Di Alberto Cassini – Paolo Francis Quirini
PARTE SECONDA – I Dolfin
Riprendiamo il nostro itinerario con i Dolfin, insediatisi a Rorai dopo le nozze di Carlo con Elena Correr.
E’ un viaggio nella memoria fra domestiche cronache e scampoli di storia maiuscola.
Secondo un’ accreditata tradizione discendevano da un ramo dell’antichissima famiglia Gradenigo, una casata di probabile origine romana annoverata nell’araldica veneziana fra le dodici famiglie “apostoliche”, un cui esponente sarebbe stato soprannominato “dolfin” per la straordinaria perizia nel nuoto (o secondo un malevolo gossip per il fisico segnato da una vistosa gobba).
I Dolfin (italianizzati per una sorta di vezzo umanistico dalla storiografia ecclesiastica in Delfino) vantano un invidiabile palmarès: il doge Giovanni (dal 1356 al ’61), quattordici procuratori di San Marco (equivalenti in chiave moderna ai nostri ministri), sei cardinali ed innumeri personaggi di rilievo nella vita politica, militare e religiosa della Serenissima.
Un Dolfin fu protagonista d’un singolare episodio, che alimentò (con connotazioni palesemente inverosimili) il mito di San Marco, che i Veneziani per antica (e discutibile) tradizione avrebbero trafugato ad Alessandria d’Egitto. E’ piuttosto verosimile (e converrebbe ammetterlo specie dopo la ricognizione eseguita agli inizi del Novecento che avrebbe fugato ogni dubbio in proposito) che i copti abbiano rifilato loro una mummia egizia, contrabbandandola per le spoglie dell’evangelista.
Sepolte comunque nell’omonima basilica i posteri ne avrebbero poi smarrita l’effettiva collocazione.
Secondo una cronaca trecentesca (che coniuga la superstizione con l’inverosimile) il santo si sarebbe miracolosamente manifestato brandendo il braccio da una colonna, sotto la quale era conservata l’urna. Ed un Dolfin gli avrebbe sfilato dal dito l’anello episcopale: il prezioso monile, oggetto di diffusa venerazione, venne conservato nella cà granda dei Dolfin, che lo affidarono poi alla Scuola di San Marco, che una volta l’anno lo esibiva in processione.
Ad appannare quest’ illustre tradizione fu Daniele Dolfin, già ambasciatore della Serenissima a Parigi e a Vienna, che nel 1797 s’intruppò fra i più accesi fautori di quell’ effimera Municipalità, che affossò sotto l’ interessata tutela delle armi francesi non solo un millenario ordinamento oligarchico, ma il più civile Stato d’Europa.
Le vicende di quest’antica famiglia (di “casa vecchia” per usare l’immaginifico linguaggio dell’aristocrazia lagunare) s’intrecciano quindi con la storia di Venezia dai tempi mitici della sua fondazione sino alla caduta. E tanto per citare una curiosità anche una delle tre figlie di Marco Polo s’accasò dai Dolfin.
Essi furono munifici cultori delle arti: una delle più belle pale di Giovanni Bellini, una sacra conversazione, gli fu infatti commessa per la cappella di famiglia in San Francesco della Vigna da Giacomo nel 1506.
Alcuni decenni dopo eressero un grandioso palazzo in riva del Ferro sul Canal Grande e a progettarlo fu Jacopo Sansovino. Quel sontuoso edificio diverrà due secoli e mezzo dopo la residenza dell’ultimo decaduto doge, il friulano Ludovico Manin ed è attualmente sede della Banca d’Italia.
Altra prestigiosa residenza nella parrocchia di San Pantalon, fu acquisita da un ramo dei Dolfin, rappresentato dal cardinale Giovanni, il cui busto nella chiesa di San Michele in Isola è opera di Pietro Bernini, padre di Gianlorenzo.
Di quest’ultimo edificio curarono poi la ristrutturazione l’architetto Giuseppe Sardi e la successiva soprelevazione il nipote Domenico Rossi.
Entrambi – dopo la morte del Longhena e prima dell’avvento del Massari – godettero di grande successo e collezionarono prestigiose committenze: Sardi progettò a Pordenone per il giurista Giacomo Gregoris l’omonimo palazzo in Contrada San Marco ed il Rossi curò la ristrutturazione settecentesca del duomo cittadino e la costruzione per i Manin dell’imponente complesso di Passariano.
