazione solo con l’arrivo del Romanticismo[19]. Njegoš riprese quindi un motivo caro al sentimento religioso del suo popolo, trovando nella fede il primo elemento di unità del paese. Sicuramente il poeta venne influenzato dalla Storia del Montenegro pubblicata in Russia nel 1754 da Vasilije Petrovic (1709-1766)[20], un libro di sole quarantatré pagine e di scarso valore storico, concepito soprattutto con lo scopo propagandistico di attirare l’attenzione dei “fratelli” russi verso una remota provincia balcanica. Riguardo al saggio, Sbutega scrive che: «I dati che riguardano il territorio, la popolazione, la cultura, le città e la forza militare erano ingigantiti e si presentavano come montenegrini anche i territori ottomani e veneziani.»[21], «Vasilije esaltava il coraggio dei montenegrini, in continua guerra contro gli ottomani, a differenza dei serbi che erano diventati passivi, e criticava anche Venezia, che secondo la sua opinione, aveva mostrato poca gratitudine verso i montenegrini per i servizi militari da questi svolti per la Repubblica e anzi minacciava la libertà del Montenegro. Questo libro venne tradotto in italiano per l’uso interno del governo di Venezia e fu commentato criticamente dal provveditore generale Francesco Grimani [(1702-1779), Provveditor Generale in Dalmazia e Albania dal 1753 al 1757]»[22]. Bisogna partire da questa impronta ideologica per comprendere il modo in cui Njegoš presenta i veneziani tramite i racconti di un personaggio, Drasco, ossia Draško Popović (1640-1725), una figura storica reale:
Il Serdaro Radogna: Oh vedi / Quanto è misero l’uomo! / Alcun di noi / Far ricordo non seppe infino ad ora / Di sì prestante condottiero. E dove, / Era Drasco?
Serdaro Vucota: A Venezia. Allor che il turco / Solimano Bassà con un cannone / Di faggio a bombardar Cattaro imprese, / Entro le mura a noi largì fortuna / Prete Stefano, ed ei con un sol colpo / D’arma da tiro, lo ridusse in pezzi. / Il doge di Venezia, a cui serbata / Per tal fatto venia l’alta cittade, / Cento zecchini gli prescrisse all’anno. / Vecchio essendo il buon prete, incaricava / Drasco Popovi a ritirar la paga.

Alessandro Longhi, ritratto di Francesco Grimani (attualmente in collezione privata).
Draško Popović fu militare al soldo dei veneziani verso la fine della Guerra di Candia (1645-1669), combattuta contro i Turchi. Durante questo conflitto si distinse in particolare suo padre, il prete Šćepan detto Prenta Dragojević, che per i meriti nella difesa di Cattaro nel 1657 ricevette dalla Serenissima una medaglia d’oro e, appunto, una pensione a vita[23].
Da qui iniziano la descrizione dei veneziani e le critiche ai loro costumi:
Conte Rogano: Benvenuto Popovi. Or di Venezia, / Se ti agrada [sic], alcun che dirne consenti. / Qual n’è la gente?
Drasco: Come ogni altra, o Conte. / E cornuta non è.
Conte Rogano: Di ciò son certo. / Di sapere desio se là son ricchi, / E d’aspetto gentil?
Drasco: D’elette forme / Molti, in vero, vi son; ma a mio vedere / Il numero maggior ti mostra il viso, / Che nol riguardi volentier! Stragrande / N’è la ricchezza; non pertanto ovunque / La miseria s’aggruppa; e mentre il ricco / Folleggiando gioisce al par dei bimbi, / A tutto il meschinel pronto si dona, / Senza riserbo, pur che il ventre acqueti.
Nella Venezia de Il Serto della Montagna sono dunque molto forti i contrasti sociali tra l’opulenza dei ricchi e la condizione di chi, povero e affamato, fa qualsiasi cosa per sopravvivere. Tale immagine, contrapposta all’idilliaca frugalità dei montenegrini, potrebbe essere stata ispirata a Njegoš dalla lettura delle opere di Carlo Goldoni (il quale rappresentò un modello drammaturgico importante per il poeta), in cui sono descritte la miseria e la scaltrezza dei servi.
