Recensione a cura di Marco Destro

La locandina del film
Roberto Ferruzzi — Il pittore della Madonnina è un docufilm diretto da Giacomo Ravenna, prodotto dal Comune di Torreglia e da diverse realtà culturali venete, tra cui le aziende Luxardo e Studio Verde.
Il docufilm racconta, con rigore storico e intensità narrativa, la vita dell’artista Roberto Ferruzzi e la genesi del suo dipinto più celebre: La Madonnina.
Il film, ben strutturato e accompagnato da musiche originali di Luigi Salamon e da una fotografia accurata di Michele Bacelle, offre al pubblico sia una biografia dell’artista sia un percorso per comprendere l’impatto culturale e spirituale del suo lavoro. L’attore Vittorio Attene interpreta Ferruzzi con grande empatia, restituendo la tensione tra la sua formazione umanistica e la vocazione artistica autentica.
La narrazione si dipana tra momenti di fiction e materiali d’archivio, alternando scene che rievocano gli anni in cui Ferruzzi dipinse quello che sarebbe divenuto uno dei quadri più riprodotti e amati al mondo.
A inframmezzare le scene filmiche, i commenti di storici dell’arte e dei discendenti dell’artista stesso.
Il docufilm riesce a umanizzare la figura di Ferruzzi, restituendone non solo l’anima artistica, ma anche la complessità emotiva e culturale: un uomo formatosi alla facoltà di Giurisprudenza a Padova, ma profondamente attratto dalla pittura e dalla rappresentazione della vita quotidiana elevata a simbolo universale.
Roberto Ferruzzi nacque a Sebenico, in Croazia, il 16 dicembre 1853 da genitori italiani e morì a Venezia il 16 febbraio 1934. Dopo aver trascorso parte dell’infanzia tra Dalmazia e Venezia, si trasferì definitivamente in Italia, studiando inizialmente per diventare avvocato. Laureatosi in Giurisprudenza presso l’Università di Padova, scelse però una vocazione diversa, la pittura, coltivata da autodidatta con grande impegno e passione.
Ferruzzi visse e lavorò soprattutto tra Venezia e Luvigliano nei Colli Euganei, dove si radicò pienamente nella scena artistica italiana della fine dell’Ottocento. Qui si immerse nelle influenze culturali e sociali del periodo, realizzando opere che spaziano dai generi di vita quotidiana alle scene di sentimento e devozione, sempre con un realismo poetico fortemente empatico.
Il dipinto noto oggi come La Madonnina fu realizzato nel 1897 e partecipò alla seconda Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, la famosa Biennale.
Ferruzzi presentò l’opera con il titolo originale Maternità, intendendo rappresentare un semplice momento di tenerezza tra una giovane madre e il suo bambino, senza immaginare che sarebbe divenuta un’icona sacra.
Solo successivamente, infatti, il pubblico, colpito dall’immagine, la ribattezzò “La Madonnina” a cui seguì una spontanea devozione religiosa. Il dipinto fu così oggetto di riproduzioni e diffusione nei contesti devozionali.
La composizione raffigura una giovane ragazza che tiene con delicatezza il suo bambino — gesto quotidiano e al tempo stesso universale — evocando un senso di protezione, amore materno e dolcezza umana profonda.
La modella che ispirò La Madonnina si chiamava Angelina Cian, una ragazzina veneziana di circa 11 anni che Ferruzzi incontrò — secondo le testimonianze storiche — in un contesto quotidiano. Per l’Artista, la giovane posò con il fratellino neonato, di nome Giovanni, permettendogli di cogliere quella scena di cura che è il cuore dell’opera.
Questa ragazza — secondo le ricerche locali e le fonti storiche — non visse l’ondata di fama dell’opera; la sua vita fu segnata da difficoltà sociali e da un’esistenza modesta. Alcune cronache locali raccontano che Angelina emigrò negli Stati Uniti dopo il matrimonio e che ebbe numerosi figli, ma che non riuscì a garantir loro condizioni di vita felici.
Curiosamente, l’opera originale di Ferruzzi è attualmente dispersa, e non si conosce con certezza la sua ubicazione. Dopo la Biennale di Venezia del 1897, il quadro fu acquistato dal fotografo Vittorio Alinari. In seguito, fu rivenduto e finì nella collezione personale del diplomatico americano John George Alexander Leishman. Dopo quel trasferimento, dell’opera non ci sono più tracce. Diverse fonti suggeriscono che potrebbe essere andata perduta durante un viaggio transatlantico, ma non esiste conferma ufficiale.
Quel che il film di Ravenna — e l’analisi storico-critica dietro la scena — mette in luce, è la dualità profonda dell’opera: pur nascendo come ritratto di vita quotidiana, la forza emotiva dell’immagine la fece rapidamente divenire simbolo universale di amore materno e protezione spirituale. È questo doppio registro — terreno e sacro insieme — che ha reso La Madonnina un’opera così popolare diffuse nel mondo e nell’iconografia popolare del XX secolo.
L’opera, pur non appartenendo alle grandi correnti pittoriche europee dell’epoca, si inserisce nel filone del realismo sentimentale, capace di parlare al grande pubblico oltre che agli ambienti accademici. Il docufilm, con sensibilità drammaturgica e un’attenzione per i contesti culturali del tempo, ricostruisce efficacemente questa eredità, sottolineandone la modernità e la capacità di catturare emozioni condivise, non solo artistiche, ma soprattutto umane.

Riprese del docufilm nel panorama dei Colli Euganei
Da “Storia Veneta n°82” – febbraio 2026