Di grande fascino è il salone di palazzo Dolfin (attuale aula magna dell’Università di Venezia ), ch’era impreziosito da dieci imponenti tele inserite lungo le pareti entro riquadri di stucco con episodi della storia romana tratti da Tito Livio.
Ne era autore il giovane Giambattista Tiepolo e costituiscono un precoce saggio del suo straordinario talento. Esse rimasero in loco sino al 1871: il ramo Dolfin di San Pantalon s’era infatti estinto e nella proprietà subentrarono dapprima i Lippomano e quindi i Quirini Stampalia.
Per le imponenti dimensioni quei dipinti non erano di facile collocazione e vennero quindi venduti: quel ciclo superbo è ora purtroppo disperso fra il Museo di Vienna, l’Hermitage di Pietroburgo ed il Metropolitan di New York.
Il palazzo ospitava inoltre un’imponente quadreria d’oltre trecento dipinti, di cui ben pochi son rintracciabili ai giorni nostri: la Fondazione Quirini Stampalia conserva due grandi ritratti, quello del provveditore generale da mar Daniele Dolfin è opera di Francesco Zugno, mentre l’altro che ne costituisce il pendant è opera del Tiepolo (e ritrae comunque un altro membro della famiglia).
Sinora abbiamo attinto alle cronache veneziane, ma ora dobbiamo trasferirci nel nostro Friuli, ove i Dolfin con un’inesausta attività di mecenatismo lasciarono nel Settecento un’indelebile impronta nell’arte.
Tutto ebbe inizio nel 1667 quando il cardinale Giovanni venne eletto patriarca d’Aquileia.
Da allora questa carica diverrà retaggio esclusivo della famiglia: a Giovanni subentrò nel 1699 il nipote Dionisio e a questi nel 1734 Daniele Dolfin, che resse il patriarcato sino alla soppressione nel 1751: egli divenne allora il primo arcivescovo di Udine.
Dionisio aveva dato avvio alla radicale ristrutturazione della residenza patriarcale demandandola a Domenico Rossi, attivo per i Dolfin -come s’è visto – anche a Venezia.
Rispetto l’antico edificio, sede per secoli dei patriarchi, fu eretta una grandiosa facciata, vennero effettuate soprelevazioni ed ampliamenti e la revisione degli interni con la creazione della biblioteca (con una disposizione illuminata per l’epoca aperta a tutti gli studiosi) e d’un monumentale scalone.
Fu anche rifatta la facciata dell’attigua chiesa di Sant’Antonio su progetto del Massari (con il busto di Dionisio tuttora campito sopra il portale esterno) e risistemata sul fronte opposto la sede del seminario.
Ma il gioiello più prezioso è costituito dagli affreschi del giovane Tiepolo nella galleria e nella sala rossa della residenza patriarcale: uno straordinario capolavoro giovanile del sommo maestro veneziano con partiture cromatiche d’un’ineguagliata freschezza e luminosità.
Il rapporto con il Tiepolo non s’esaurì tuttavia nei celebratissimi affreschi del palazzo: infatti sia Dionisio che il suo successore Daniele gli commisero numerose pale per le chiese udinesi (alcune, come il San Francesco di Sales e l’ Angelo custode ora conservate in quel museo civico).
Decenni dopo Giambattista con la collaborazione del figlio Giandomenico realizzò – sempre su impulso del patriarca Daniele Dolfin – la decorazione dell’Oratorio della Purità con i comparti del soffitto e la pala d’altare, saggio strepitoso della maturità del maestro.
Meritatamente Udine è tuttora definita dagli studiosi “città del Tiepolo”.
Il cardinale Daniele non si limitò alla capitale del Friuli veneto, promosse infatti a San Vito (la cittadina era feudo del patriarca d’Aquileia) la ricostruzione a proprie spese in chiave barocca del duomo ed i cittadini grati gli dedicarono un busto ed un’iscrizione commemorativa.
Accanto a questi insigni ecclesiastici (in una sorta di negativo contrappunto) va citata un’ indiscussa (e chiacchierata) protagonista del Settecento veneziano: Caterina Dolfin.
Era nata nel 1736 ed appena diciannovenne le rifilarono come marito un attempato patrizio, che avrebbe dovuto sanare le dissestate finanze della famiglia della sposa.