Segue la contrapposizione tra gli “spazi chiusi” veneziani e l’“aria aperta e pura” del Montenegro:
Conte Janco: E le lor case?
Drasco: Lo stupor degli occhi! / Son ristrette però, né vi respiri / Agevolmente. L’alito di lezzo, / Che trapela da quelle, impallidisce / Il colore del volto ai cittadini.
Drasco descrive la Serenissima come un regime poliziesco in cui le spie sono ovunque e sempre pronte a colpire:
Drasco: Timore / Il Veneto [il veneziano] non ha che della spia, / E dello sgherro. Come due parlando / Stan sulla strada, inavvertito un terzo / Di subito gli accosta, ascolta, e corre / Quindi dritto ai giudici in palazzo / A ridir loro quanto udì, ma tutto, / Per un abito vil, sempre svisando.
Segue poi un riferimento alla giustizia sommaria che ricorda la leggenda nera di Venezia creata dallo scrittore filonapoleonico Pierre Daru (1767-1829), la cui storia della Repubblica Veneta era conosciutissima ai tempi di Njegoš:
Senza dimora incatenati e tratti / Sono i meschini alla galera, ed ivi / Condannati ai dolor della tortura. / Non c’è fede laggiù, ne v’ha in Venezia / Chi non paventi il delatore, e il birro.
Persino la storia del Doge Marin Faliero (1274-1355) viene proposta come esempio della ferocia dello spionaggio veneziano:
Con giuramento mi narrò Gherbici [colui che ospitò Drasco a Venezia], / Che malignando un dì, sepper due spie / Trarre al popol dinanzi ed al Senato / Un nobil doge, a cui mozzar la testa / Sul limitar del suo palaggio. Or come, / Come non deve ivi tremar ciascuno, / Se dell’occulta spia né desso il Doge / È pur sicuro?
Molto pittoresco è il racconto di Drasco riguardo i divertimenti veneziani, che lo terrorizzano.
Conte Janco: Hanno de’ giuochi?
Drasco: Ei molti, / Ma dissimili assai sono dai nostri. / Quando il giorno dechina, e sparecchiate / Sono le mense della sera, a frotta, / Corrono allegri ad una vasta casa / Da infinite fiammelle irradiata. / Nelle interne pareti intorno intorno / S’apron dei buchi, onde gli accolti il capo, / Come dal nido lor timidi topi, / Sporgon intesi a riguardar, fintanto / Che levato un telone al tuo stupito / Sguardo si mostra della casa ancora / La terza parte. Di bizzarre forme, / Che di vedere né sognando è dato, / Una gente là viene miagolando / Come gatti silvestri. E tale allora / Grida di plauso mi ferì le orecchie, / Che dalle risa stramazzar credetti.

Damnatio memoriae di Marino Faliero nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, Venezia.
Le immagini proiettate dal mondo novo e i giochi in maschera del carnevale, paiono a Drasco roba dell’altro mondo e il costume del medico della peste lo sconvolge:
Festeggiati così fuggono, il loco / Lasciando a mostri assai peggiori. Han questi / Lunghi i nasi una spanna, e stralunando / Senza posar, spalancono la bocca / Come lupi per fame. […]
Altrettanto spaventosi sono gli uomini che per gioco camminano sui trampoli e gli equilibristi che compiono acrobazie sulle funi, sbalordendo l’ingenuo provinciale:
In vecchi avvolti / Rabescati giubboni, e le sottili / Gambe a pali inastate saltellando, / Di qua, di là sen vanno in guisa tale / Che anche veduti in pien meriggio al certo / Rabbrividire ti farian. […] Alfine vi dirò, quantunque fede / Voi non darete al mio narrar, che un giorno / Degli uomini vid’io far sopra tesa / Corda giuochi e carole.
Il Conte Rogano è tanto scandalizzato dalla testimonianza di Drasco che stenta a credergli, e i due concludono che debba trattarsi di incantesimi.
Drasco afferma anche di aver incontrato il Doge:
Serdaro Radogna: Vedesti il Doge?
Drasco: Io sì.
Radogna: Quale ti parve?
Drasco: Né alto né basso: è tal, che s’egli adorno / Di quel nome non fosse, indifferente, / Ben io t’affermo, passeria per tutti.
Radogna: E si chiama?
Drasco: Falier.
Si tratta evidentemente di un errore: l’ultimo Doge con quel cognome fu il già menzionato Marino, giustiziato il 17 aprile 1355. Comunque sia, Drasco spiega che il Serenissimo Principe da lui incontrato, durante un colloquio, lodando il sostegno dimostrato a Venezia dai suoi compatrioti, gli chiese notizie del Montenegro, e lo interrogò sulla ferocia di bosniaci e albanesi:
Gli è ver, proruppe, che se in lor potere / O vivo, o morto viene alcun dei vostri / Si dan con gioia a divorar le carni? / Come, o Duca, risposi, un’uom [sic], che chiuda / Un cor nel petto, saporar potria / D’un altro uomo la carne? Eppur, soggiunse, / Fama risuona che colà di serpi / Si nutrono – Nol dir, Doge, nol dire […]
Il Doge, tuttavia, rimane sordo alle richieste d’aiuto dei montenegrini. Drasco spiega quindi che i veneziani sono deboli, mangiano sempre pane durante i pasti e consumano troppe ore a gustare dolciumi. Vuco Micunovich conferma tali teorie:
[…] Più che la carne / Di buon castrato, amano il pollo e l’uovo. / Quanti all’anno consumar ne denno! Ma che avviene di loro? A dismisura, / Gonfia hanno l’epa, radono i mustacchi, / Cenere al capo, e ciondoletti aurati, / Delle femmine al par, hanno agli orecchi. / Toccano appena il sesto lustro e brutte / Appaion vecchie, che guardarle schifi. / Se ascendono le scale eccoli molli […].
I ricchi veneziani, imbellettati secondo gli usi della moda settecentesca, lo disgustano.
Per quale motivo l’autore assunse questo atteggiamento?
Una corretta analisi de Il Serto della Montagna deve inserire correttamente l’opera nella temperie della sua epoca. La rappresentazione di Venezia e dei suoi abitanti operata dal poeta non risponde a un’esigenza di ricostruzione storica oggettiva (non era sicuramente questo il suo obiettivo), ma a una precisa strategia ideologica. La critica alla presunta mollezza veneziana consente infatti a Njegoš di rivendicare in modo esclusivo il merito delle vittorie montenegrine contro l’Impero ottomano, rafforzando un’immagine eroica e autosufficiente del proprio popolo. Tale operazione va letta alla luce del contesto in cui l’opera fu composta, segnato dall’emergere dei nazionalismi slavi, assenti all’epoca dei fatti narrati ma determinanti nella rielaborazione letteraria. In questo senso, il testo si configura come uno strumento di costruzione identitaria, volto a ridefinire la memoria collettiva e a recidere eventuali legami positivi con la Serenissima – e quindi con l’Italia – ancora presenti sulla sponda orientale dell’Adriatico[24], subordinando il passato alle esigenze politiche e culturali del presente. I fedeli soldati schiavoni per il Principe Vescovo erano “fratelli slavi” che si erano lasciati ingannare dai veneziani.
A distanza di quasi centottant’anni dalla pubblicazione del libro, tuttavia, è indispensabile adottare uno sguardo critico distaccato e consapevole, capace di oltrepassare le contingenze storiche e politiche che ne hanno accompagnato la stesura e la ricezione. In tale prospettiva, Il Serto della Montagna si impone non soltanto come espressione di una specifica stagione storica e culturale, ma come un autentico capolavoro di valore universale, in grado di dialogare con lettori di epoche e origini differenti grazie alla sua profondità poetica e alla complessità dei temi trattati.
[1] Antun Sbutega, Storia del Montenegro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pp. 253-254. Questo testo, ad oggi, è la migliore e la più completa storia del Montenegro in lingua italiana.