Ma subito dopo le nozze Caterina conobbe un brillante magistrato, Andrea Tron, ne fu sedotta e lo sedusse, suscitando un incontenibile scandalo. Per temperarne le conseguenze chiese l’annullamento del matrimonio, ma potrà sanare la relazione sol dopo la morte del marito, che tolse provvidenzialmente l’incomodo.
Caterina s’atteggiava a poetessa, affascinata dai miti pastorali dell’Arcadia ed attorno a lei orbitava la più influente intellighentia lagunare: ne frequentavano il salotto (un ambito ritrovo anche per gli stranieri che giungevano a Venezia) Gasparo Gozzi, Melchiorre Cesarotti e Carlo Goldoni, che le dedicò una commedia.
Si guardava con simpatia al new deal illuminista, si tifava per Rousseau e Voltaire e poiché in quell’aura fervida d’innovazioni non guastava neppure un sano femminismo, la Dolfin fu tra i più convinti promotori del monumento a Lucrezia Corner Piscopia, la prima donna laureatasi a Padova.
Andrea Tron non era solo un partecipe e solidale spettatore, ma un convinto fautore di quelle riforme che forse avrebbero arginato il dorato crepuscolo della Repubblica. Da ragazzino (era nato nel 1712) aveva seguito il padre Nicolò in numerose legazioni all’estero ed appena ventiquattrenne compì una sorta di grand tour alla rovescia, visitando Londra e Parigi, tessendo ovunque proficue relazioni che gli gioveranno nella successiva esperienza: diverrà infatti ambasciatore in Olanda, in Francia e a Vienna, negoziando con l’Impero la soppressione del patriarcato d’Aquileia (non gliene sarà grato Daniele Dolfin, declassato al riduttivo ruolo di arcivescovo di Udine).
Dopo aver collezionato prestigiosi incarichi nelle magistrature veneziane, distinguendosi come sagace politico ed accorto diplomatico, nel 1773 Andrea fu eletto procuratore di San Marco.
A ‘sto punto secondo le voci ricorrenti nei palazzi del potere avrebbe potuto ambire al dogado, ma a sbarrargli la strada nel 1779 fu Paolo Renier. Sembra che avesse pesato il discusso matrimonio con Caterina Dolfin e certe spregiudicate operazioni immobiliari dei coniugi Tron dopo la soppressione di numerose fondazioni ecclesiastiche e la messa all’incanto di vasti latifondi.
Caterina non era amata dal popolo che la definiva con sprezzo la “trona” (un epiteto che per facile assonanza si prestava a lazzi sguaiati e volgari) e non la risparmiarono neppure certe stampe satiriche che la ritraevano come un’invadente maneggiona ed un’amante disinibita.
La coppia Tron – Dolfin fu in più circostanze ospite a Rorai dei propri parenti Correr (un pronipote di Caterina sposerà l’erede della villa, Elena) e frequentò inoltre a Visinale i Gozzi, con i quali avevano instaurato una solida amicizia.
Ma torniamo ai Dolfin.
Essi vantavano diffuse proprietà in tutta la terraferma veneta ed anche a Pordenone in borgo San Giovanni (l’attuale corso Garibaldi) lo stemma sulla centina del portone d’un palazzo ne attesta la presenza. Nel centro storico di Treviso (in quella che verrà poi definita “contrada del teatro Dolfin”) possedevano addirittura un teatro, ove avrebbe recitato giovanissima la grande attrice Adelaide Ristori.
Dell’interesse della famiglia per le innovazioni della tecnica resta un singolare strumento, una camera ottica (inserita in un’elaborata architettura neoclassica) per le proiezioni domestiche.
Il penultimo proprietario della villa di Rorai, il col. Agostino Dolfin, che si professava cattolico liberale, militò nella Resistenza e fu designato dal locale Comitato di liberazione nel ’45 primo sindaco di Porcia. Alla cittadina friulana egli rimase legatissimo e volle esservi sepolto (disertando il famedio domestico a Rosà di Bassano) assieme alla moglie nella nuda terra.
La proprietà pervenne poi ai suoi due figli, il dott. Enrico e Bianca: in questo nostro itinerario siamo dunque giunti al primo Novecento, par ieri ma è un secolo fa.