[2] Secondo il linguista Arturo Cronia (1896-1967) le origini del progetto unitario tra gli slavi nacquero dopo il Concilio di Trento (1545-1563), il clima che ne seguì, infatti, ebbe «il merito di aver favorito il risveglio della coscienza nazionale e di aver enunciata l’idea della loro fratellanza, della loro unità, o, come si dirà più tardi, della loro “reciprocità”. L’enunciazione di questa idea non parte però da sentimenti o da motivi nazionali; è ispirata invece da ragioni pratiche, da fini utilitari pur rientranti nell’idea di un universalismo cattolico. La Chiesa cattolica mirava cioè allora – e non sarà l’ultima volta – a riunire in una sola fede tutti i popoli slavi e, sottrattili alla ortodossia, fare di loro una grande “famiglia” slava.» (Il Seicento nella letteratura serbo croata di Dalmazia, Zanocco & C., Padova 1947, pp. 22-23).
[3] A. Sbutega, p. 198.
[4] Ivi, p. 9.
[5] Anche Sbutega osserva che la prospettiva di Njegoš sulla realtà può essere accostata al manicheismo (ivi, p. 265); Alberto Casella, La Poesia teologica di Petar II Petrović Njegoš tra Occidente e Oriente: essenza e conoscenza di Dio ne “Il raggio del microcosmo”, in «Sacra Doctrina», 65 (2020), 1, pp. 13-50.
[6] Nel presente articolo le citazioni da Il Serto della Montagna saranno sempre tratte dalla traduzione dal serbo di Giovanni Nikolic (Gentile, Febriano 1903), con trascurabili adattamenti.
[7] Božidar Jezernik, Europa selvaggia, EDT, Torino 2010, p. 119. Il testo è sicuramente ben scritto, piacevole da leggere, ma risente in alcuni tratti di toni antiveneziani. A pagina 79, ad esempio, l’autore scrive: «potremmo chiederci: perché i morlacchi non conquistarono e sottomisero Venezia, visto che si continuava a dire che erano più forti e coraggiosi dei veneziani? Le azioni della Serenissima erano mosse da una politica ben specifica: Paolo Sarpi spiegò in senato che per mantenere sottomessa la popolazione dalmata si doveva fare di tutto per tenerla nell’ignoranza e nella povertà, perché la “Regina dell’Adriatico” aveva bisogno di quella provincia non per studiosi ma per soldati, e un paese povero e ignorante era più facile da governare. I veneziani trovarono quindi ogni espediente per evitare di costruire delle scuole: chi voleva garantire ai figli un’istruzione doveva mandarli in Italia o accontentarsi di quella fornita dalla chiesa. La Repubblica veneziana scoraggiava anche la proprietà privata, visto che le terre recuperate all’Impero ottomano non erano restituite ai precedenti proprietari ma incamerate dallo stato. Per la mentalità colonialista era vitale creare, oltre al concetto di selvaggio, degli stereotipi razziali». In questo miscuglio di progressismo e pregiudizi antiveneti, l’autore ignora il fatto che sotto la Serenissima la situazione dell’istruzione primaria (affidata essenzialmente alla Chiesa) era fondamentalmente comune in tutti i territori veneti, nonché nella stessa città di Venezia, ma soprattutto stravolge le opinioni e le parole del Sarpi, che nei fatti disse qualcosa di ben diverso, ossia che per mantenere il dominio sulla Dalmazia era sufficiente governarla bene.
La relazione di Sarpi al Senato Veneto riporta infatti: «[Riguardo il governo dei sudditi], se si parla de’ Sudditi dalla parte del mare, non occorre farne molta speculativa, perché non avendo altro confinante, che il Turco, e non essendovi personaggi di molte ricchezze, e aderenze, resta il solo obbligo di farsi conoscere Principe giusto, col procurarli nuovi rappresentanti, e in questo ogni diligenza, non sarà male a proposito, perché per altro quando abbiano giustizia, e abbondanza, non penseranno mai a mutar governo. Questi pochi sudditi d’Istria, e Dalmazia confinanti coll’Imperatore, non hanno alcuna condizione, che possa dar gelosie, e poi sono per loro stessi assai affezionati alla Repubblica Serenissima, né qui bisogna politica, e basta la maniera ordinaria senza alcun artifizio.» (Paolo Sarpi, Memoria inedita presentata al Senato Veneto Intorno al modo da tenersi della Repubblica per il buono e durevol governo del suo Stato, Mortier, Colonia 1760, pp. 41-42).
[8] Ossia Danilo I Šćepčev Petrović-Njegoš.
[9] Giovanni Nikolic, Al lettore, in Il Serto della Montagna, Gentile, Fabriano 1903, p. 10.
[10] B. Jezernik, op. cit., p. 127.
[11] G. Nikolic, p. 9.
[12] Come riassume Cronia, alla fine del Seicento «Continua il progressivo, inesorabile decadimento della potenza turca. Allo scacco presso Vienna nel 1683 ad opera del Sobieski, alla stoccata del principe Eugenio di Savoia a Zenta nel 1697, alla vittoria navale di Giacomo Corner ai Dardanelli nel 1698, seguono i primi moti del Montenegro, sobillato da Venezia o dalla Russia […]» (Il Settecento nella letteratura serbo croata di Dalmazia, Liviana, Padova 1948, p. 1).
[13] Per alcuni dati: Ervjola Selenica, Allargamento europeo, radicalizzazione e giovani nei Balcani Occidentali, in R. Colletti (eds.), La questione orientale: I Balcani tra integrazione e sicurezza, Donzelli, Roma 2018, pp. 53-65; Dario D’Urso, Radicalizzazione islamista e fragilità politico-istituzionale in Bosnia: due facce della stessa medaglia, CeSPI, Dicembre 2018 (anche se discutibile in alcune osservazioni). È noto che in tempi recenti, purtroppo, anche dal Montenegro sono partiti dei volontari maomettani che si sono arruolati nelle fila dell’ISIS.
[14] B. Jezernik, op. cit., p. 126.
[15] Dato in ostaggio ai turchi dal padre nel 1415 e divenuto musulmano, Scanderbeg combatté per essi sino al 1443, ma in quell’anno «mentre il sultano era impegnato ad affrontare i crociati […], si ribellò […] e riabbracciò il cattolicesimo, incoraggiato dalla crociata di Janos Hunyadi [1407 ca.-1456]. Ritornato in Albania, conquistò Kruja e diede il via a una campagna contro i turchi e contro l’islamizzazione nelle vesti di “capitano d’Albania”. Tutti quelli che non volevano battezzarsi furono immolati» (A. Sbutega, op. cit., p. 86).
[16] Cfr. B. Jezernik, p. 131.
[17] Ivi, p. 142.
[18] Ivi, p. 5.
[19] B. Jezernik, op. cit., p. 121.
[20] Ossia Vasilije III Petrović-Njegoš.
[21] A. Sbutega, op. cit., p. 202.
[22] Ivi, p. 203.
[23] Scrive Antonio Martini: «un esercito turco assediò Cattaro comandato dal Pacha Sengjec e […] un pope di nome Dragovitch si coprì di gloria facendo collocare uno straordinario cannone sui bastioni, appuntandolo egli stesso contro le batterie ottomane. Il monaco seppe così farlo valere, che i cannoni degli assedianti doverono cessare di farvi fuoco contro ed il Pacha si decise di togliere l’assedio. Venezia, che aveva il protettorato di Cattaro, manifestò la sua riconoscenza, accordando una medaglia d’oro e una pensione vitalizia a questo prete artigliere.» (Il Montenegro, Fratelli Bocca, Roma-Milano-Firenze 1897, p. 88).
[24] Cfr. Giuseppe Stefani, Il problema dell’Adriatico nelle guerre del Risorgimento, Del Bianco, Udine 1965, pp. 14-16.
Da “Storia Veneta n°83” – aprile 2026