Come in una moviola dei ricordi proviamo a sfogliare il superstite album di famiglia, con un immagine della madre, che apparteneva ad una distinta famiglia sarda, gli Asproni. L’aveva resa illustre in età risorgimentale l’abate Giorgio di dubbia vocazione: dismise infatti l’abito talare per dedicarsi alla politica militante, sua autentica passione.
Convinto federalista e repubblicano, amico di Garibaldi, Mazzini, Cattaneo e Manin (ed irriducibile avversario di Cavour) fu con i Mille in Sicilia. Membro del parlamento subalpino, dopo l’unità sedette nella Camera del Regno per ben nove legislature.
Enrico Dolfin, suo pronipote, nel commosso ricordo della madre Fanny promosse la pubblicazione del suo Diario politico, un opera autobiografica edita in sette volumi, che tuttora costituiscono una fonte ineludibile per la storia del Risorgimento sardo.
Il Comune di Roma gli eresse un monumento nel cimitero del Verano, sottolineandone l’inesausto impegno come convinto fautore dell’unità nazionale.
Enrico era molto legato alla figura del nonno materno, l’ing. Giorgio Asproni, che si distinse come illuminato promotore dell’industria mineraria sarda e difatti ad Iglesias gli venne intitolato il locale istituto tecnico.
Da tenace assertore dell’emancipazione delle classi operaie, l’ingegner Asproni realizzò un villaggio dotato all’epoca di strutture abitative e di servizi d’avanguardia, ove egli stesso si trasferì con la famiglia (e la piccola Fanny).
Ma torniamo all’album di famiglia con Bianca ed Enrico fanciulli nella villa di Rorai in certi scorci intimisti di vita domestica.
Quanto a Bianca, che aveva sposato un ufficiale ungherese addetto all’ambasciata di Roma, visse nel secondo dopoguerra una singolare esperienza, che alimentò a suo tempo il gossip e le cronache.
Nei giorni concitati e drammatici della rivoluzione ungherese il dott. Antonio di Porcia raggiunse la frontiera con la Transilvania rumena, ove risiedeva l’ultimo esponente dei principi di Porcia (altro ramo del colonnello di sotto cui appunto Antonio, che ne erediterà il titolo, apparteneva).
L’operazione non ebbe successo in quanto con l’avanzata delle truppe sovietiche calò nuovamente su quella tormentata frontiera la cortina di ferro prima che il principe riuscisse a raggiungerla.
Antonio rientrò quindi a Budapest e s’accingeva a raggiungere l’Austria, prima che anche quella frontiera venisse sbarrata, quando nella folla che sciamava per le strade della capitale scorse Bianca Dolfin ed il marito, ch’erano stati appena liberati da un campo di concentramento, ove li aveva confinati il regime comunista.
Fu così per una singolare e fortuita coincidenza che Bianca potè rientrare in Italia.
E qui termina – con uno scampolo di cronaca e di vita drammaticamente vissuta – questa nostra storia, era il 1956, ma per quelli della nostra generazione sembra ieri.
Un superstite ramo dei Dolfin è stato individuato a Creta, ove venne spogliato dei propri feudi dopo la conquista turca, assumendo il cognome Dourufachis (traduzione greca di delfino). E’ attualmente noto per un’eccellente produzione di malvasia, il più diffuso vitigno nei territori veneziani del Levante mediterraneo.
Così finisce un itinerario attraverso i secoli sulle tracce di due illustri ed antichissime famiglie, che hanno profondamente segnato la storia della Serenissima e di riflesso le domestiche cronache di quest’angolo della provincia friulana, in cui Venezia nell’arco di quattro secoli lasciò un’indelebile impronta.
Il monumentale complesso di villa Correr-Dolfin è stato ora acquistato dal Comune di Porcia, che ne ha avviato il restauro con l’intento d’aprirlo alla pubblica fruizione.
Era questo d’altronde il proposito ripetutamente espresso anche da Enrico, il quale avrebbe voluto lasciare l’intera proprietà al FAI, il benemerito Fondo Italiano per l’ambiente, ma tale volontà è rimasto inattuata per la sua morte improvvisa prima che potesse concretarla.
Questo saggio è dunque dedicato a lui, al conte dottor Enrico Dolfin, patrizio di “casa vecchia” ed ultimo del suo nome: per noi un amico rimpianto.
Da “Storia Veneta n°80” – settembre 2025